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Misfits – intervista al regista

Misfitsintervista al regista

Recentemente abbiamo recensito un documentario molto interessante e commovente, Misfits, alla cui regia troviamo un talentuoso regista danese: Jannik Splidsboel.

JANNIK_SPLIDSBOEL

Misfits, che ha debuttato al Berlin Film Festival a inizio di quest’anno,  segue la vita di tre adolescenti LGBT di Tulsa, in Oklahoma, mentre cercano di trovare la propria strada fra sentieri ostili e pieni di ostacoli.

Decisamente incuriositi e affascinati da questo documentario e dal suo originale punto di vista, ne abbiamo intervistato il regista, riuscendo a capire realmente chi sia l’uomo dietro a questo importante progetto.

– Perché hai deciso di girare questo documentario? Qual è il suo scopo?

Ho sofferto di bullismo da bambino – per via del mio orientamento sessuale – e inoltre penso tutti possiamo comprendere e relazionarci con i sentimenti di isolamento e odio verso se stessi. Tuttavia, l’idea di essere gli unici a soffrire di tali sensazioni, è molto comune. Pertanto, volevo un film che parlasse di ragazzi che si oppongono sia al bullismo che all’omofobia, sebbene consapevoli di poter subire ulteriori conseguenze.

Poi mi sono ritrovato a leggere un articolo su un piccolo centro LGBT, l’OpenArms Youth Project, ubicato fra uno stretto spazio vuoto lasciato da due chiese a Tulsa, altresì conosciuta anche come la fibbia della Bible Belt statunitense. M’incuriosiva leggere di come ragazzini fra i 13 e i 17 anni riuscissero a essere se stessi persino in un ambiente così conservatore e rigido. L’OpenArms Youth Project sembrava essere stato creato apposta per il mio film.

– Qual è stato il momento più toccante? E che tipo di sensazioni hai provato, durante la realizzazione del film?

Ho sicuramente lasciato un pezzo del mio cuore a Tulsa. È stata un’esperienza grandiosa, piena di speranza e amore, sebbene alcune delle storie che ho conosciuto attraverso i ragazzi fossero assolutamente terribili. Credo che il film stesso abbia aperto gli occhi a moltissimi dei suoi protagonisti; ha ad esempio aiutato Ben a riconciliarsi con la sua famiglia. Praticamente stavo rivivendo la mia adolescenza, durante le riprese.

– Secondo te, cosa porta certi cristiani a diventare così estremisti? E perché alcune loro convinzioni sono dure a morire?

Penso che molte persone siano spaventate dall’ignoto e da quel che non capiscono. Sfortunatamente, la loro risposta a tutto ciò è spesso la violenza. La religione è una scusa per giustificare l’omofobia, e a te credente a te viene detto che va assolutamente bene così.

– C’è una sorta di Bible Belt persino in Danimarca. Quali somiglianze (e differenze) corrono fra quella danese e quella americana? Pensi possa essere un po’ più facile, per un ragazzo LGBT danese, vivere in quella zona della Danimarca, rispetto a uno statunitense (in termini di supporto da parte del governo e di atteggiamenti della società nei suoi riguardi?)

A essere sinceri, avevo pensato di girare il film proprio in Danimarca, prima di trovare l’OpenArms Youth Project a Tulsa. Tuttavia, la Bible Belt danese è molto piccola, e decisamente una minoranza in confronto a Tulsa, dove la presenza fisica e mentale della religione è imponente. Sono 2000 chiese contro 400000 abitanti. È davvero tantissimo. In Oklahoma non hai praticamente diritti fin tanto che sei minorenne, e i tuoi genitori possono spedirti in istituti che pensano di poter ‘correggere’ l’omosessualità in nome di Dio. Questo non è permesso in Danimarca, per esempio. Inoltre, gli studenti delle scuole pubbliche dell’Oklahoma non imparano a conoscere l’esistenza dei diversi orientamenti sessuali. Ecco un’altra delle molte cose che fa l’OpenArms Youth Project, fornisce lezioni di educazione sessuale.

Dopo il debutto del film in Danimarca, sono stato contattato da diverse persone (per la maggior parte uomini gay), che erano stati cresciuti in ambienti molto religiosi e ne avevano sofferto. Tutti, al fine di vivere una vita piena e poter essere se stessi, avevano dovuto allontanarsi dalla propria famiglia. Questo dimostra che l’intolleranza si trovi ovunque.

– Pensi che la discriminazione e l’omo/trans fobia cesseranno mai di esistere?

Sfortunatamente non credo smetteranno di esistere nel breve termine. Prendiamo per esempio la Russia: far parte della comunità LBT in Russia è una vera e propria sfida; il governo inventa sempre nuove assurde leggi per portare allo sfinimento e ‘punire’ omosessuali e transessuali. È tutto un gioco di potere. L’unica cosa che possiamo fare è contrattaccare pacificamente, e talvolta questo funziona anche. Quando la Barilla se n’è uscita fuori con una dichiarazione omofoba, la comunità LGBT (ma non solo) ha boicottato il noto marchio smettendo di comprarne i prodotti. Il CEO ha quindi dovuto fare un passo indietro. Ecco, essere presenti –ovunque e sempre – è un buon modo per contrattaccare pacificamente.

– Cos’ hai imparato, da questa esperienza?

Un sacco di persone non sono omofobe, semplicemente non sanno cosa significhi essere gay. Spero che film come Misfits possano aiutare a demistificarne il significato.

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Dal canto nostro, chiunque faccia parte della comunità LGBT deve essere più aperto: abbiamo bisogno di parlare, di rivolgerci a genitori, famiglie e amici. Se ci nascondiamo, come possiamo cambiare il modo in cui il resto del mondo ci vede?

– Quali altre tematiche ti piacerebbe trattare, nei tuoi futuri documentari?

Per qualche ragione scelgo sempre soggetti e tematiche riguardanti a persone che non trovano il proprio posto nella società. Forse alla fine sono film su me stesso …

Sto lavorando su una serie di documentari e sono nella produzione di un film, dove entrambi i protagonisti sono gay ma l’essere gay non è una tematica centrale nella storia.

E questo è mooooolto difficile da spiegare a un produttore eterosessuale: se i protagonisti non hanno problemi a essere gay, perché allora c’è bisogno siano gay?
Se nella sceneggiatura di un film ci vuoi mettere un personaggio gay, allora quella persona deve avere almeno un problema personale o quantomeno essere strana. O preferibilmente tutte e due le cose. Già, la strada è ancora lunga.

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Pieni di speranza e con una buona dose di cruda realtà, crediamo fermamente il lavoro di Jannik sia necessario al fine di accorciare la lunga strada verso l’eguaglianza, e ci troviamo assolutamente d’accordo quando ricorda l’importanza di contrattaccare pacificamente ed essere presenti (e lui lo è sicuramente).

Abbiamo bisogno di esserci, tutti, sia chi è parte della comunità LGBT e chi invece non lo è, perché le minoranze vanno sempre supportate.


Ps. Se siete interessati ai lavori di Jannik e ne volete sapere di più, vi consigliamo di dare un’occhiata a questo suo ultimo progetto in fase di realizzazione, le cui riprese avranno luogo sia in Danimarca che in Italia!

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