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Marine Le Pen (o L’imprevedibile virtù del femminismo opportunista)

Marine Le Pen (o L’imprevedibile virtù del femminismo opportunista)

Scrivo alla luce dei risultati del primo turno delle elezioni presidenziali francesi: il Front National di Marine Le Pen continua imperterrito nella sua avanzata all’interno dello scenario politico aldilà delle Alpi. L’ondata nazionalista, che ha dato avvio al Brexit nel Regno Unito e all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, si sta abbattendo inesorabilmente anche sull’Esagono.

Il nome Le Pen ha, in Francia, una certa risonanza e porta un determinato retaggio culturale: Jean-Marie Le Pen, fondatore del partito e padre di Marine, ha guidato l’estrema destra per decenni, facendosi forte delle sue posizioni radicali rispetto ai più svariati temi. Giusto per citare un aneddoto che riesca a esemplificare il soggetto in questione, suscitò lo scalpore dell’opinione pubblica nell’aprile del 2015 definendo le camere naziste come nient’altro che un “semplice dettaglio della storia” o, ancora, dichiarando, l’anno precedente, «on fera une fournée la prochaine fois» (“ne faremo un’infornata la prossima volta”, ndt) in riferimento a un critico ebreo.

Dichiarazioni, queste, che hanno costretto la figlia ad allontanare il genitore dal partito, in maniera tale da riabilitare il Front National e donargli una nuova immagine, più elegante, celatamente populista e formalmente meno antisemita o razzista. E proprio qui risiede il problema: si tratta di reputazione e sembianze, non di contenuti.

Sarà che la mela non cade mai lontana dall’albero, sarà che “tale padre, tale figlia”, ma la sostanza ideologica, nonostante l’apparente processo di dédiabolisation in corso, rimane la stessa. Oltre a veicolare idee nazionaliste e xenofobe nei confronti dell’Islam, Marine Le Pen è un pericolo anche per i diritti delle donne, pur essendo ella stessa parte del mondo femminile. Basti vedere le sue asserzioni pubbliche su temi come l’aborto (“un genocidio anti-francese”) o quelle pro-life della nipote Marion Maréchal-Le Pen. E pensare che il nuovo logo utilizzato per questa campagna elettorale – una rosa blu – è stato concepito esattamente per il suo appeal femminino.

La storica francese Valérie Igounet, insieme al fotoreporter Vincent Jarousseau, descrive così nel suo recente libro, L’Illusion nationale: deux ans d’enquête dans les villes (“L’Illusione nazionale: due anni d’inchiesta nelle città”), la propria esperienza nei comuni attualmente guidati da sindaci appartenenti al FN: “Come per altri temi, quando il Front National affronta la questione delle donne, sta in realtà parlando dell’immigrazione. È l’immigrazione che sottende tutto. […] Il Front National è ben lontano dall’essere un partito femminista che rispetti tutti i diritti delle donne”.

Tuttavia, questo è proprio quello che la candidata FN ha cercato di fare a lungo, ovvero convincere gli elettori di sesso femminile storicamente resistenti alle sue idee. A tal scopo ha intrapreso una vera e propria campagna di seduzione al femminile rendendosi in qualche modo difensore dei diritti delle coppie e non pronunciandosi strategicamente in maniera aperta sulle questioni più controverse. Un femminismo di superficie opportunista utile non solo a persuadere, ma anche a diffondere un’ideologia discriminatoria.

Nel programma della Le Pen solo il nono punto riguarda in realtà questi temi, ed è magramente liquidato in tre righe. Inoltre è subito collegato al fenomeno dell’immigrazione tanto da oscurare persino l’argomento gender gap e uguaglianza salariale tra uomo e donna, altro suo cavallo di battaglia: “difendere i diritti delle donne: lottare contro l’islamismo che ostacola le loro libertà fondamentali”.

Con le sue affermazioni riguardanti la sicurezza della donna – dopo i fatti di Capodanno 2016 a Colonia, per esempio – Marine Le Pen utilizza più che mai il campo lessicale del femminismo per convincere con la demagogia le elettrici ancora riluttanti. Eppure, è importante diffidare da queste forme di femminismo lite che vogliono la donna, soprattutto quella di potere, dotata di una emotività maggiore o di un sublime lato domestico.

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«La sensibilité féminine permet parfois de mieux comprendre» (“la sensibilità femminile permette talvolta una comprensione migliore”), dice la Le Pen nel falsamente intimistico Telle que je suis! (“Quella che sono!”), o esprime ancora il suo essere “una donna, una madre, un avvocato” in quello che dovrebbe essere un toccante video promozionale.

Tutto questo non è femminismo, per quanto faccia intensamente finta di esserlo.

E di questa discrepanza, d’altronde, è consapevole anche Marine stessa che, solo qualche mese fa, all’emittente televisiva BFMTV rivelava senza pudore una certa ignoranza, piuttosto grave alla luce del messaggio pubblicitario finora trasmesso: “io non so di che cosa si occupi, questo femminismo” («Je ne sais pas ce que ça recouvre, le féminisme»).

Se ne sia consapevole anche il popolo francese, sarà tuttavia solo l’esito del ballottaggio di questo 7 Maggio, che la vede in gara con l’ex ministro Emmanuel Macron, a permetterci di scoprirlo.

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