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Misfits, in alcuni posti amare significa avere coraggio
Dark Light

Misfits, in alcuni posti amare significa avere coraggio

Virgina Cafaro

‘Sei un omosessuale? Allora Dio ti odia. Proprio adesso, ora’

Così tuonano le parole di un predicatore della Bible Bet durante la parata di un Gay Pride.

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Remember Sodom & Gomarrha’, invece, è un minaccioso monito scritto su di un cartellone esposto con orgoglio alla contromanifestazione del medesimo Pride.

E allora qui sorgono spontanee due domande. Anzi tre:

1) Cos’è la Bible Belt?

2) Dio odia?

3) Dov’è Gomarrha?

Ma andiamo per ordine.

Cos’è la Bible Belt

Letteralmente, la sua traduzione significa ‘cintura della Bibbia’.

Viene così chiamata perché, esattamente come una cintura, stringe (un po’ troppo) in vita gli Stati Uniti d’America, dividendoli in due parti: una dove circola il sangue e un’altra  invece dove fa un po’ più fatica. Quest’ultima corrisponde più o meno agli stati meridionali di questa nazione, che nello specifico sono:  l’Alabama, l’Arkansas, la Carolina del Nord, la Carolina del Sud, la Georgia, il Kentucky, la Louisiana, il Mississippi, il Missouri, l’Oklahoma, il Tennessee, il Texas e parte della Florida, dell’Illinois, dell’Indiana, dell’Ohio, della Pennsylvania, della Virginia e della Virginia Occidentale. Insomma, un bel po’ di nazioni.

All’interno della Bible Belt prevalgono, vivono e predicano folte comunità di fondamentalisti cristiani ed evangelisti conservatori che, come si può facilmente immaginare, non sono esattamente sempre tolleranti nei confronti di chi non vive come loro.
Questo porta a svariate discriminazioni basate sul credo religioso, che a sua volta dà inevitabilmente vita ai misfits, gli emarginati.

Dio odia?

A questa domanda è un po’ più difficile rispondere. Perché io, ad esempio, dico di no. Altri, come il predicatore di cui parlavamo prima, invece, rispondono di .

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Quello su cui vorremmo focalizzarci ora, però, non è tanto rispondere a questa domanda, quanto analizzare le conseguenze che un misfit incontra nel vivere in un posto in cui ci sono persone che predicano un Dio iracondo e vendicativo, felice di lasciar vivere i propri figli negli angoli più bui e dimenticati della società.

E di queste conseguenze ne ha parlato un talentuoso regista danese, Jannik Splidspoel, nel suo recentissimo Misfits.

Telecamera alla mano, Jannik Splidspoel si è addentrato a Tulsa, soprannominata ‘la fibbia della Bible Belt’, una cittadina di 400000 abitanti e 2000 chiese. Fra due di queste sbuca l’unico centro per ragazzi Lgbt, l’unico e solo porto sicuro per questa fetta di gioventù costantemente esposta a violenze verbali e fisiche.

Il servizio di questo centro è di vitale importanza, come ci dimostrano le vite dei tre ragazzi protagonisti del documentario che, fra i genitori che li hanno cacciati di casa e gli attacchi d’ansia, si affacciano a una finestra di difficoltà molto più grande rispetto a quella dei loro coetanei cisgender ed eterosessuali.

Tre ragazzi, dicevamo, con storie diverse alle spalle.  Tre esseri umani che ogni sabato si ritrovano in questo centro a parlare, discutere e ridere con altri esseri umani che ormai sono diventati una seconda (o prima) famiglia.

C’è Larissa, che ha cessato di essere una figlia dopo aver fatto coming out con la madre. C’era il migliore amico di Larissa, mancato protagonista del documentario, che si è tolto la vita perché non riusciva più a sopportare le angherie dei compagni di classe e della famiglia (subite, quotidianamente, per più di tre anni).

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C’è Ben, diciannovenne a cui è andata meglio che ad altri, nonostante un primo periodo di tensioni con il padre e il fratello, che ora lo accettano e si vergognano di aver pensato anche solo per un momento che avrebbero preferito un figlio/fratello morto piuttosto che gay.

E poi c’è D.  Nessun lavoro, nessun diploma, nessun certificato di nascita ufficiale. D. è quello che ti succede quando la famiglia ti caccia via di casa e tu non sai cosa fare e rimani abbandonato a te stesso. D. è forse il misfit per eccellenza, che però combatte l’intolleranza rialzandosi, pronto a pedalare (letteralmente) per trovare il proprio posto nel mondo.

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-Mamma, penso di essere gay […].

-L’ho sempre saputo.

– Non stavo ricevendo supporto né da mia sorella, né da mio marito, né dall’altro mio figlio. Quindi sono arrivata a pensare che forse sarebbe stato così, saremmo stati Ben ed io contro il mondo intero.

– […] Mi è stato detto che Ben era gay. E io l’ho guardato e gli ho detto: Ti odio. Non sei mio fratello. Preferirei vederti morto. […] *piange*.

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I misfit di Jannik sono dei vincenti, non si arrendono, nemmeno quando il mondo in cui vivono diventa pesante e respirare liberamente risulta parecchio difficile.

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Infatti, nonostante l’odio che viene sputato loro addosso persino da chi li ha messi al mondo, trovano lo spazio per esprimere se stessi, per fantasticare sul proprio futuro o per dare un bacio appassionato alla propria ragazza sotto una miriade di luci.

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Sebbene il fulcro del documentario sia rendere noto al mondo intero come viva la comunità Lgbt in una regione retrograda di un paese del primo mondo (un ossimoro pari solo a quello di una persona che predica amore e pratica odio), Jannik si concentra sui dettagli che rendono la lesbica e gendequeer Larissa, il gay Ben e il bisessuale D. degli adolescenti come tutti gli altri, che si truccano mentre spettegolano con un’amica al telefono, che si agitano prima di un’uscita fuori o che si guardano allo specchio indecisi su quale cappello indossare.

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Questi adolescenti, emarginati per via del loro orientamento sessuale, sono quindi mostrati per quello che sono realmente: dei semplici adolescenti. Non sono più la lesbica, il gay e il bisessuale, sono solo dei ragazzi che stanno cercando di capire cosa fare della propria vita e che vorrebbero sentire l’affetto dei propri cari durante il percorso.

Ed è per questo che Misfits arriva dritto nello stomaco come un pugno ben assestato: mostra il vero volto della discriminazione, quello che porta un’innumerevole quantità di persone ad allontanare altri esseri umani sulla base di convenzioni dettate dall’odio e dall’ignoranza.

Dov’è Gomarrha

Gomarrha esiste ed è ovunque.

A differenza di Gomorra (Gomorrah in inglese), i cui noti avvenimenti possono essere ritenuti veritieri o meno a seconda del proprio credo religioso, l’esistenza di Gomarrha è inconfutabile.

Ubicata ovunque nel mondo, consta di un non identificabile numero di abitanti, tutti caratterizzati da un comune aspetto: l’intolleranza (che non a caso fa rima con ignoranza).

Jannik Splidspoel cattura bene questa intolleranza, fin da subito, inquadrando per svariati secondi il cartello menzionato all’inizio, mostrandoci quanto ipocriti siano dei conservatori che, a una contromanifestazione di un Gay Pride, nemmeno siano in grado di scrivere correttamente Gomorrah.

Misfits e Gomarrha

Troppo spesso queste due realtà si scontrano, troppo spesso l’ultima prevale sulla prima.

Misfits sovverte questa regola e infonde speranza a chi, emarginato dalla società, crede di non avere più alcun motivo per vivere.

Il coraggio di Ben, Larissa e D. s’infonde dal documentario all’etere e diventa nostro, lasciandoci il compito di utilizzarlo per difendere i soprusi testimoniati e/o subiti

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