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La musica oggi: ipersessualizzazione, stereotipi e alternative

La musica oggi: ipersessualizzazione, stereotipi e alternative

di Maria Sara Cetraro

Lo star-system “al femminile”

L’ossessione del corpo e del sesso nei video-clip e nelle performance delle pop star americane.

Da quando le canzoni sono diventate fruibili anche attraverso il video-clip, l’immagine, nel mondo della musica, ha acquistato sempre più importanza. In 3 minuti o poco più, la storia raccontata o la sequenza di immagini proposte (più o meno legate da un filo logico) devono risultare convincenti, suscitare emozioni, stimolare l’identificazione, rimanere impresse nella memoria, e soprattutto invogliare il pubblico a comprare il disco.

La melodia, l’arrangiamento, le qualità vocali dell’interprete, da sole, non bastano più. C’è bisogno di creare un personaggio, di rivestire con allettanti qualità esteriori l’“involucro” della voce. Questa necessità risulta ancora più stringente se consideriamo il panorama della musica pop “al femminile”, soprattutto quello americano: cantanti strabilianti non soltanto dal punto di vista vocale, ma ancora di più dal punto di vista fisico ed estetico.

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Analizzando i video-clip delle più famose canzoni degli ultimi anni, spaziando da Beyoncé a Christina Aguilera, da Lady Gaga a Rihanna, da Jennifer Lopez a Shakira, fino a Miley Cyrus e così via, il comune denominatore è evidente, ai limiti dell’ossessione: il “perfetto” connubio tra corpo e sesso.
Del resto, anche molti testi sono infarciti di allusioni o espliciti messaggi di natura sessuale, come se questo dovesse essere l’unico, o quantomeno il prevalente, argomento della musica pop contemporanea.

Miley-Cyrus-Twerking

Corpi seminudi, vestitini succinti, seni e fondoschiena ben in vista, passi di danza studiati ad hoc per rendere ancora più eccitante la fruizione delle immagini, soprattutto da parte del pubblico maschile. Il fenomeno più in voga tra le star, di questi tempi, si chiama twerking e si riferisce ad un movimento sexy che consiste nel far “tremare” i glutei mettendo in evidenza la perfezione delle curve. La danza, di per sé, è di origine africana, ma nel suo recupero attuale non vi è alcun intento etnografico, bensì la volontà di rendere più spicy l’immagine già sessualmente connotata delle pop star (es. “Check on it” di Beyoncé, “Twerk it” di Busta Rhymes e “Pour it up” di Rihanna). Le giovani interpreti si mostrano così come “gattine” disposte ad accontentare le voglie dei rispettivi partner, strusciandosi o dimenandosi sui loro corpi con movimenti che lasciano ben poco all’immaginazione; in altri casi, le stesse donne affermano con decisione il loro “potere”, dominando gli uomini e usandoli per soddisfare le loro fantasie, in perfetto stile bad girl.

Un panorama musicale “alternativo”

Il cantautorato femminile contemporaneo

Fortuna che di giovani cantanti e cantautrici “vestite” ce ne sono, ragazze che hanno saputo fare della loro voce l’unico strumento di seduzione, accompagnate da una chitarra o un pianoforte. Fanno meno notizia, forse perché preferiscono sale da concerto più raccolte e una ricerca più sperimentale nello stile (Polly Palusma, Norah Jones, Regina Spektor, Zoë Lewis, Corinne Bailey Rae, Ingrid Michaelson, Sara Bareilles giusto per consigliare qualche nome attuale) o perché il loro rapporto con la musica ancora si fonda sulla preziosità dell’elemento “canzone”, piuttosto che sull’incidenza in termini commerciali del video-clip.

Un fenomeno nostrano: Diana Del Bufalo e le canzoncine dissacranti contro gli stereotipi

Negli ultimi mesi ho avuto modo di osservare due fenomeni interessanti dal punto di vista musicale ma soprattutto mediatico: due giovani cantanti che hanno raggiunto il successo andando contro le “regole” dello star-system, la prima per via dei contenuti delle sue canzoni, la seconda forse per ragioni legate più al look che alla voce. Mi riferisco a Diana Del Bufalo e a Suor Cristina Scuccia, entrambe conosciute per la loro partecipazione a due talent-show, “Amici 2010” la prima, “The Voice 2014” la seconda, con annessa annunciata vittoria.

Già nel corso dell’esperienza televisiva, Diana Del Bufalo si era fatta notare per la sua eccentrica spontaneità e la sua verve un po’ anti-conformista, ma queste qualità hanno trovato la loro massima espressione nei video che la ragazza ha iniziato a postare per gioco sul suo profilo facebook, nei quali propone brani da lei stessa composti, sorprendenti per l’esilarante connubio tra la sua intonatissima voce pop e i testi dissacranti che prendono di mira ragazzi inaffidabili, luoghi comuni sull’amore e scomodi stereotipi di genere.
Ce l’ho pelosa” recita il suo tormentone estivo, intitolato “La foresta”, contro le modelle ritoccate sulle riviste e la mania della perfezione estetica: un boom di condivisioni sui social network, un successo inaspettato per questa ragazza che sembra proporsi come la nuova paladina di un girl power “acqua e sapone”.

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Suor Cristina, invece, è riuscita a far parlare di sé anche oltre oceano: la sua blind audition con le reazioni incredule dei coach – persino le lacrime di J-Ax – e le ovazioni del pubblico in delirio hanno generato stupore e divertimento negli americani, abituati a tutt’altro genere di aspirante pop-star. Il video dell’esibizione è salito in vetta alla classifica dei più cliccati su Youtube, e l’avventura della 25enne siciliana è stata seguita da milioni di italiani divisi tra critiche ed elogi per quella che ad oggi risulta la novità più interessante all’interno di un talent canoro. C’era chi rilevava l’incompatibilità tra la sete di successo della suora orsolina e la sua scelta di vita votata all’umiltà e alla preghiera e chi, al contrario, ravvisava nella sua partecipazione al programma un segnale forte da parte della Chiesa, una volontà di evangelizzazione più diretta ed efficace, capace di volgere a proprio favore gli strumenti della mondanità.

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La ragazza “pelosa” e la suora: il contrario di quanto ci aspetteremmo pensando al binomio donne-musica pop.
Al di là del loro esito più o meno eclatante, ciò che emerge da queste due storie è quello che potremmo definire il “potere dell’anomalia”, tipico di quelle situazioni in cui la reazione immediata rappresentata dalla risata pian piano lascia il posto alla riflessione… Sempre che gli osservatori siano abbastanza sensibili da cogliere la provocazione.

E se provassimo ad affinare questa sensibilità per tentare di cambiare le cose?
Scegliere l’umorismo come chiave di lettura della realtà per rovesciare stereotipi e pregiudizi ingombranti, individuare alternative intelligenti ad un modello martellante di intrattenimento al femminile che non ci rispecchia e non ci valorizza in quanto donne e artiste… A voi la “sfida” di cercare altre soluzioni vincenti!

Pic by Dale Martin from Los Angeles, California, United States (Flickr  Uploaded by JohnnyMrNinja) [CC BY 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

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