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Nessuna da sola!: la raccolta fondi in sostegno delle sex worker durante la pandemia
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Nessuna da sola!: la raccolta fondi in sostegno delle sex worker durante la pandemia

Redazione
Articolo di Lara Conte

Sono già passati tre mesi da quando la malattia respiratoria da Coronavirus (COVID-19), causata dal nuovo ceppo SARS-CoV-2, ha fatto la sua comparsa a Whuan, in Cina, diffondendosi poi a macchia d’olio nel resto del mondo. L’Italia, al secondo posto per numero di contagi a livello globale, si avvicina al primo mese di quarantena nazionale, entrata in vigore lo stesso giorno in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarava lo stato di pandemia.

Per la maggior parte delle persone che conosco, è la prima volta che si fanno i conti con una situazione del genere: l’impossibilità di muoversi liberamente e l’imposizione e la scelta di rimanere a casa, come atto di responsabilità collettiva verso la salute di tutte e tutti. Tale imposizione, però, ha anche un’altra conseguenza: quella di svelare i privilegi, le contraddizioni e le ingiustizie che abitano quotidianamente le nostre società, molte delle quali rese ancora invisibili nel quotidiano ma che assumono in questo contesto aspetti ancora più drammatici perché amplificati dalla situazione di crisi che stiamo vivendo.

In un momento in cui le persone hanno necessità assoluta di accedere liberamente alla sanità e alle misure finanziarie di sostegno al reddito, emergono con drammatica chiarezza i presupposti necessari per l’esercizio di altrettanti diritti: diritto a un documento, diritto al lavoro, diritto alla casa, diritto alla residenza. Questi diritti non sono riconosciuti a tutte quelle persone costrette a vivere nel sommerso, condizione in cui si colloca gran parte del mercato del sesso. In tutto il mondo il sex work sta accusando pesantemente le conseguenze dello stato di emergenza, con la chiusura di club, hotel, sale massaggi ed eros center. Stesso discorso vale per la prostituzione su strada, che come tutti i lavori di cura implica un contatto fisico diretto con il cliente, caratteristica che attualmente la rende un’attività impraticabile, perché esposta a rischio di contagio. A oggi, l’impossibilità di lavorare sta portando sul baratro moltissimi lavoratori e lavoratrici del sesso, donne (cis e trans), italiane e straniere.

Per quanto riguarda il nostro Paese, ciò che schiaccia il sex work nel sommerso è la criminalizzazione e il disconoscimento come forma di lavoro vera e propria da parte dello Stato. Criminalizzare il lavoro sessuale significa non avere garanzie e diritti come la certezza di un reddito, incontrare difficoltà ad accumulare risparmi, non avere ferie, non avere la malattia, non poter chiedere sostegno economico nei momenti di crisi. E questo, durante l’emergenza attuale, si traduce concretamente nell’impossibilità per molti e molte di riuscire a pagare l’affitto e di comprare da mangiare.

Non tutti/e riescono a digitalizzare la propria attività per svolgerla da casa tramite piattaforme di Cam Sex e simili, perché non tutti/e hanno un pc, una connessione internet e un luogo privato dove poterlo fare. Inoltre, si tratta di tipologie di lavoro sessuale differenti, in cui rifarsi una clientela da zero e iniziare a guadagnare i soldi sufficienti non è certo un processo immediato.

Anche nei Paesi in cui il sex work è regolarizzato (come ad esempio in Germania, Svizzera e Paesi Bassi) il blocco del lavoro sessuale ha determinato un veloce impoverimento delle lavoratrici, come riportato dalle testimonianze raccolte dalla rete Tampep. Se le persone dotate di cittadinanza e registrate come professioniste hanno la possibilità di accedere ai fondi statali stanziati per l’emergenza, diverso è il discorso per la grande percentuale di sex worker migranti.

La situazione, sia in Italia che all’estero, è infatti ulteriormente aggravata per quelle persone irregolari sul territorio e senza accesso alla residenza anagrafica, a cui non è stata riconosciuta nessuna forma di protezione internazionale o ancora in attesa del rilascio del documento (e/o relativo rinnovo) a causa dei ritardi accumulati da questure, tribunali e ambasciate alle quali è stata imposta la riduzione delle attività al minimo indispensabile. Molte e molti sex worker migranti sono rimasti intrappolati all’interno dei confini dentro cui si trovavano, dopo la chiusura delle frontiere, impossibilitati a tornare nel proprio Paese di origine. Per queste persone, l’assenza di un documento significa la mancanza di accesso alle cure del medico di base, a cui si va ad aggiungere l’impossibilità di accedere liberamente al Pronto Soccorso durante la pandemia.

I vari collettivi e associazioni europei presenti all’interno del Comitato Internazionale per i Diritti dei Sex Worker in Europa (ICRSE), segnalano che molte di quelle persone che vivevano negli alloggi messi a disposizione dai club e dei saloni in cui lavoravano, una volta chiusi, sono finite per strada senza altre fonti certe di reddito. Il rischio di contagio vissuto dalle persone migranti raddoppia in proporzione alla discriminazione causata da uno status giuridico precario e ai luoghi in cui spesso si ritrovano a vivere: mi riferisco a luoghi affollati come i nuovi CAS e a quelli detentivi come i CPR, in cui il rispetto delle misure legali vigenti, a partire dalla distanza tra le persone e al divieto di assembramenti, è molto difficile se non impossibile da rispettare.

Giorno per giorno, le comunità locali di sex worker in giro per il mondo stanno facendo i conti con i costi umani dello stigma ai tempi del Coronavirus, in pieno stato di emergenza. La recessione economica e l’impossibilità di accedere ad altre fonti di sostentamento, costringe alcune/i sexworker ad esporsi al rischio di ricominciare a lavorare nonostante la pandemia.

Ed è proprio per continuare a tutelare la salute individuale e collettiva che i gruppi autorganizzati di sex worker e le associazioni che da anni lavorano al loro fianco si stanno mobilitando a livello internazionale per raccogliere fondi e distribuirli ai lavoratori e alle lavoratrici in grave necessità, coordinandosi all’interno del Comitato ICRSE e del Network europeo Tampep per la promozione dei diritti e della salute delle sex worker migranti.

Le campagne di raccolta fondi sono lanciate insieme all’appello rivolto ai governi europei di agire contro l’emergenza con misure adeguate che prendano in considerazione tutte le soggettività marginalizzate. Il documento pubblicato da ICRSE chiede che vengano assicurate ai e alle sex worker, alle loro famiglie e comunità, l’adeguato supporto sociale durante la pandemia del COVID-19:

La pandemia sta rivelando, con estrema urgenza, i modi in cui le/i sex worker sono obbligate a operare ai margini, in circostanze precarie, senza le protezioni di cui godono altri lavoratori.

Allo stesso modo l’appello di Tampep chiede che:

Tutte le persone che fanno affidamento sul reddito generato dal lavoro sessuale siano incluse nelle misure finanziarie di emergenza indipendentemente dalle leggi che circondano questa forma di lavoro.

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In Italia il Comitato per i Diritti delle Prostitute e l’Associazione Radicale Certi Diritti si sono unite a questi appelli, inviando una lettera al Governo con una serie di richieste fondamentali tra cui:

  • Introdurre un sostegno finanziario di facile accesso per i/le sex worker come sostegno al reddito
  • Garantire, in questo periodo di emergenza, la regolarizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori sessuali migranti e l’inserimento nei centri di accoglienza a chi ne faccia richiesta
  • Sollecitare misure di liberazione per le persone recluse in virtù di misure legate alle politiche su immigrazione, al fine di limitare la diffusione del COVID-19 nelle strutture preposte (CPR)
  • Adottare misure specifiche per l’emergenza abitativa riguardante i/le sex worker e più generalmente le categorie senza fissa dimora, in cui siano garantiti l’accesso alle misure di prevenzione ed eventualmente alle cure
  • Sospendere le sanzioni per il contenimento degli spostamenti ai soggetti che possono dimostrare di non poter ottemperare alle normative per cause forza maggiore, come nel caso degli ospiti di dormitori ai quali non è garantita la permanenza nelle strutture nelle ore diurne

Le stesse realtà firmatarie, insieme alle unità di strada e al neonato Gruppo di ricerca italiano su prostituzione e lavoro sessuale, stanno collaborando con il collettivo Ombre Rosse, collettivo transfemminista italiano di sex worker ed alleate che da anni lotta contro lo stigma e a favore della decriminalizzazione. Lo scopo è lanciare in Italia la raccolta fondi “Nessuna da sola!” per aiutare lavoratrici e lavoratori sessuali in difficoltà, aiutandoli concretamente ad affrontare le spese quotidiane.

Qui il link del crowdfunding dove poter dare il proprio contributo e fare la differenza in modo che nessun* rimanga da sol*.

Come ci ricorda l’appello di ICRSE, i governi hanno la possibilità di limitare e debellare l’epidemia solo sostenendo e coinvolgendo le lavoratrici e i lavoratori sessuali:

Ogni misura pensata per le/i sex worker deve basarsi sui principi di salute pubblica e dei diritti umani e deve essere sviluppata consultando le lavoratrici sessuali e le loro organizzazioni per limitare ogni impatto negativo. Questa crisi senza precedenti impone una collaborazione significativa tra tutti i settori della società, inclusi quelli più marginalizzati

Perché le/i sex worker sono parte della soluzione, non certo il problema.

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