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10 citazioni che vi faranno venire voglia di (ri)guardare Mona Lisa Smile

10 citazioni che vi faranno venire voglia di (ri)guardare Mona Lisa Smile

Articolo di Alice Picco

Mentre facevo zapping in TV mi è capitato sotto gli occhi Mona Lisa Smile, una pellicola del 2003 ambientata negli Stati Uniti degli anni ‘50, in cui Julia Roberts interpreta Katherine Watson, una professoressa di Storia dell’arte che arriva al prestigioso college di Wellesley e si trova ad affrontare una realtà totalmente antitetica ai suoi principi. Fin dall’inizio si rende conto che il fine del college è quello di preparare le studentesse alla vita matrimoniale e casalinga, non esattamente quello che la Professoressa si aspettava.
Da qui inizia tutta una serie di battaglie per cercare di modificare, anche solo di poco, la concezione che le ragazze hanno della loro vita futura.

Ma qual era esattamente la condizione della donna negli anni ‘50?
Sicuramente si tratta di una donna in via di modernizzazione, che però è ancora relegata in un rigido sistema patriarcale, che andrà attenuandosi solamente negli anni ‘70. Grazie al progressivo aumento dei salari (ovviamente per gli uomini) e all’arrivo di una nuova tecnologia, chi se lo può permettere tiene la donna a casa, confinata in quello spazio chiuso che fin dall’antichità è considerato proprio della moglie e della madre, mentre l’uomo può avventurarsi nel “fuori”, radicalizzando così la divisione sessuale dei ruoli.
Gli anni ‘50 sono anni in cui la donna viene sottoposta ad una serie di costrizioni molto rigide, mentre la sua identità si definisce in relazione ad un ruolo ben definito e circoscritto all’ambito domestico: basti pensare al fatto che nel 1951 solo l’1,5% delle donne iscritte all’università riesce ad arrivare alla laurea.
In tempi in cui imperversano la Guerra fredda e il maccartismo, ad un uomo è ancora riconosciuto lo ius corrigendi nei confronti della moglie, mentre nel mondo lavorativo le donne sono sempre più segregate alle qualifiche più basse e vengono private del diritto di avanzamento di carriera.
Sono queste stesse donne che esprimono il proprio malessere a Betty Friedan, che nel 1963 pubblica La mistica della femminilità, un saggio che contiene interviste a donne del suo tempo e riflessioni sulla loro condizione. La Friedan diventa così una cronista del malcontento delle donne americane di classe media e di media cultura, che soffrivano di una profonda insoddisfazione, di problemi di identità e soprattutto di un enorme senso di vuoto.

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Veniamo ora alle citazioni vere e proprie. In realtà ce ne sarebbero molte di più, però ho cercato di isolarne un gruppo ristretto per dare un’idea generale dei motivi per cui Mona Lisa Smile merita di essere visto. Iniziamo?

1. «Si vociferava che Katherine Watson compensasse con il cervello ciò che le mancava come pedigree. […] Era venuta perché voleva fare la differenza.»                                  

Tutto il film si potrebbe racchiudere in quest’unica frase: la professoressa Watson non appartiene ad una classe sociale altolocata ma “sembra” che sia intelligente ed arriva a Wellesley con l’intenzione di cambiare qualcosa. Chi pronuncia questa frase è Betty Warren (interpretata da Kirsten Dunst), una delle allieve meno inclini a modificare il proprio pensiero, in favore di un conservatorismo che per lei è di famiglia.

       2. «Cerca di stare in guardia: troppa indipendenza spaventa

Questo è un consiglio che viene dato alla Watson da Amanda Armstrong, personaggio che compare poco nella pellicola ma che riveste una grande importanza: non solo è lesbica dichiarata, ma viene anche licenziata per aver distribuito degli anticoncezionali alle ragazze che ne facevano richiesta. Chi più di lei, quindi, può capire la pericolosità del pensiero progressista nell’ambito di Wellesley.

       3. «Fra qualche anno la vostra unica responsabilità sarà quella di badare a                vostro marito e ai vostri figli. Forse siete tutte qui per un trenta e lode, ma              il voto che avrà più importanza di tutti sarà quello che lui vi darà, non il                mio.»

A parlare è Nancy Abbey, insegnante di linguaggio, dizione e portamento. Si rivolge ovviamente alle studentesse a cui sta facendo lezione, ricordando loro ancora una volta quale sarà il loro ruolo dopo il college: non solo saranno destinate alla vita di mogli e madri, ma saranno anche sottoposte al giudizio del marito.

       4. «Se tu fossi mia non ti avrei mai lasciata andare.»
           «Non avrei chiesto il tuo permesso.»

Mentre sorseggiano un drink in un locale, la Professoressa Watson e il Professor Bill Dunbar, insegnante di italiano, ragionano su quanto siano costrittive le regole e le tradizioni di Wellesley e arrivano a parlare del compagno di Katherine, che è rimasto in California. In questo botta e risposta la Watson rivendica ancora una volta – e con tutto il candore possibile – la sua indipendenza e la sua libertà di scelta non tanto in quanto insegnante, ma in quanto donna.

       5. «Qui c’è scritto che ha scelto giurisprudenza. In quale università vorrebbe                specializzarsi?»
          «Non ci ho ancora pensato veramente. Insomma, una volta laureata                         intendo sposarmi.»
          «E poi?»
          «Poi sarò sposata.»
          «Può fare entrambe le cose

Questo è uno stralcio di un dialogo tra la Professoressa Watson e Joan Brandwyn, studentessa modello e migliore amica di Betty Warren, e da quest’ultima influenzata per quanto riguarda la vita dopo il college. Per la prima volta la Watson prospetta alle ragazze – e a Joan in particolare – una vita diversa da quella che sembra essere già stata pensata per loro. Non esiste SOLO il matrimonio o SOLO la laurea, come viene insegnato a Wellesley, ma una donna è libera – se lo desidera – di conseguire entrambi questi obiettivi, senza che l’uno vada a ledere l’importanza dell’altro.

       6. «Sei così vicina ad ottenere tutto quello che hai sempre voluto e così vicina            a perderlo

Durante una cena a casa di Betty Warren e del marito (perché sì, la Warren si è effettivamente sposata), davanti ad un’orgogliosissima padrona di casa che mostra una lavatrice ed un’asciugatrice nuove fiammanti, Joan confida all’amica di aver compilato la richiesta per Yale con l’aiuto della Watson. La reazione della Warren è a dir poco offesa, anzi, si arrabbia proprio: come fa la sua amica Joan a non capire che la cosa più importante è il matrimonio? Come è possibile che abbia fatto richiesta per l’università senza nemmeno dirglielo? In realtà, la reazione di Betty, benché sul momento possa sembrare di superiorità, non è altro che invidia nei confronti dell’amica, che si trova ad avere la possibilità di fare qualcosa di diverso, qualcosa che molto probabilmente in fondo avrebbe voluto fare anche lei, ma le è stato impedito dall’educazione profondamente conservatrice che ha ricevuto in famiglia, prima ancora che a scuola.

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       7. «Mentre le nostre madri furono chiamate a lavorare per la libertà, è nostro            dovere, anzi, nostro obbligo, reclamare il nostro posto in casa, dando alla                luce bambini che tramanderanno le nostre tradizioni nel futuro. C’è da                    chiedersi come mai la Professoressa Katherine Watson, docente della                      facoltà di Storia dell’arte, abbia deciso di dichiarare guerra al sacramento              del matrimonio. I suoi insegnamenti sovversivi incoraggiano le nostre                    ragazze a respingere i ruoli per i quali sono nate

Ed ecco che, dopo la discussione con Joan, Betty scrive un articolo sul giornale del college invitando a considerare il motivo per cui la Professoressa Watson, donna non sposata, si ostini ad osteggiare il conservatorismo e addirittura a traviare le studentesse. La domanda della Warren è implicita ma lampante: forse che Katherine Watson è contraria al matrimonio proprio perché lei per prima non è stata in grado di trovare un uomo?

       8. «Io credevo di venire in un posto che avrebbe sfornato i leader di domani,              non le loro mogli!»

In quest’unica frase si riassume tutta la frustrazione di Katherine Watson, che, dopo aver letto l’articolo scritto dalla Warren, si sfoga con il Professor Dunbar. Lei, che era venuta a Wellesley per fare la differenza, ormai sta per gettare la spugna, convinta di stare combattendo contro i mulini a vento. Non solo, in questo sfogo è racchiusa anche tutta la convinzione della Watson di poter insegnare alle ragazze ad essere ciò che vogliono nella vita, delle donne indipendenti, non le mogli di uomini indipendenti.

       9. «Viene in classe e ci dice di guardare oltre l’apparenza, ma lei non lo fa. Per            lei una casalinga è una donna che ha venduto l’anima per una casa in stile            coloniale, non ha spessore, intelletto, interessi. É stata lei a dire che potevo            fare tutto quello che volevo: questo è quello che voglio.»

Eccoci al punto cruciale: Joan Brandwyn si è sposata, lasciando così perdere Yale, pur essendo stata accettata. Katherine Watson va a casa sua per cercare di convincerla a non abbandonare l’idea dell’università, tuttavia la Brandwyn le dà una risposta che lei stessa non si aspettava. Forse è davvero la Watson che – nonostante tutto ciò che predica – non riesce a vedere al di là delle proprie convinzioni. Forse è lei che non riesce ad accettare che una donna possa preferire la famiglia alla carriera. Forse è lei la prima ad avere pregiudizi basati su stereotipi che lei stessa ha alimentato. Ed ecco che la paladina dei diritti delle donne viene per così dire “smascherata”: non è più la donna sicura di sé e delle proprie convinzioni, capisce che lei stessa, per prima, non deve cadere nella trappola dell’ideologia.

       10. «La mia professoressa, Katherine Watson, vive secondo le proprie                             convinzioni e non accetta compromessi, neanche per il college. Dedico                     questo mio ultimo articolo a una donna straordinaria, che ci è stata di                   esempio e ha convinto tutte noi a vedere il mondo attraverso nuovi occhi.               Quando leggerete questo mio scritto, lei si sarà già imbarcata per                              l’Europa, dove so che troverà nuove barriere da abbattere e nuove idee                    con cui rimpiazzarle. Ho sentito dire che ha gettato la spugna per                            essersene andata, una girovaga senza meta, ma non tutti quelli che                          vagano sono senza meta, soprattutto non coloro che cercano la verità                      oltre la tradizione, oltre la definizione, oltre l’apparenza.»

Incredibile a dirsi, è proprio Betty Warren, l’alunna più conservatrice e che più osteggiava la Professoressa, a scrivere queste parole pochi giorni dopo il diploma, quando ormai la Watson ha deciso di non restare a Wellesley alle condizioni restrittive della preside. Penso che questo brano, benché non contenga la parola “femminismo”, sia l’essenza di questo concetto. Katherine Watson ha saputo insegnare alle sue studentesse non un nuovo modo di vivere, ma – decisamente più importante – un nuovo modo di vedere la vita, uno strumento prezioso per aiutarle a diventare donne indipendenti nel pensiero e nei fatti.

Quello che la Watson chiede è semplicemente di considerare l’idea della parità (d’altra parte i tempi non erano ancora maturi per un’attuazione vera e propria della suddetta parità); vuole rendere consapevoli le ragazze del proprio diritto a scegliere ciò che è meglio per loro stesse, senza farsi influenzare da ciò che la tradizione vuole per loro.

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