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Oceania: perché avevamo (davvero) bisogno di un altro Classico Disney

Oceania: perché avevamo (davvero) bisogno di un altro Classico Disney

Articolo di Rachele Agostini

Con la fine dell’anno lontana ormai solo una manciata di ore, voltarsi indietro a osservarne i giorni trascorsi per fare un bilancio è un gesto quasi automatico; succede ad ogni 31 dicembre, anche a chi sostiene che in fondo è un giorno come un altro.
Nel caso specifico del 2016, penso saremo tutti d’accordo nel constatare che è stato una vera e propria tragedia, dall’inizio alla fine. È evidente che il numero di catastrofi naturali, stragi e crisi politiche è di gran lunga superiore al normale.
Per non parlare poi dell’ecatombe di grandi personaggi del mondo dello spettacolo e dell’arte, dei quali in tempi così duri si sentirebbe poi ancora di più il bisogno.

È proprio per questo infatti che, se ascolto la parte più ottimista di me e mi concentro sulle POCHE cose belle successe in un’ipotetica lista di “Ragioni per cui ho deciso di non farmi cancellare dalla memoria l’anno appena trascorso”, ad affacciarsi per prime alla mia mente sono canzoni, opere teatrali e film.

Un posto particolarmente importante, poi è occupato dai film Disney.
Chi, come me, è cresciuto esigendo sempre e solo videocassette originali Walt Disney Home Video, sa bene che ogni nuovo prodotto di quell’immensa fabbrica di sogni porta con sé una eccitazione gioiosa incontenibile, simile a quella che da bambini ci faceva svegliare alle cinque la mattina di Natale.
Ecco che, da questo punto di vista, il 2016 è uno degli anni più belli che si possano ricordare: ci sono stati regalati tre nuovi lungometraggi animati, uno più emozionante e “magico” dell’altro. Iniziando con Zootropolis (della cui bellezza e importanza abbiamo già avuto modo di parlare), per continuare con Alla Ricerca di Dory (probabilmente uno dei sequel più attesi della storia del cinema) e terminare con Oceania (il cui titolo originale, coincidente con il nome originale della protagonista, è Moana).

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Ed è proprio qui in realtà che questa lunghissima premessa voleva arrivare.
Il 56° Classico Disney è sbarcato – mai verbo fu più accurato – da pochissimo nei cinema italiani, ed il fatto che sia praticamente l’unica proposta alternativa a cinepanettoni & co. è un’ulteriore dimostrazione di quanto sia, in sostanza, un faro di luce in mezzo alle tenebre.
È molto difficile parlare della storia senza fare spoiler che la rovinerebbero, ma sicuramente possiamo dire che le vicende ruotano intorno ad una ragazza e ad un viaggio.
La ragazza è la giovanissima Vaiana, figlia dei capi dell’isola di Motunui, e il viaggio è quello che decide di intraprendere attraverso l’oceano quando il suo popolo e la sua terra iniziano a soffrire le conseguenze di una misteriosa maledizione.

Se state pensando che quel viaggio (e il superamento degli ostacoli che esso presenta) significa innanzitutto una crescita personale e la ricerca della propria vera identità, avete ragione.
E quando aggiungerò che le altre figure importanti nella storia sono un padre che non vuole si avvicini all’acqua e un granchio enorme dalle cattive intenzioni, una saggia e simpatica nonna strettamente legata alla natura, ed un semidio cresciuto col bisogno di provare il suo vero valore… probabilmente penserete si tratti di uno strano incrocio fra La Sirenetta al contrario, Pocahontas ed Hercules.
Ma allora, viene da chiedersi, c’è davvero bisogno di un film così?

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Ce n’è bisogno perché nonostante la presenza di temi già visti e sentiti e nonostante le evidenti citazioni ai classici del passato [motivate anche dal fatto che i registi sono gli stessi di Aladdin e, appunto, La Sirenetta], questo racconto è nuovo sotto molti punti di vista.

Innanzitutto, in Vaiana convivono due aspetti opposti dell’essere eroe: la predestinazione e il duro lavoro. Viene “scelta” dall’acqua (che è a tutti gli effetti un personaggio) quando è poco più che neonata, ma non per questo è automaticamente capace di superare le difficoltà che incontra. Per farcela deve soffrire, ammettere di avere bisogno di aiuto, lavorare duramente.

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Altro elemento importantissimo è la totale estraneità all’idea di un interesse amoroso per la protagonista; non ne viene menzionata nemmeno l’assenza [come accade invece in Frozen o in Ribelle – The Brave] e la figura di Maui ha chiaramente un ruolo diverso. Analogamente non vediamo affrontata la questione della parità di genere, perché in realtà è data per scontata dalle premesse del racconto.

"Scusa scusa scusa. 'E delle donne. Degli uomini E delle donne'. Entrambi. Tutti. Senza questioni di maschi o femmine. Maui è l’eroe di tutti."
“Scusa scusa scusa. ‘E donne. Uomini E donne’. Entrambi. Tutti. Senza questioni di maschi o femmine. Maui è l’eroe di tutti.”

Il villain della storia, poi, è la cosa più sorprendente. Per tenere fede alla promessa di evitare gli spoiler, mi limiterò a dire che questo film mostra come il confine tra bene e male non sempre possa essere tracciato con facilità, e come anche dagli intenti più nobili talvolta scaturiscano conseguenze orribili.

Infine, è necessario soffermarsi a evidenziare la straordinaria cura impiegata nella realizzazione tecnica del film, che in ogni suo aspetto vuole rendere omaggio ad una cultura affascinante ma spesso ignorata come quella polinesiana.
Registi, animatori, sceneggiatori e musicisti hanno compiuto un vero e proprio studio antropologico, visitando le isole dell’Oceano Pacifico per osservare le tradizioni dei locali. Si ha davvero la sensazione che l’identità di quei popoli sia viva.
Lo si vede nei paesaggi, riprodotti fedelmente con un’animazione che non smette di migliorarsi; lo si percepisce nelle melodie coinvolgenti della colonna sonora e nella presenza di elementi tradizionali quali tatuaggi, danze e copricapi. Inoltre tutte le voci dell’eccellente cast originale appartengono ad attori provenienti da quei luoghi, e la trama stessa è densa di riferimenti a miti fondativi della loro cultura [per esempio Maui, che ha la voce di Dwayne “The Rock” Johnson, è protagonista di racconti leggendari di origine antichissima].

Quindi, per tornare a quello che dicevo, abbiamo bisogno di questo film.
Tutti, non solo i bambini.
Abbiamo bisogno che Nonna Tala ci mostri quanto può essere potente la pace, e che Maui ci insegni come solo accogliendo la propria fragilità si diventi davvero grandi. Abbiamo bisogno di Vaiana, del suo viso dolce e della risolutezza con cui corre ad abbracciare il proprio destino.
Abbiamo bisogno del cielo coperto di stelle e del riecheggiare dei tamburi, per ricordarci che la nostra rotta è già tracciata e serve solo la pazienza di imparare a seguirla, e che avere radici salde non serve per stare ancorati a terra, ma per sostenerci quando sfidiamo il vento.

Leggi i commenti (1)
  • ok ma diciamo che avere una storia d’amore non pregiudica la tua indipendenza. Un eroina può avere un love interest come ce l’hanno gli eroi, e restare una eroina. L’amore romantico esiste davvero e non è anti-femminista, è legittimo raccontarlo. Detto questo, ben vengano anche storie come quella di Vaiana

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