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No, il mansplaining non è semplice arroganza
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No, il mansplaining non è semplice arroganza

Lorenzo Gasparrini

A volte è molto difficile spiegare cos’è un fenomeno sociale. Potrebbe non capitare a tutti e non essere evidente nella vita di molti; potrebbe essere necessario, per comprenderlo, avere conoscenze di discipline particolari o di argomenti non comuni che ne rendono complicata la divulgazione. Capita spesso a chi si occupa di argomenti di genere in Italia, e per due motivi: in questo paese c’è ancora una scarsa diffusione di questi studi, non si può certo dire che facciano parte del dibattito pubblico, e – cosa ben peggiore – la nostra cultura è piena di stereotipi, luoghi comuni, pregiudizi che rendono particolarmente difficile proprio quella diffusione.

Capita di sentire in giro o di vedere scritto in qualche social network un “punto di vista”, che in realtà è un vera e propria svista, una cosa come “il mansplaining non esiste, non dovrebbe esistere, è solo il tentativo di dare una connotazione di battaglia di genere all’aggettivo arrogante, a un comportamento prepotente”.

 

Purtroppo i fenomeni sociali, specie se esistenti e accertati da parecchio, non possono essere oggetto di una semplice opinione personale; o perlomeno, l’opinione dovrebbe essere informata dei fatti già esistenti, e non campata per aria. Di mansplaining si parla da più di dieci anni, da quando Rebecca Solnit, su questo fenomeno, ha scritto un libro di enorme successo (c’è anche in italiano). A parte Wikipedia, che pure ne parla esaustivamente, abbiamo anche recenti ottimi articoli che ne dicono molto e che non è difficile trovare, come quello su Softrevolutionzine e quello su InTheseTimes.

Esattamente come la virale traduzione italiana in minchiarimento non è ufficiale, neanche mansplaining è stato voluto dall’autrice che ha portato alla ribalta internazionale la specificità del fenomeno – a ulteriore riprova che tutto ciò accadeva da parecchio, ma non era ancora diffusa la sensibilità sufficiente, e i dati necessari, per metterlo in evidenza in particolare: una volta che il dibattito sociale si è diffuso, a dargli un nome ci hanno pensato i protagonisti stessi, e non chi se lo sarebbe “inventato”. Non si tratta affatto, quindi, di un “tentativo”, perché il mansplaining è un fenomeno sociale consolidato da secoli per il quale adesso abbiamo un nome. L’origine, spiegata già da Bourdieu ne Il dominio maschile, è il “diniego d’esistenza”, la pratica maschile di continuo indebolimento dell’opinione femminile tramite la pratica dell’interruzione, della frammentazione del dialogo. Più recenti riferimenti scientifici potete trovarli tramite Psychology Today, o in questa raccolta di studi in Bitchmedia, e in questo comodo Yellow Paper di Nextions.

È la stessa triste storia del femminicidio: non è “l’uccisione di una donna che non si sottomette a chi la opprime in quanto donna” a essere il fenomeno nuovo, è che finalmente si dà un nome specifico a una particolare violenza di genere per affrontarla più efficacemente e per provare a debellarla – e non perché, come sostengono negazionisti e negazioniste, lo si vorrebbe “più importante” di altre forme di violenza.

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Per questo il mansplaining non è semplicemente “arroganza”, ma quella particolare forma di arroganza che gli uomini pensano di poter esercitare come un diritto di parola verso una donna che sta parlando, o che è competente, o che è al centro dell’attenzione, in quanto uomini e non in quanto esperti o preparati sull’argomento. Questo fenomeno è ampiamente documentato e sarebbe ora di farlo finire, perché per quanto apparentemente lieve è invece una odiosa forma di violenza di genere che distrugge privatamente e pubblicamente la credibilità delle donne che ne vengono colpite. Non si tratta di una “connotazione”, ma della sua essenza: è una questione di genere nel senso più proprio.

Per questo motivo mansplaining continuerà a esistere finché sarà necessario indicare quella specifica forma di violenza per poterla debellare una volta per tutte.

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