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Mi sono licenziata per combattere il body shaming
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Mi sono licenziata per combattere il body shaming

Redazione
Articolo di Giulia Sosio

Lavoro nel mondo dell’influencer marketing.

Inglesismi a non finire, ora spiego. Lavoro con i volti nati da Youtube, Instagram e quant’altro. Progetto con loro delle menzioni commerciali e pubblicitarie. Sembra un lavoro da squali senza cuore, perché sì, certo, chi lavora nel marketing è cinico e stronzo e tutti gli altri son Calimero – in realtà è un lavoro che incorpora in sé tanta tensione, gentilezza nel mantenimento di rapporti personali, onestà e coerenza con i consumatori.

Retro pitch man in black and white from a 1950's era TV commercial

Gli influencer – parolina nata negli ultimi anni, ma che sta spopolando – sono le nuove vetrine dei negozi in centro per la nonna, sono i nuovi spot commerciali nell’ormai defunta televisione per la mamma, sono il futuro della comunicazione, con tutti gli alti e bassi che questo comporta. Questi fantomatici Youtubers o i divi di Instagram non sono alieni o soggetti dal QI pazzesco. Sono persone carismatiche, forse a volte un poco narcise, che proprio come i consumatori hanno il diritto ad essere trattati con dignità e rispetto.

Questo preambolo è necessario perché voglio parlare di una storia.

La storia di quando mi sono incazzata e, di seguito, licenziata. Il body shaming ha a che fare con questa storia, e voglio provare a insegnare qualcosa.

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L’anno scorso ho iniziato a collaborare con una startup, che ovviamente non nominerò, che opera nel settore alimentare. Il packaging era accattivante, avevamo una vasca da bagno in ufficio e il frigo sempre pieno di spumante, il mio capo aveva ventisette anni. Tutto era figo, tutto scorreva con tempistiche da urlo (luce del sole, cosa sei) ed ero felice.

Dopo poche settimane, le cose hanno iniziato a puzzarmi. I miei manager – uno in particolare e che ovviamente non nominerò – pressavano affinché facessi accordi per mostrare i nostri prodotti su Instagram. Le loro scelte erano cadute sui volti di Uomini e Donne e Temptation Island: scollature vertiginose e sorrisi finti, foto scattate male, pessima qualità. Tantissimi migliaia di euro spesi, pochi risultati.

Ma d’altronde, mi dicevo, sono loro i padroni.

Pian piano mi faccio coraggio. Perché, mi dico, io scrivo su Bossy perché c’è qualcosa oltre questo. Sono una persona che crede fermamente che la dignità intellettuale e l’etica siano la base per svolgere bene il proprio lavoro. Credo che le donne non siano un oggetto, mi fa schifo l’idea del corpo femminile usato come mero strumento commerciale.

Insomma, sono scoppiata.

Ho cominciato a ragionare di testa mia, e ho contattato ragazze sveglie e fresche che hanno canali Youtube.

I miei manager tacevano, ma il mio coraggio non ha ceduto. Un giorno mi sono imbattuta nella pagina della Youtuber Muriel. Per chi non la conoscesse, questo è il suo canale. Ho sorriso e ho pensato che avesse l’età perfetta e che fosse in linea con il nostro target, che facesse dei cupcake all’apparenza libidinosi, che fosse spontanea e spigliata. I miei capi non mi avrebbero detto di no.

Ho mostrato il profilo di Muriel in riunione. Il manager in questione non parlava, guardava le foto di Muriel e il suo profilo. Si è soffermato sul suo viso, sul suo corpo. L’atmosfera non mi piaceva. Dopo un po’ di silenzio mi ha detto: «Ok Giulia, questa no. È grassa, ci servono quelle toniche».

Sono caduta a sedere sulla sedia.

Sarà il mio inglese, mi sono detta, di colpo l’ho dimenticato. Forse lui si è messo a parlare in francese e quindi non l’ho capito.

Ho chiesto di ripetere.

«Massì, sai che le ragazzine per comprare i nostri prodotti vogliono vedere quelle magre, belle, perfette e rassodate».

«Ma non è vero», ho risposto, «e poi è perfetta, mica è grassa». E anche se lo fosse, ho pensato tra me e me, sono fatti vostri?

Respiro.

Sono tornata alla mia scrivania, pentendomi di aver già contattato Muriel, con la quale stavo già prendendo una serie di accordi (ero sicura venisse accettata dal management). Ma da una parte sono stata contenta di aver pensato a lei come volto, e di non aver neanche pensato al fatto che il suo essere “tonda” inficiasse con un potenziale accordo commerciale.

Ho pensato a tutto quello in cui credo, ho pensato al nuovo tipo di femminismo che sto cercando di portare avanti nella mia quotidianità.

Ho pensato a come il corpo femminile, in Italia, sia da decenni associato ad un ideale completamente illusorio, poco realistico nelle sue proporzioni e artificioso.

Ho pensato a Muriel, che vive tutt’ora facendo la Youtuber e crede nella comunicazione, e mi sono incazzata perché ho pensato che forse anche altre aziende stessero facendo gli stessi discorsi: magari non su di lei, magari non per quel tipo di prodotto, ma che stessero comunque avvenendo.

Non sarei stata a questo gioco, non sarei stata un bullo che esclude dalla palla avvelenata la ragazzina cicciottella e la fa sentire inadeguata. No.

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Quel weekend ho preparato una mail. Avevo deciso di andarmene e chiudere il rapporto commerciale. Ho scritto di come la linea che la startup stesse prendendo non mi piacesse. Non mi sono lamentata ufficialmente del manager, ma ho scritto tutto quello che pensavo. Ho parlato di body shaming, di quello in cui credo, e mi sono licenziata.

La mia vittoria?

Dopo essere stata contattata di nuovo per essere riassunta, e aver ribadito il mio no, il CEO ha deciso di licenziare il manager. Muriel ha comunque realizzato un video menzionando il prodotto (la mia mail ha avuto successo) e le ora le cose vanno meglio.

Non si commettono più porcherie.

Perché ho scritto questo articolo? Per dare un esempio.

Non sono un’eroina, non ho salvato i bimbi in Kosovo e non sono una martire. Sono una ragazza come tante, magari leggermente incline all’attivismo politico e un po’ rompicoglioni, ma che decide di agire su una base etica e civile.

Voglio fare bene il mio lavoro, e boicottare chi la pensa allo stesso modo del mio ex manager.

Pensateci: a volte agire di persona ripaga più di cento like messi a un link e di cento re-post tratti dall’Huffington o da qualsiasi altro blog un po’ di sinistra.

A volte, se per la strada si sentono dei ragazzini gridare “cicciona”, si corre e si prende a sberle qualche guancia coi brufoli.

A volte, se il tuo manager è un maschilista, tu prendi, ci litighi e te ne vai.

Il mio articolo è un invito ad agire, e a mandare a quel paese questo cazzo di body shaming e questa cazzo di mentalità sbagliata. Ma l’azione deve partire da noi, soggetti attivi.

Non restiamo meri spettatori.

Leggi i commenti (3)
  • hai fatto bene a protestare, Muriel non è grassa, sarà forse in lievissimo sovrappeso ma anche se fosse grassa non è giusto offendere. Voglio però dire che senza offendere nessuno va accettato serenamente che esistono corpi maschili e femminili per natura snelli non scheletrici per natura e formosi non obesi che sono fisicamente più belli di altri, tutti possono piacersi e piacere a qualcuno ma esistono tanti uomini e donne fisicamente più belli e i loro corpi non sono innaturali, un corpo tonico non è irrealistico, esiste ed è naturale come gli altri, dire che un corpo bello (non doco perfetto, dico bello, e il corpo di Lca Argentero e Margot Robbie è bello a naturale anche senza photoshop) ha un potere attrattivo maggiore non è bodyshaming, va accettato serenamente

  • esistono corpi per natura sanamente snelli e corpi formosi non obesi, tonici che sono più belli in linea di massima di corpi molto grassi o scheletrici, accettiamolo non c’è nulla di imposto o conformista in questo, l’importante è non offendere

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