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“Noi sex worker dobbiamo raccontare la nostra storia”

“Noi sex worker dobbiamo raccontare la nostra storia”

La RedTraSex celebra il suo anniversario. È attiva nel continente da 25 anni, e gli obiettivi che ha raggiunto hanno cambiato le vite di migliaia di donne.

María Lucila Esquivel aveva 21 anni quando ha iniziato a lavorare come sex worker. Lavorava nella Plaza Uruguaya di Asunción, la capitale del Paraguay, con altre 40 sex worker provenienti da diversi distretti del Paese, ed è rimasta con loro per 17 anni. Nella stessa piazza, anni dopo, avrebbe organizzato una protesta di sex worker e attiviste dell’Asociación Unidas por las Esperanza, di cui è direttrice, per chiedere una legge sul lavoro sessuale che le proteggesse da discriminazione e violenza nella società.

Esquivel è stata la prima sex worker a parlare di fronte all’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), e il suo lavoro di attivista tocca molti aspetti chiave di diversi movimenti femministi, come l’inclusione delle donne indigene, i diritti delle donne sul lavoro, il diritto all’accesso alle cure mediche e a una vita libera dalla violenza. Il suo primo approccio ai diritti umani è stato possibile solo grazie a Elena Reynaga, presidente della Rete latinoamericana e caraibica delle sex workers (RedTraSex), che questo mese celebra il suo 25° anniversario.

RedTraSex è nata nel 1997 in Costa Rica, dove le sex worker della regione si sono incontrate per la prima volta in occasione di una conferenza di formazione sull’HIV. “Lì ci siamo unite e abbiamo scoperto di avere gli stessi bisogni, di condividere le stesse paure e di subire le stesse ingiustizie nonostante vivessimo in Paesi diversi. Capire questo è stato fondamentale per arrivare a individuare l’entità del problema a livello regionale”, spiega Reynaga. Due anni dopo hanno fondato il Segretariato esecutivo regionale RedTraSex, che attualmente ha sede in Argentina. RedTraSex lavora da 25 anni sulle nozioni più complesse del femminismo comunitario e contribuisce a canalizzare il rapporto tra lavoro sessuale e diritti umani.

La Rete nasce da un’idea di Reynaga, un’attivista che non solo ha creato e presieduto l’Asociación de Mujeres Meretrices de Argentina (Ammar), ma è stata anche la prima sex worker nella storia a prendere la parola in una sessione plenaria della Conferenza internazionale sull’AIDS, in Messico nel 2008. La sua strategia di approccio alla struttura interna di RedTraSex si è concentrata sulla necessità di garantire una rappresentanza nazionale in tutta la regione: “Nella Rete non accettiamo lavoratrici indipendenti, ma collaboriamo solo con organizzazioni già consolidate in ogni Paese”, spiega Reynaga, “Qual è stata la prima sfida? All’inizio, quasi nessuno Stato dell’America Latina aveva associazioni che si occupassero dei diritti delle sex worker. Il mio compito era quello di andare di Stato in Stato per creare organizzazioni da zero con un servizio di formazione, consulenza e supporto logistico. Così, a poco a poco, siamo riuscite a costruire un movimento regionale istituzionale, con un ufficio, uno status giuridico, avvocatə, eccetera.

RedTraSex è costituita da organizzazioni di sex worker e/o ex sex worker attive in 14 Paesi: Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù e Messico.

Una lunga storia di proteste, tante voci contro gli abusi della polizia

Reynaga ha iniziato la sua carriera di attivista in Argentina nel 1994: “Venivamo da una dittatura militare che ci aveva devastate, eravamo molto provate. Qui, sebbene il lavoro sessuale non fosse criminalizzato, esistevano codici di infrazione che ci criminalizzavano. Quei codici sono in vigore ancora oggi in 17 province, e non siamo riuscite ad abrogarli. Prima di tutto volevamo mostrare al mondo gli abusi e i ricatti della polizia. I poliziotti che ci hanno arrestate e hanno usato violenza contro di noi erano gli stessi che ci chiedevano soldi per guardare dall’altra parte mentre lavoravamo”.

Nel 1995 si sono unite alla comunità gay e transgender argentina e al centro per i diritti umani del Paese per chiedere l’abrogazione della criminalizzazione del lavoro sessuale nella città di Buenos Aires, sostenendo che la detenzione di donne transgender e sex workers era incostituzionale: “In Argentina a quel tempo non ci consideravamo nemmeno lavoratrici, e sapevamo che nessuna organizzazione avrebbe fatto qualcosa per noi. Poco dopo abbiamo iniziato a lavorare per la causa dell’HIV. Ma il vero cardine della nostra organizzazione era dato dal fatto che non volevamo più andare in prigione, non volevamo essere violentate dalle auto di pattuglia. Volevamo tornare a casa vive. In un anno ho passato quasi otto mesi in carcere, solo per essere stata ferma all’angolo della strada”, racconta Reynaga.

Ben presto, nel marzo 1998, hanno ottenuto la prima vittoria: sono riuscite ad abrogare gli editti delle forze dell’ordine della città di Buenos Aires e gli articoli dei codici che criminalizzavano il lavoro sessuale nelle province di Entre Ríos e Santa Fé, nonché la modifica di due articoli del Codice dei reati di Santiago del Estero, dove, tra l’altro, il termine ‘prostituzione’ è stato sostituito con ‘lavoro sessuale’. “Eravamo paralizzate, perché quello era l’unico obiettivo che avevamo. E il lavoro che stavamo svolgendo era così intenso che non avevamo altri obiettivi. Poi ci siamo rese conto che la stessa cosa che stava accadendo nella capitale stava accadendo anche nella provincia, così siamo andate lì con un progetto di prevenzione dell’HIV.

“Il nostro peggior nemico è la clandestinità”

Marta, una sex worker che usa un nome fittizio sul lavoro e durante questa intervista per proteggere la sua identità, vive in Venezuela, uno dei Paesi in cui non ci sono organizzazioni per i diritti delle sex worker. Racconta la sua vita quotidiana, spesso costellata di abusi: “Sì, ho subito violenze dai clienti in alcune occasioni. Ma la violenza che mi preoccupa di più è quella della Polizia Bolivariana e della Guardia Nazionale. Mi hanno picchiata, mi hanno preso i soldi della giornata, mi hanno violentata. Il terrore psicologico è costante. Il problema della clandestinità è che subiamo tutto questo da chi dovrebbe proteggerci, e non abbiamo altra scelta che tacere. La clandestinità è come un’ombra, è molto difficile che vi cresca qualcosa di bello”. Marta è madre di tre figli e non si è mai interessata ad altre professioni: “Penso di essere brava in quello che faccio. Mi piace e si adatta a ciò che voglio e che cerco da un lavoro, alle mie capacità e alla flessibilità di cui ho bisogno, soprattutto in una situazione come quella del Venezuela. Quello che non mi piace è dover affrontare la violenza solo perché la polizia pensa che sia divertente maltrattarci mentre lavoriamo.”

In ReTraSex c’è una premessa fondamentale per la promozione e l’esercizio dei diritti delle sex workers: la clandestinità fa male. “Più il lavoro sessuale è clandestino, più la tratta prospera e più i trafficanti hanno potere. Stiamo collaborando con il Centro nazionale di ricerca argentino per mostrare al Governo i danni della clandestinità, e abbiamo già pubblicato diverse ricerche sull’importanza di inquadrare il lavoro sessuale nel contesto delle economie nazionali, dei processi migratori e dei diritti delle donne”, spiega Elena, riferendosi ai 78 rapporti che ReTraSex ha prodotto per analizzare la situazione del lavoro sessuale nella regione. “Ci sono dati e informazioni che devono essere analizzati in modo scientifico e sociologico per implementare migliori politiche pubbliche per noi sex worker. C’è una negazione brutale nell’abolizionismo, e gli abusi che subiamo sono dovuti a questo”.

Indicando la clandestinità come origine di una serie di problemi, Reynaga si riferisce non solo alla tratta e allo sfruttamento sessuale, ma anche al costrutto culturale secondo cui il lavoro sessuale dovrebbe essere vergognoso e chi lo svolge dovrebbe essere stigmatizzatə per quello che fa: “Ci sono molti casi di ricatto nei confronti delle sex workers, molti da parte di membri della famiglia che possono persino portare loro via ə figliə. Attualmente stiamo aiutando quattro ragazze che studiano e lavorano presso il Ministero dell’Istruzione in Argentina, e che rischiano di venire esposte. È qualcosa che influisce sulle loro vite, al di là della loro attività come sex workers: influisce sulla loro istruzione, sulla loro salute mentale. È enorme il potere che la clandestinità ha di danneggiarle.

L’impatto dell’organizzazione sociale

Il dibattito è enorme e spazia tra i caleidoscopici punti di vista dei movimenti femministi: come proteggere al meglio le sex workers in America Latina e nei Caraibi? Dipende da chi lo chiede ma, in linea di principio, si dovrebbero ascoltare le molte associazioni di sex workers che si sono organizzate in tutte le Americhe per creare reti per l’empowerment, la protezione e la difesa dei diritti delle sex workers con una profonda conoscenza del contesto. Sono loro che conoscono le proprie esigenze e che, attraverso un duro lavoro di organizzazione, sono riuscite a migliorare concretamente la propria vita: “Noi sex workers dobbiamo raccontare la nostra storia, parlare delle nostre esigenze in un contesto che conosciamo”, spiega Esquivel: “Penso che questo bisogno di controllo sul corpo delle donne sia puramente patriarcale, ci dicono come vestirci, come comportarci, come fare sesso. Non serve parlare di lavoro sessuale basandosi su un immaginario, le nostre storie sono reali.”

ReTraSex è arrivata a organizzare associazioni in quindici Paesi dell’America Latina, e continua a lavorare per raggiungere quelli rimanenti. Ma com’è cambiata la vita delle sex workers con l’esistenza di un movimento che si batte per i loro diritti?

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María Elena Dávila, direttrice dell’Asociación Girasoles de Nicaragua e membro di ReTraSex, spiega che è stato grazie alla formazione ricevuta attraverso ReTraSex nel 2006 che la sua associazione ha iniziato a lavorare sull’idea che le sex worker sono donne autonome, con decisioni proprie: “Siamo entrate in contatto con molte organizzazioni umanitarie che ci hanno avvicinate con un’idea in mente: farci uscire dalla pratica del lavoro sessuale. Non ci hanno nemmeno identificate come sex worker, ma come donne a rischio di prostituzione. L’obiettivo era quello di farci abbandonare il lavoro sessuale per dedicarci ad altre occupazioni. Ma un’organizzazione non può provare a limitarci e offrirci opzioni indirizzandoci verso un mestiere diverso. Lo considero un attacco alla nostra libertà”.

Nel caso di Esquivel, i primi anni in cui ha fatto sex work sono stati segnati da una grave dipendenza da droghe: “Allora c’era un’organizzazione di assistenti sociali che si organizzavano per sostenere le sex workers, ma nessuna di noi è entrata in contatto con loro, perché l’idea stessa di parlare con organizzazioni a nostro favore era molto rara, in parte a causa dello stigma e del bias che persistevano in quegli anni.

Esquivel ha partecipato ai seminari di formazione senza capire granché di ciò di cui si parlava, solo per poter passare del tempo con altre donne in un luogo sicuro. E sebbene ə assistenti sociali abbiano sempre puntato a fare di Esquivel una leader della comunità in Paraguay, poiché parlava così bene lo spagnolo e il guaranì, lei non era interessata all’idea: “Ma nel 2001 Elena è apparsa e ci ha parlato dei nostri diritti come sex worker. Ci ha lasciato un video e io l’ho guardato più volte. Un giorno Zunilda Barrios, una deə assistenti sociali, mi ha detto: ‘Guardi quel video così spesso perché le droghe stanno cancellando i tuoi ricordi. Ieri l’hai guardato tre volte, sei sicura di volerlo riguardare?’ In quel momento mi sono resa conto della situazione in cui mi trovavo e tutto è cambiato”.

Esquivel ha iniziato seminari di formazione e lavoro sul campo per creare una comunità di sex worker nella capitale del Paraguay, Asunción. Nel 2004 è nata l’Asociación de Trabajadoras Sexuales Unidas por la Esperanza (Associazione delle sex worker unite per la speranza). Oggi è un team di 10 sex worker che opera in otto aree del Paese. È diventata un’organizzazione amata e rispettata, inserita in diversi collettivi e comunità femministe, comprese quelle indigene, per le quali ha creato, insieme a UN Women, del materiale informativo che rispetta le loro lingue native, le tradizioni e i contesti specifici. Sono riuscite a modificare l’ordinanza che imponeva alle sex worker di ottenere un certificato medico per poter lavorare: “Il nostro lavoro vuole contribuire a garantire che l’accesso delle sex worker all’assistenza sanitaria serva a migliorare le loro condizioni di lavoro, non a controllarle. Questo risultato ha portato a una radicale diminuzione delle estorsioni ai danni della nostra comunità”. L’associazione ha anche partecipato a tavole rotonde nazionali con le principali figure politiche. Attualmente stanno lavorando con un gruppo di senatorə per ottenere una legge che le tuteli come lavoratrici autonome.

Nel caso del Nicaragua, l’organizzazione ha ottenuto risultati significativi nella vita delle sex worker in tutto il Paese. Nel 2009 hanno cambiato la storia firmando un accordo con l’Ufficio del Difensore civico per i diritti umani del Nicaragua, mettendo nero su bianco che i diritti delle sex worker devono essere rispettati e incoraggiati. Di conseguenza, nel 2014 sono riuscite a entrare a far parte del Ministero della Salute, dove hanno un seggio per la rappresentanza delle sex worker. Hanno un seggio anche nel consiglio di amministrazione del Meccanismo di coordinamento nazionale nel consiglio di amministrazione di Conisida. Nel 2015 hanno ottenuto che 18 sex worker ricoprissero il ruolo di consulenti giudiziarie: “Questo ci ha portato ad avere un rapporto migliore con la polizia, con i tribunali”, spiega Dávila, “Eravamo pronte a offrire consulenza su casi minori di violazione dei diritti delle nostre colleghe, e abbiamo già lavorato a 1000 casi”. Nel giugno del 2017 siamo anche riuscite a formare un sindacato con più di 20 compañeras, per avvicinarci all’inserimento delle sex workers nel codice del lavoro. C’è anche un progetto speciale con ReTraSex, per tenere conferenze rivolte alla polizia nazionale e al personale sanitario. Abbiamo anche realizzato un film, Girasoles de Nicaragua, in cui abbiamo documentato il nostro lavoro nel corso degli anni”, aggiunge.

Per Reynaga, organizzarsi è essenziale per cambiare la percezione del lavoro sessuale: “Nel corso della mia carriera di attivista ho incontrato tante donne che sostenevano che il mio è un lavoro patriarcale. Ma io non vendo il mio corpo, vendo un servizio. Ci sono molte narrazioni intorno al lavoro sessuale. Narrazioni in cui entri nella stanza e l’uomo ti sta già picchiando. Ma non siamo masochiste. Non siamo nemmeno malate o squilibrate. Ho all’attivo una carriera di oltre 20 anni in cui ho contribuito all’organizzazione di un’intera regione. Dobbiamo iniziare a rispettarci a vicenda e uscire da queste narrazioni violente, quelle sì che sono patriarcali.”

Fonte
Magazine: Pikara Magazine
Articolo: “Las trabajadoras sexuales debemos contar nuestra historia”
Scritto da: Gabriela Mesones Rojo
Data: 08/06/2022
Traduzione a cura di: @michelaperversi
Immagine di copertina: Ehimetalor Akhere Unuabona
Immagine in anteprima: Redtrasex

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