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My hijab, my choice: parliamo di femminismo islamico

Articolo di Laura Chiarello

Si è celebrata il 1 febbraio l’ottava “Giornata Internazionale del Velo” (World Hijab Day), istituita nel 2013 in segno di riconoscimento e rispetto verso le milioni di donne musulmane che indossano l’hijab e vivono una vita di modestia. La modestia, o haya, è una delle principali caratteristiche dei credenti musulmani di entrambi i sessi. Si tratta di una pudicizia di ampio respiro, un rispetto di sé e degli altri, che è molto di più di una semplice modalità di apparire. Essa è un intreccio di attitudini e abitudini positive, conformi con la propria fede, che insistono sul condizionamento o il controllo della vista e della parola.

Nazma Khan, bengalese residente a New York, ha dato inizio a questa ricorrenza per invitare le donne (“non-hijabimuslims/non-muslims”) a vivere per un giorno il velo. Lo scopo di Nazma è contrastare le controversie sui motivi per cui le donne musulmane scelgono di indossare o meno l’hijab. Una delle tappe fondamentali del movimento è stato il suo riconoscimento da parte dello Stato di New York nel 2017, stesso anno in cui la Camera dei Comuni del Regno Unito ha ospitato un evento organizzato da Tasmina Ahmed-Sheikh (deputata dal 2015 al 2017) a cui ha preso parte anche il primo ministro Theresa May. In un articolo del Times, Tasmina scrive:

Dato il clima corrente, il World Hijab Day ha un’importanza ancora più grande. Noi dobbiamo chiaramente sostenere che le donne hanno diritto di scegliere cosa vogliono indossare-non indossare, ovunque e comunque. Dovremmo essere fieri di celebrare questo evento, non solo per la tolleranza religiosa ma per i diritti delle donne in tutto il mondo.

Nel 2018 l’organizzazione del World Hijab Day è diventata no-profit: la sua missione è combattere la discriminazione contro le donne musulmane attraverso la conoscenza e la tolleranza.

Si legge in un recente articolo del National Review che questa festa sia carica di ipocrisia:

There’s no need to dwell on the irony of an American Muslim woman protesting to win the freedom to wear a hijab in the freest country on earth, or of encouraging Western women to give the hijab a try when women in Iran and Saudi Arabia are openly defying their male custodians by taking off their hijabs.

(L’autrice sottolinea l’inutilità di protestare per la libertà di indossare l’hijab nel paese più libero del mondo, quando in Iran e in Arabia Saudita queste donne di fede musulmana sfidano le leggi fortemente patriarcali dei propri Paesi togliendosi l’hijab.)

Tuttavia va detto che questo giorno è celebrato in solidarietà con tutte le donne che non possono scegliere se indossare l’hijab o non farlo. Queste donne cercano di far comprendere la libera scelta riguardo al velo: ciascuna donna musulmana dovrebbe vivere la propria religiosità nel modo che ritiene opportuno in qualsiasi parte del mondo. Si celebra questa giornata perché in molti Paesi questa libertà di scelta non è consentita; spesso nei Paesi occidentali una donna velata è attaccata da pregiudizi e commenti razzisti.

Secondo le femministe islamiche, la subordinazione delle donne in una società profondamente patriarcale non fa parte del discorso islamico, ma è il prodotto di interpretazioni di èlite maschili che negano il punto di vista femminile. La condizione di subordinazione della donna nell’Islam non è quindi dovuta alla religione in sé, ma all’esclusione delle donne dal processo esegetico. Attiviste e teologhe dei testi sacri si impegnano per svolgere un lavoro di studio di genere sui testi islamici, come il Corano e gli ahadith (detti e fatti del Profeta). Fondamentali figure del femminismo islamico sono Riffat Hassan, Fatima Mernissi, Leila Ahmed, Amina Wadud, Asma Lamrabet.

Le femministe islamiche partono quindi dal processo esegetico, da uno studio delle fonti dell’Islam (Corano e ahadith). Riguardo al velo esse affermano la piena libertà di scelta per le donne e sostengono che questa libertà sia insita nel messaggio coranico, quindi è profondamente anti-islamico e anti-femminista imporre il velo o viceversa obbligare a non indossarlo.

Il velo è una delle pratiche adottate dall’Islam fin dal principio, ma si afferma come simbolo della segregazione tra i sessi, per tutte le donne, soltanto a partire dall’epoca abbaside (750-1258), in cui viene codificato il fiqh, la giurisprudenza islamica. Difatti nella umma appena nata, nel VII secolo e in Arabia, la vita delle donne è caratterizzata dalla partecipazione alla comunità. Il velo viene imposto inizialmente solamente alle mogli del Profeta e sarebbe “il punto di arrivo di tutta una rete di conflitti e tensioni”, come sostiene Fatima Mernissi in “Le donne del Profeta”, che propone una rilettura di genere del testo sacro, contestualizzando il testo coranico. Muhammad (Maometto) crea così una distanza tra le sue spose e la folla che si accalca all’uscio della sua casa.

Il termine hijab significa “velo”, “tenda”, “schermo”, nell’accezione di “separazione spaziale”, “visuale”, ma anche di protezione, e appare nel Corano sette volte (VII, 46; XVII, 45; XIX, 17; XXXIII, 53; XXXVIII, 32; XLI, 5; XLII, 51). Il versetto 53 della Sura XXXIII viene considerato dai fondatori della scienza religiosa la base dell’istituzione dello hijab. Scrive la sociologa marocchina Fatima Mernissi

[Per i credenti musulmani] l’hijab è un concetto chiave, come quello di peccato nella civiltà cristiana e ridurlo ad uno straccio che gli uomini hanno imposto alle donne per velarle quando camminano per strada, vuol dire impoverire questo termine, se non addirittura svuotarlo del suo significato.

Difatti l’hijab è un atto di modestia, di fede, che non presuppone la sottomissione della donna. La funzione di questo simbolo religioso è quella di non attirare l’attenzione sul proprio corpo davanti agli uomini non mahram (i mahram sono gli uomini con cui è escluso il matrimonio, ad esempio il padre, il fratello, il figlio etc.) e si inserisce all’interno di un più generale discorso di modestia. Quest’ultima non è raccomandata solamente alle donne, ma anche agli uomini.  La modestia non è quindi semplicemente avere abiti che non fanno vedere le “forme” o “succinti”, ma riguarda il comportamento in generale del credente.

Sebbene il termine hijab sia nominato nel Corano solamente sette volte, esso ha provocato una risposta cruciale nella vita delle donne musulmane: la scissione dello spazio musulmano in due universi, quello dell’interno (il focolare domestico), e quello dell’esterno (lo spazio pubblico).

Quando si parla del “velo”musulmano si deve anche tener conto delle interpretazioni individuali dell’Islam, inserite in contesti socio-economici e geografici che variano per tutti i popoli. Il velo nell’Islam, infatti, è plurale e viene indossato differentemente in base alle interpretazioni dei testi sacri, dell’origine geografica delle donne e dei gusti personali. Esiste una notevole pluralità di veli e occorre fare chiarezza.

I principali tipi di velo sono: l’hijab, il niqab, il khimar, lo chador e il burqa. L’hijab è un foulard che nasconde orecchie, nuca e capelli; il niqab è invece il velo con cui la donna musulmana copre il volto tranne gli occhi, solitamente è nero ed è costituito da un tessuto leggero poggiato sul naso; il khimar è un grande velo che la donna porta sulla testa, coprendo i capelli, il collo e il petto, a eccezione del viso; lo chador è il tipo di velo indossato dalle donne musulmane sciite ed è un pezzo di tessuto semicircolare che poggia sul capo e cade attorno al corpo, tenuto insieme dalle mani della donna che lo afferra sotto o attorno al mento (imposto nel 1979), inoltre diverse donne musulmane in Iran piegano il tessuto sopra la fronte per coprire le sopracciglia ed è indossato su altri indumenti quando la donna esce dalla casa; il burqa è un telo ampio e lungo, generalmente di colore azzurro, che copre tutta la figura incluso il velo, dalla testa ai piedi, ed è traforato all’altezza degli occhi per consentire la vista, generalmente è utilizzato in Afghanistan.

Nel dibattito pubblico, sembra che l’autodeterminazione delle donne di fede islamica nei Paesi occidentali non possa prescindere dal giudizio sui loro costumi tradizionali, come se il diritto di ogni donna di vestirsi come vuole (o come ci si aspetta che voglia) simboleggiasse il metro dell’emancipazione femminile. Il femminismo occidentale tende a escludere le donne musulmane, perché la loro fede e la loro modestia sembrano dipingerle come oppresse. Oggi, per molte, indossare il velo è una scelta personale. Quelle che non lo indossano esprimono rispetto per le donne che lo fanno e il velo è considerato un simbolo che cela le differenze e crea uguaglianza. Rispettare la scelta delle donne musulmane è essenziale per un discorso di vero femminismo intersezionale, e combattere affinché chi è costretta abbia libertà di scelta è di primaria importanza.

Consigli di lettura per approfondire l’argomento:
-Renata Pepicelli, “Il velo nell’Islam: storia, politica, estetica”, Carocci editore, 2012; “Femminismo islamico” Carocci editore, 2010
-Fatima Mernissi, “Le donne del Profeta”, ECIG-Edizioni culturali internazionali Genova, 1992
-Leila Ahmed, “Oltre il velo (La donna nell’Islam da Maometto agli ayatollah)”, La nuova Italia Editrice, 1995
Commenti (1)
  1. Avatar ned ha detto:

    a livello sombolico il velo è sinbolo di oppressione, dover nascondere il corpo e le forme perchè “peccaminose” è indice di una cultura sessuofoba e misogina, questa è la realtà. poi ognuno si vesta come vuole putchè si veda il volto. ma femminismono cattolico, islamico o ebraico è un ossimoro, le religioni sono incompatibili con i diritti delle donne. comunque oltre al diritto di indossare il velo io mi preoccuperei anche di difendere le ragazze che non lo vogliono portare e rischiano la pelle anche per mano dei parenti

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