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“Papà posso diventare una FEMEN?”

Papà posso diventare una FEMEN?”

Scritto da Marta Mangiarulo

Qualche tempo fa mi sono imbattuta nell’ennesima protesta delle FEMEN ed ho postato la notizia sulla mia bacheca Facebook evitando di commentarla esplicitamente per cercare di capire come si ponessero i miei amici e conoscenti di fronte a questo ”movimento femminista di protesta ucraino fondato a Kiev nel 2008”.
La notizia ha suscitato commenti come “non sono convinta che questo sia il modo più appropriato di protestare”, o “non riesco a farmele piacere”. Partendo da una posizione tutto sommato analoga, ma motivata a conoscere meglio il movimento, ho voluto guardare il documentario “FEMEN. L’Ucraina non è in vendita” girato da Kitty Green.
Il documentario è ormai abbastanza datato: pubblicato nel 2013, si conclude con l’ipotesi per una delle ragazze di andarsene in Francia per smarcarsi dalla figura paternalistica di riferimento del movimento che verrà discussa più in dettaglio in seguito, cosa che in effetti è poi avvenuta.

Questo documentario ha evidenziato luci e ombre del movimento andando a intervistare i membri dell’organizzazione con domande che per quanto semplici hanno rilevato elementi interessanti e punti a mio parere abbastanza controversi:

le proteste a seno nudo: nel documentario viene mostrata la fotografia di una manifestazione di FEMEN agli albori, in cui le ragazze erano ancora tutte vestite. Ora invece uno degli elementi più caratteristici è proprio l’ostentazione del seno nudo per ribadire che in Ucraina “le ragazze nude protestano e non si vendono”. Io continuo ad essere dell’idea che sia possibile manifestare e combattere per le proprie idee senza necessariamente doversi più o meno parzialmente denudare.

i finanziamenti: citando dal documentario, “non sappiamo esattamente da dove vengono questi soldi. Soprattutto da uomini “non solo perché siamo così belle ma perché la maggior parte del denaro al mondo appartiene agli uomini”. C’è qualcosa in questa affermazione che non mi convince.

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la persona a capo del movimento: a capo di FEMEN, le cui militanti protestano “contro il sistema patriarcale in tutte le sue forme, contro tutto ciò che infrange i diritti umani delle donne” c’era un uomo, Viktor Sviatsky. Nel corso del documentario Sviatsky definisce le ragazze “remissive e invertebrate, incapaci di diventare attiviste politiche”. Interrogato sulla possibile contraddittorietà della sua influenza patriarcale, fa riferimento alle origini borghesi di Marx e Lenin per giustificare il proprio ruolo nell’organizzazione.
La parte che mi ha scioccato maggiormente del documentario è stata quella in cui una delle attiviste ha definito questa situazione come “sindrome di Stoccolma” e come dipendenza psicologica, ammettendo che almeno all’inizio l’organizzazione aveva bisogno di una figura maschile che aggregasse e indirizzasse il movimento “perché il mondo va così”, funziona così e paragonando lei e le altre militanti a una “moglie che dipende dal marito che beve e la picchia”. La situazione è abbastanza confusa: se da un lato le militanti dichiarano di combattere la patriarchia nelle sue tre manifestazioni: sfruttamento sessuale delle donne, dittatura e religione, dall’altra si dimostrano ancora figlie di una cultura fortemente maschilistica quando giustificano la presenza di Viktor nell’organizzazione.
In varie occasioni il collettivo ha risolto tale contraddizione affermando che il documentario rappresenta una situazione passata e non corrispondente a quella attuale e che l’aiuto di una figura maschile è stato essenziale almeno all’inizio, oltre ad aver fatto comprendere loro la realtà contro la quale avrebbero dovuto lottare.
Così come per il discorso relativo ai finanziamenti, un’argomentazione di questo tipo mi convince molto poco e anzi mi rende ancora più scettica nei confronti del movimento.

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-un aspetto che nel documentario emerge solo parzialmente è quello della comunicazione. Mentre all’epoca del documentario era Viktor a decidere come le ragazze dovessero presentarsi nelle loro manifestazioni, quali slogan gridare e cosa scriversi sul corpo, facendo apparire le militanti come mere esecutrici di ordini, adesso a mio parere un problema abbastanza rilevante è quello del sito internet. Non ho molta esperienza nell’ambito, ma un po’ di buonsenso e una laurea in comunicazione mi fanno pensare che anche l’idea migliore e più innovativa di sempre non venga recepita al meglio attraverso un sito internet a mio parere antiquato dal punto di vista grafico e strutturale.

Nel complesso, dal documentario emerge l’immagine di un movimento che non sembra basarsi su un’idea di fondo forte e condivisa da tutti i suoi membri. Alla domanda diretta “FEMEN è femminista?” nessuna delle ragazze sembra aver dato una risposta chiara e univoca: tutte sembrano confuse, superficiali, poco convinte delle proprie idee e di quello che stanno portando avanti. Una delle risposte è stata, ad esempio: “sì, perché no?”.
Un po’ poco per un movimento femminista di protesta, a mio parere.

Come accennato in precedenza, il movimento si è attualmente spostato in Francia ed “evoluto” eliminando la figura di Viktor dai suoi ranghi come mostrato in un documentario un po’ più recente di Vice; staremo a vedere i prossimi exploit.

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