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Perché la mascolinità tossica fa male prima di tutto agli uomini

In questi ultimi anni, l’espressione “mascolinità tossica” è uscita dalle aule universitarie dei corsi di antropologia, etnologia e studi di genere, dove era solita dimorare abbastanza esclusivamente, ed è entrata nel linguaggio comune. Oggi se ne sente parlare spesso (pensiamo solo allo spot di Gillette di gennaio 2019), ma proprio perché è un concetto relativamente nuovo al grande pubblico è ancora oscuro ai più.

Un articolo del New York Times, sempre dello scorso gennaio, descrive così la mascolinità tossica:

“Un insieme di comportamenti e credenze che comprendono il sopprimere le emozioni, mascherare il disagio o la tristezza, il mantenere un’apparenza di stoicismo, e la violenza come indicatore di potere (pensate al comportamento da ‘uomo duro’)”

L’articolo prosegue specificando che la mascolinità tossica si ottiene quando si insegna ai bambini e ai ragazzi giovani che non possono esprimere apertamente le loro emozioni, che devono sempre essere duri e che qualsiasi cosa al di là di queste caratteristiche li renderà “femminili”, quindi – per estensione – deboli. Quindi non dei veri uomini.

“I maschi non piangono” è uno degli esempi più classici e comuni di mascolinità tossica, che viene insegnata fin da giovanissimi.

Ecco, la chiave per capire la mascolinità tossica è l’espressione “veri uomini”, in tutte le sue declinazioni: i veri uomini non piangono; i veri uomini si fanno rispettare; i veri uomini non mostrano le loro emozioni; ai veri uomini interessano solo questo sport e questo passatempo, perché tutto il resto è da femminucce.

La mascolinità tossica è l’insieme di criteri che definiscono come un uomo deve essere: tutto il resto non è uomo. Tutto il resto è altro: femminile, debole, disprezzabile. La mascolinità tossica è dunque l’idea che ci sia solo un modo di essere uomini, mentre tutti gli altri sono meno uomini. Uomini di serie B, se non addirittura non-uomini. Effeminati o “emasculated“, ossia “smascolinizzati”. La mascolinità tossica è l’incapacità di accettare che non c’è un modello fisso secondo il quale essere uomini, che chiunque si senta uomo è uomo a modo suo.

La mascolinità tossica, proprio per quest’idea dell’esistenza di uomini di serie A e uomini di serie B, pesa ovviamente ancora di più sugli uomini trans.

Mentre preparavo il mio esame di etnologia in triennale, ho letto un libro intitolato “La genesi del maschile. Modelli culturali di virilità”, del professore americano David Gilmore. Mi ricordo che il testo mi aveva affascinato moltissimo e colpito molto di più di tutti gli altri in elenco, perché mi aveva fatto rendere conto di una cosa che non avevo mai realizzato: lo status di uomo è incredibilmente fragile in moltissime società umane.

Gilmore, parafraso e semplifico, descrive la mascolinità, lo status di uomo, come una corsa continua: è difficile da ottenere (diverse società hanno e hanno avuto vari riti d’iniziazione: la prima sigaretta, la prima caccia, la prima esperienza sessuale e via dicendo), ma è invece facilissima da perdere. Un comportamento non ritenuto abbastanza virile, una lacrima una volta superata una certa età, un vestito diverso dal solito e si ritorna al punto zero. Si ritorna a non essere uomini. Ed è forse proprio per questo suo essere costantemente in bilico che la mascolinità è spesso così fragile.

Spesso ci si rende ancora poco conto di quanto dannosa sia la mascolinità tossica nei confronti degli uomini e della società in generale.

Ogni cultura ha la sua forma di mascolinità tossica, la sua idea di “vero uomo” e di non-uomo e i criteri variano di società in società. La grande conseguenza di ciò è l’imprescindibile mancanza di diversità che impone, il soffocamento di qualunque possibilità di variazione dalla norma. In Occidente ai bambini, già fin da quando sono piccoli, si dice che il rosa è da femmine, che sono le bambine a giocare con le bambole mentre a loro devono piacere per forza le macchinine, che i maschietti non piangono, che il calcio è l’unico sport accettabile, che il ballo non è adatto ai bambini maschi. È così che i bambini crescono e diventano ragazzi, giovani e poi adulti incapaci di gestire le loro emozioni o di riconoscerle, che credono che la violenza e la sopraffazione siano l’unico modo di relazionarsi agli altri esseri umani.

Secondo uno studio dell’Istat del 2014, più di 6 milioni di donne tra i sedici e i settant’anni hanno dichiarato di aver subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale, e per più di 2 milioni di quelle donne il colpevole della violenza era il partner o l’ex partner. L’allarmante numero di casi di violenza subita dalle donne è direttamente collegato alla mascolinità tossica, all’idea del “vero uomo”, quello che non si fa mettere i piedi in testa dalla “sua” donna, che domina da padrone assoluto nella relazione, che “mette in riga” la donna disubbidiente anche con le mani. È una questione di potere, dunque: la mascolinità tossica insegna come principio assoluto che il potere appartiene all’uomo e che l’uomo stesso deve cercare il potere, perché solo così può dimostrare al mondo il suo valore.

In italiano un’espressione equivalente al “Man up!” inglese è “Tira fuori le palle!”, ma l’idea dannosa di fondo resta la stessa.

C’è anche chi parla dell’esistenza della “femminilità tossica”, che però non è altro che un’altra faccia della mascolinità tossica stessa, non un problema a parte, ed entrambe discendono da una e una sola fonte, ossia il sistema patriarcale. Alcuni esempi solitamente riportati come comportamenti tipici della “femminilità tossica” sono: usare le mestruazioni come scusa per un comportamento maleducato o brusco; chiedere aiuto per far fare a un uomo un compito pesante da un punto di vista fisico (spostare scatoloni o portare valigie o cose simili); farsi offrire cene e drink e biglietti del cinema proprio in quanto donna, sapendo che “tanto l’uomo deve pagare sempre”. Ma tutti questi comportamenti rientrano perfettamente nell’idea della donna che il patriarcato ha: emotivamente instabile per colpa del ciclo mestruale, debole fisicamente, indifesa, economicamente dipendente. Ed ecco che il “vero uomo” arriva a salvarla e a farle da scudo, proprio come suggerisce e richiede la mascolinità tossica.

Attenzione a notare la differenza: la “femminilità tossica” non esiste, ma questo non vuol dire che non esistano donne violente e criminali, cosa che però riguarda solo le determinate caratteristiche personali di un individuo.

Sono comportamenti dannosi, questi? Certo, perché contribuiscono a tenere le donne nello stesso ciclo di oppressione; ma non possiamo porre su uno stesso piano la mascolinità tossica e la femminilità tossica. Innanzitutto perché le donne non rendono gli uomini oggetto di oppressione e discriminazione performando gli stereotipi del loro genere, come invece fa la mascolinità tossica nei confronti delle donne. E poi perché questi comportamenti sono frutto della stessa mascolinità tossica e del patriarcato: si tratta infatti di misoginia interiorizzata.

Inoltre, la mascolinità tossica ha come obiettivo finale il potere, perché è considerato l’unico modo per trionfare nella società; quella che viene definita come “femminilità tossica” ha invece come traguardo la sopravvivenza: se si insegna alle donne che non sono niente di più del loro corpo e della loro funzione sessuale, per esempio, allora non ci si può stupire che poi comincino a usare entrambi come strumento per tirare avanti. È la società patriarcale in cui viviamo ad aver fatto sì che tutta la femminilità venisse vista come “tossica”, come sbagliata, invalidante, difettosa, come motivo di discriminazione.

“La mascolinità tossica, quando messa in atto dagli uomini sugli uomini, ha l’aspetto della mascolinità tossica. La mascolinità tossica, quando messa in atto dagli uomini sulle donne, ha l’aspetto della misoginia. La mascolinità tossica, quando messa in atto dalle donne sulle donne, ha l’aspetto della misoginia interiorizzata, che si potrebbe chiamare “femminilità tossica” se si decidesse di immaginare che le donne fanno questa roba così, per divertirsi.”
— Katie Anthony, “Is Toxic Femininity A Thing?”

La mascolinità tossica blocca lo sviluppo delle naturali inclinazioni e sentimenti degli uomini, ma fa lo stesso anche con le donne: insegna ai primi a rincorrere il potere e alle seconde a compiacerlo (rappresentando appunto il loro tradizionale e stereotipato ruolo di genere).

Se c’è una cosa che frequentare corsi di etnologia e antropologia mi ha insegnato è che pochissime cose che noi crediamo naturali lo sono davvero. È tutto frutto della cultura, della società in cui siamo stati cresciuti, dell’ambiente che ci circonda, e questo è soprattutto vero per il concetto di genere e i suoi attributi. Sapere dell’esistenza della mascolinità tossica e imparare a riconoscerne i tratti ci aiuta ad andare un passo più in là: sono davvero le donne a essere più inclini a parlare dei loro sentimenti, ad esempio, o è la società che insegna agli uomini che loro dei sentimenti non devono parlare, ma devono ricacciarli giù il più a fondo possibile?

La pressione sociale a conformarsi agli ideali della mascolinità tossica inoltre viene sia dagli uomini che dalle donne, che hanno anche loro interiorizzato i dettami della società patriarcale: se certi uomini prendono in giro un amico perché magari gli è venuto da piangere, certe donne invece lo fanno perché uno è poco palestrato o si depila. Ovviamente, non tutti gli uomini sono affetti dalla mascolinità tossica: c’è chi non è stato cresciuto secondo questi dettami, chi è riuscito a slegarsene da grande, chi ha trovato un buon gruppo di amici con cui essere liberamente se stesso senza tossicità, ma l’ombra di questa pressione sociale resta sempre lì, anche alle spalle di chi non ne è più vittima.

Perché per chiunque si allontani dai valori largamente accettati dalla società, e quindi anche per gli uomini che scelgono di tirare un bel calcio alla mascolinità tossica, l’ostracizzazione è sempre in agguato. Si viene tagliati fuori, guardati male, considerati “strani”.

Nel suo libro ormai diventato un vero e proprio pilastro del femminismo, “Dovremmo essere tutti femministi”, Chimamanda Ngozi Adichie scrive: “Facciamo un grande torto ai maschi educandoli come li educhiamo. Soffochiamo la loro umanità. Diamo alla virilità una definizione molto ristretta. La virilità è una gabbia piccola e rigida dentro cui rinchiudiamo i maschi”. Non potrebbe avere più ragione: la mascolinità tossica è proprio questo, è tossica perché soffoca. Impedisce a un uomo di essere umano, di provare le emozioni che accomunano tutta la nostra specie, e gli impone di essere forte, sempre, costantemente, anche quando invece sente di avere bisogno di sostegno e conforto.

Una delle convinzioni più sbagliate e comunque più diffuse riguardo il femminismo è che favorisca solo le donne, che sia il tentativo di ribaltare la società e mettere le donne in una posizione di potere sopra tutti gli uomini: questa però è veramente la cosa più lontana dal femminismo che si possa concepire. Il femminismo infatti crede nella parità dei sessi e nell’abbattimento degli stereotipi: quelli sulle donne, certo, ma anche quelli sugli uomini.

“La mascolinità tossica è disgustosa” e non ha più spazio nel mondo moderno: o meglio, non dovrebbe averne.

Sempre Chimamanda Ngozi Adichie ha scritto che vorrebbe che “tutti cominciassimo a sognare e progettare un mondo diverso, più giusto, un mondo di uomini e donne più felici e più fedeli a loro stessi”. Un mondo così è un mondo senza mascolinità tossica, perché non c’è un unico e solo modo per essere uomini e i paletti che come società mettiamo alla virilità non hanno motivo di esistere.

Commenti (11)
  1. Avatar Alfonso Amabile ha detto:

    …………………strano, eppure oggi, quando un uomo piange gli altri uomini sono lì ad incoraggiarlo quando gli è capitato qualcosa di brutto, o a piangere insieme a lui perchè quelle lacrime sono il frutto di un’ottimo risultato ottenuto insieme……….vedo invece più le donne offendere gli uomini quando piangono, e non viceversa, quindi per la società di oggi questo lato di “mascolinità tossica” è responsabilità perlopiù delle donne :/………..

  2. Avatar Alfonso Amabile ha detto:

    Poi ammesso che fosse vero che la femminilità tossica sia figlia del patriarcato non cambia nulla, sempre atteggiamenti tossici sono, impariamo a prenderci le proprie responsabilità da veri uomini e vere donne se vogliamo un mondo migliore…….

  3. Avatar ned ha detto:

    un uomo può essere forte e duro se è la sia indole e una donna idem, un uomo può essere sensibile e fragile se è la sua indole e la donna idem , e anche i duri e le dire hanno un lato sensibile. oggi gli uomini sono liberi di piagere e piangono se voglino e va bene ma chi piange molto non è più sensibile di chi per indole piange poco

  4. Avatar Alfonso Amabile ha detto:

    Ned, ragazzo mio……..un uomo di solito non piange perchè è debole………..piange invece perchè è stato forte per troppo tempo.

  5. Avatar ned ha detto:

    non credo che piangere sia per forza debolezza

  6. Avatar Alfonso Amabile ha detto:

    No, anzi, concordo. Vallo a fare capire a molte donne.

  7. Avatar ned ha detto:

    le donne come gli uomini hanno diritto alle loro preferenze e non sono tutte uguali

  8. Avatar Alessia ha detto:

    Alfonso mi dispiace dirtelo ma fai di tutta l’erba un fascio. Le donne sono le prime che con i propri uomini, figli e padri dicono che non si devono vergognare a mostrarsi deboli e umani. Non so tu chi hai incontrato e mi dispiace per te ma le tue sono parole misogine, si vede che hai avuto esperienze negative con le donne, non saprei… Dire poi che la mascolinità tossica è colpa delle donne è il colmo! Le donne prendono in giro l’uomo se piange quindi si è creata questa mascolinità tossica a causa di ciò…..Come dire che gli uomini stuprano le donne perché portano la minigonna….prendetevi le vostre responsabilità voi.

  9. Avatar Alfonso Amabile ha detto:

    Alessia, parli senza riflettere; sul fatto che ci sono tante donne, anche più degli uomini, che biasimano, o addirittura se ne approfittano, è un dato di fatto, ed è nella natura di queste donne (non tutte ovviamente), ma questo non significa che faccio di tutta l’erba un fascio, sarebbe stupido e poco produttivo per me e per chi mi sta attorno dare tale valore alle donne, semmai è più questo articolo ad essere maggiormente tendenzioso di me alla generalizzazione. Se guardi gli amici tra di loro, soprattutto a scuola e al lavoro, non si giudicano tra loro, ma sono come una seconda famiglia, e le lacrime per loro non sono qualcosa di cui vergognarsi, ma il segno di un cambiamento. Evidentemente non hai avuto esperienze simili con le tue amiche per poterlo capire. Molte donne la chiamano debolezza, io invece le lacrime le chiamo consapevolezza. E’ noto che l’uomo spesso cerca l’approvazione della donna (desiderio a volte comprensibile a volte immaturo a seconda del contesto), quindi se alle donne non piace vedere un uomo piangere, a volte evita di farlo, incappando anche in uomini che non vogliono vederlo piangere non per il suo rapporto con altri uomini,ma con le donne. Quindi sì, questo tipo di mascolinità tossica è responsabilità spesso delle donne. E non è me che devi convincere del contrario, ma te stessa e la società. E parlare di un argomento dello stupro in un simile contesto è talmente ridicolo da fare quasi ridere: un uomo non piange per paura del giudizio delle donne (a mio avviso sbagliato perchè dovrebbe fregarsene degli altri ed essere sè stesso), ma se una donna porta la minigonna di cosa deve avere paura???? Si vede che hai risposto accecata dalla rabbia prima di parlare, senza riflettere. E questo evidentemente deve aver premuto un tasto intimo della tua vita. Quindi ti invito a riflettere prima di parlare, e di ricordarti che non ci sei solo tu, che la discussione non riguarda solo te, e che l’empatia è fondamentale, e tu hai dimostrato solo codardia ed egoismo.

  10. Avatar Frank67 ha detto:

    C’è un punto che non mi è chiaro e magari qualcuno ha la buona volontà di spiegarmelo: se anche gli uomini sono stati oppressi in determinati ruoli di genere così come lo sono state le donne, non sarebbe meglio dire che è esistita una società bisessista anzichè patriarcale? E non sarebbe meglio essere tutti antisessisti anzichè femministi? Questo non mi è chiaro, grazie.

  11. Avatar Rocco ha detto:

    Frank67,
    si dice patriarcale e non bisessista perche’ l’oppressione non e’ per niente simmetrica. L’articolo lo spiega bene. I ruoli di genere sono quelli del maschio forte dominante e della donna debole. Gli uomini ne soffrono se non sono abbastanza forti e non rientrano nei canoni, le donne ne soffrono TUTTE perche’ tutta la societa’ e’ appunto patriarcale. Per questo dovrebbero essere tutti antisessisti come dici tu, ma per non cadere nella retorica del “entrambe le parti hanno ragione”, e per ribilanciare l’asimmetria della societa’ patriarcale, bisogna essere femministi. Bisogna essere femministi fino a quando le donne avranno salari uguali agli uomini ecc. ovvero vera parita’ fra i sessi, e fino a quando ci sara’ rispetto di tutte le sfumature fra i sessi e sessualita’ (LGBTQ+).

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