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Non solo The Handmaid’s Tale: viaggio tra le opere di Margaret Atwood
Dark Light

Non solo The Handmaid’s Tale: viaggio tra le opere di Margaret Atwood

Redazione
Articolo di Beatrice Carvisiglia

Il racconto dell’ancella” (The Handmaid’s Tale in lingua originale) è stata la serie rivelazione del 2017 e il suo forte impatto mediatico e culturale ha portato alla riscoperta dell’omonimo romanzo del 1985, una storia lucida e spietata raccontata magistralmente da Margaret Atwood. La scrittrice canadese, impegnata nella lotta per la parità di genere e per l’ambiente, è dunque oggetto di una rilettura complessiva che getta luce sulle sue tematiche più rilevanti. Noi di Bossy vi consigliamo quattro romanzi che ci hanno colpito per il loro modo di rappresentare le donne e le contraddizioni della società.

L’Altra Grace

A otto anni di distanza da “Il racconto dell’Ancella” e la sua terrificante distopia, Margaret Atwood sceglie il romanzo storico e si addentra in un manicomio femminile nelle vesti di Grace Marks. L’Altra Grace (1996) è un romanzo da cui è stata tratta una serie breve (di cui vi abbiamo parlato qui)ed è soprattutto un esperimento da parte di Atwood. L’autrice ha infatti condotto svariate ricerche sulle strutture psichiatriche del periodo in questione, illuminando la triste condizione femminile nel XIX secolo.

È un romanzo su vari livelli, che mescola e confonde le vite di tre donne diverse. C’è la protagonista assoluta, Grace, che è la faccia d’angelo e l’assassina insieme, la prostituta e la martire. Grace non può sfuggire al marchio della società e allo sguardo degli uomini: a decidere per lei sono l’avvocato, lo psichiatra, il padrone. Non è mai veramente al centro della sua storia, è rappresentata costantemente attraverso il desiderio o il sordido disprezzo degli uomini. Anche quando sceglie di parlare per sé, Grace è pienamente consapevole della narrazione e gioca col lettore così come con gli uomini che la circondano: siamo noi ad essere manipolati dal suo racconto o è lei a dire la verità? Poi c’è Nancy, la serva divenuta signora con l’unico mezzo che ha potuto trovare: come amante del padrone. Nancy è eternamente impressa nella memoria di Grace in un giardino di peonie, un’immagine poetica e sofisticata macchiata dal sangue di un delitto. Ma Nancy è anche sgarbata, capricciosa e incostante, tormentata dall’incubo di una bellezza sfiorita, ormai appassita. Infine c’è Mary, il personaggio femminile sicuramente più importante: Mary è l’amica fedele di Grace e il suo alter ego, ma rappresenta anche la libertà, l’energia provocatoria e scandalosa. Tutto riconduce a una femminilità che è duplice e ambigua. Le donne sono sempre isteriche, pazze, impossibili da domare e da sottomettere al giogo maschile, oppure sono provocatrici travestite da sante, come asserisce il “complice” di Grace, James. La vera missione di questo lungo flusso di coscienza di Grace diventa allora la riconquista del proprio vero Io.

l’Assassino Cieco

Quattro anni più tardi, Atwood vince il Booker Prize e l’Hammett Prize con l’Assassino Cieco, un romanzo che si svolge lungo tutto l’arco del XX secolo.

Cambio di genere dunque, ma non di prospettiva: perché ancora una volta al centro della narrazione c’è una donna “ambigua”, forse “pazza”: Laura Bates, scrittrice di uno scandaloso romanzo intitolato “l’Assassino Cieco”. In una giornata qualunque, Laura è saltata giù da un ponte con la macchina e sarà compito della sorella riprendere le fila di un discorso familiare lungo e doloroso. La carismatica Laura permette alla Atwood di ritornare nel mondo del manicomio, stavolta moderno e provvisto di elettroshock, ma sempre terrorizzante e claustrofobico. A cambiare è sicuramente la scrittura, più sensuale e raffinata. Atwood intreccia la narrazione su tre piani diversi, mescolando i generi: dal diario, al racconto fantastico, alla pagina di giornale. Ancora una volta, tutti credono di sapere tutto di Laura, la ragazza inquieta scappata di casa che ama un ribelle latitante si interroga su Dio. L’Assassino Cieco è un romanzo che consigliamo perché parla di amore: quello cercato, desiderato, quello rifiutato e strappato via. Ci sono i legami di sangue, la sorellanza, il rapporto madre-figlia, ma anche il desiderio carnale e la paura di non essere amati. Atwood disegna una storia che sembra un thriller e che si rivela piuttosto una grande saga familiare, al cui centro c’è un’angoscia pulsante, un cuore vivo e resistente all’orrore della realtà. Il romanzo diventa allora una possibilità per interrogarsi, non soltanto sulle infinite direzioni dell’amore, ma anche sulla potenza della narrazione e sulla sua dimensione salvifica.

Il canto di Penelope

Dagli anni ’40 a una dimensione mitologica, sprofondata nella notte dei tempi: nel 2005 Atwood affronta il grande racconto classico con Il canto di Penelope.

L’autrice mostra sicuramente una predilezione per le opere antiche, citate spesso anche nel resto dei suoi romanzi; tuttavia la trama prende direzioni nuove, inaspettate. La storia è raccontata dalla leggendaria Penelope, che dall’Ade ripercorre la sua rivalità con la bella Elena, assieme al coro delle sue dodici fidate ancelle, morte impiccate per mano di Ulisse.
Lo sguardo di Atwood è duplice: la narrazione si svolge su due differenti piani temporali e due verità opposte finiscono per sovrapporsi, confondendo e intrigando il lettore. Il punto di forza di questo romanzo è sicuramente la visione originalissima di un personaggio classico come Penelope: non più moglie devota e confinata in una dimensione statica, ma fine stratega e amministratrice. Penelope, così come Clitennestra, da sempre tratteggiata in maniera negativa, rappresenta la possibilità del potere femminile in un mondo svuotato dagli uomini. Non a caso, è proprio il ritorno dell’uomo-soldato a incrinare l’equilibrio: è Ulisse a massacrare le innocenti ancelle di Penelope, gettando la donna nello sconforto. La scrittura è scorrevole e non tralascia colpi di scena: Atwood si premura di rovesciare l’immagine classica della donna fedele, raccontando verità che incrinano la rappresentazione ufficiale. Con questo colpo di coda la scrittrice contribuisce ad abbattere preconcetti e rigidità, svincolando la figura di Penelope dallo sguardo maschile che l’ha raccontata per secoli e riconsegnandole voce propria.

Per ultimo il cuore

Negli anni successivi Margaret Atwood riprende il genere distopico con la continuazione della trilogia di MaddAdam (2013) e nel 2016 con uno dei suoi più fortunati romanzi, Per ultimo il cuore.

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In questa distopia contemporanea Stan e Charmaine sono una giovane coppia alle prese con una terribile crisi economica che ha colpito il Nord Est del paese. I due vivono in macchina e ogni giorno si trovano a fronteggiare situazioni di marginalità e piccola criminalità, accumulando risentimento nei confronti del governo e guardando con nostalgia alla loro vita precedente. La situazione sembra senza via d’uscita, fin quando Charmaine vede balenare una scritta alla tv del bar in cui lavora. La scritta recita “vi meritate di meglio” e fa riferimento a un progetto sperimentale, in cui delle persone selezionate potranno vivere in delle città gemelle, con una casa garantita e un lavoro dignitoso. I due coniugi decidono di intraprendere questo percorso, sebbene il contratto da loro firmato gli vieti qualsiasi contatto esterno alle due città. Da questo punto in poi la narrazione, velata da stralci di ironia, diventa sempre più grottesca e soffocante. Atwood illustra a perfezione i pericoli della società odierna, in cui noi stessi siamo i primi a cedere terreno all’autoritarismo e all’oppressione, facendo prendere consapevolezza ai suoi personaggi e insieme al lettore:

“Non avrebbe dovuto farsi ingabbiare lì, con un muro a precludergli la libertà. Ma ormai cosa significa la libertà? E chi l’avrebbe ingabbiato e protetto. Ha fatto tutto da solo. Tante piccole scelte. La riduzione della sua persona a una serie di numeri, immagazzinati da altri, controllati da altri”

Atwood intreccia sapientemente tematiche diverse: non soltanto la libertà individuale, ma anche l’amore e il sesso, in una società in cui i corpi sono fortemente mercificati. Un ritorno, dunque, alle problematiche che più stanno a cuore alla scrittrice: la svalutazione dell’essere umano, la corruzione del potere, l’importanza di amare ed essere amati.

Margaret Atwood colpisce al cuore della nostra civiltà occidentale e ci mette di fronte alle nostre paure, ma anche davanti alla nostra personale responsabilità. In questa maniera ci ricorda che per fare un bel romanzo non basta una trama appassionante: serve una visione e la volontà di lottare per ciò che è giusto, perchè specialmente la scrittura può contribuire a cambiare il modo in cui vediamo noi stessi e gli altri.

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