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Tu chiedilo: parliamo di consenso
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Tu chiedilo: parliamo di consenso

Jasmine Mazzarello

Consenso è una parola recente per me. Il femminismo non solo mi ha insegnato cos’è, ma anche che è un mio diritto; e che, ancora una volta, le parole sono importanti: se non c’è consenso in un rapporto sessuale non si può parlare di sesso, si deve parlare di stupro.

Ma il consenso non è legato solamente alla sfera sessuale o romantica. Il consenso si applica (o meglio, si dovrebbe applicare) a qualsiasi aspetto della nostra vita nel quale entriamo in relazione con l’altro, e dovrebbe andare a braccetto con il sano rispetto dei confini che interponiamo tra noi e l’altro. Consenso è, se vogliamo, la libertà di dire di no, ma soprattutto è il dovere di fare la domanda, senza per nessun motivo dare per scontata la risposta. Quale domanda? Qualsiasi, basta non sia retorica e nasca dalla genuina volontà di voler sapere cosa pensa e vuole davvero l’altra persona:

Vorrei parlarti di una questione delicata che so che potrebbe metterti a disagio, posso?
È un buon momento per affrontare questa discussione?
Posso inviare questa tua foto al mio amico Tizio?
Posso offrirti la cena?
Posso baciarti?

Il consenso è come il tè

Questo video è un esempio di come si possa parlare di consenso a tutt*, con toni semplici ma allo stesso chiari e non fraintendibili. Il consenso, dice il video, è come una tazza di tè: possiamo offrirla a qualcuno e, se ci risponde positivamente e in modo entusiasta, possiamo porgergliela. Se la risposta è vaga possiamo comunque offrirgliela, ma non è nostro diritto arrabbiarci se poi non viene accolta.

È un ottimo modo per affrontare la questione anche con ragazz* molto giovani che non si sono mai interrogat* sul bisogno del consenso. Illustra con una simpatica metafora l’importanza di chiedere e di ascoltare la risposta, adattando a quella il proprio comportamento, anche spiegando come reagire se l’altra persona cambia idea all’ultimo minuto.

Un altro punto che emerge è che il consenso deve essere entusiasta, convinto, deciso e che può essere revocato in qualsiasi momento o in qualsiasi circostanza. Un esempio calzante è quello del marital rape (lo stupro all’interno del matrimonio), che molti Paesi non riconoscono e che anche in Italia “stona” a livello culturale nella mente di molte persone. Dilaga infatti l’idea che se una donna è sposata è suo dovere soddisfare il marito in qualsiasi circostanza e i rapporti sessuali all’interno del matrimonio non posso pertanto essere considerati una violenza. Il matrimonio non equivale però a un accordo lasciato in bianco per il futuro: è sempre necessario il consenso di entrambe le parti.

Insegnare il consenso

La necessità di chiedere il consenso non è ovviamente un concetto nuovo a priori: pensiamo al consenso informato in campo medico, per citarne uno. O al consenso per il trattamento dei dati. L’applicazione di questo concetto alle relazioni umane è invece più recente, soprattutto se lo intendiamo nella sfera dell’intimità.

Veniamo da generazioni di tradizioni (spesso sessiste) che danno per scontato non solo quello che dobbiamo fare, ma quello che dobbiamo volere. Alle bambine ancora troppo frequentemente non viene insegnato cosa sia il consenso, figuriamoci a pretenderlo. Alle bambine si insegna, spesso ancora oggi, che devono essere piacenti, che devono assecondare ogni richiesta, che non devono dire di no altrimenti risulteranno sfacciate, maleducate, ingrate. Poi quelle stesse bambine crescono e diventano ragazze, ragazze a cui viene insegnato (e mostrato, per esempio nei film) a fare le difficili con i ragazzi, a farsi desiderare: a dire di no… ma solo per un po’. Non si tratta infatti di un no veritiero in linea con i loro bisogni, si tratta di un no funzionale a una dinamica tossica nel “corteggiamento” e nelle relazioni. Quel no deve prima o poi diventare un sì.

Non insegniamo alle bambine a capire quello che vogliono veramente, a capire cosa implichi dire sì o dire no. Parallelamente, ai bambini e ai ragazzi viene insegnato a non fermarsi al primo no, a continuare, a insistere, a forzare la mano… perché tanto prima o poi riusciranno nel loro intento. E così si crescono degli uomini che non sanno accettare un no, che non sanno accettare un rifiuto: si riconduce tutto a questo gioco per cui bisogna fare ancora un tentativo, e poi ancora uno, e poi un altro ancora.

Qualcuno ha forse detto stalking? Qualcuno ha forse detto “delitto passionale”?

Dobbiamo insegnare alle bambine che possono dire sì o no, che possono decidere in autonomia e senza costrizioni, che hanno sempre una scelta. Anche quando non viene loro posta. Le bambine (ma in realtà, tutt* noi) devono capire anche cosa vuol dire “non lo so”, perché è sacrosanto anche non sapere cosa si vuole e da quel dubbio bisogna partire per capirlo. Ai bambini invece dobbiamo insegnare che devono chiedere il consenso e devono accettare la risposta che ricevono, senza forzarla per nessun motivo.

Se tutte sappiamo e diciamo quello che vogliamo, non c’è motivo per dubitare delle risposte date, non c’è motivo per credere che in realtà si stia intendendo un’altra cosa rispetto a quella che si dice. Ovviamente vale anche se invertiamo bambine e bambini: l’obiettivo è una situazione bilanciata in cui le persone chiedono il consenso alle altre persone, indipendentemente da chi queste siano, ma dobbiamo necessariamente partire da quelli che sono i ruoli di genere perpetrati oggi. Non possiamo semplicemente fare finta che non esistano.

Sì, ma rovina l’atmosfera

Quando ero adolescente, ho sentito una ragazza lamentarsi di come il ragazzo con cui era uscita le avesse chiesto se poteva baciarla, rovinando così inevitabilmente l’atmosfera. Non è stata l’ultima volta in cui ho sentito una reazione del genere a una situazione simile: è successo più e più volte e succede ancora di ascoltare persone convinte che chiedere esplicitamente consenso sia un tremendo mood-killer.

Ma sapete cos’è un tremendo mood-killer? Lo stupro, o comunque la sensazione di non potersi tirare indietro. Di non riuscirci. Di questo è esemplificativo il caso di Aziz Anzari, attore statunitense finito sotto l’occhio mediatico nell’era del #MeToo, quando una donna con cui era uscito aveva descritto l’appuntamento come la serata peggiore della sua vita, accusando l’attore di comportamenti sessuali inappropriati. Se si approfondisce com’è andata la serata si vedrà che non si tratta di un caso “classico” di molestie o violenza sessuale, ma forse di uno ancora più tristemente comune e interessante da prendere in esame: Anzari non aveva ricevuto consenso esplicito, ma (in base anche a quanto ha riportato lui stesso) credeva che la serata stesse andando bene e che entrambi si stessero divertendo. Non era così.

Agli uomini non è stato insegnato a chiedere. Alle donne non è stato insegnato a dire no. E questo è il risultato.

Adesso, anche grazie al #MeToo, si inizia a parlare di consenso e ci sono infiniti articoli sulla falsa riga di “consent is sexy”. Come potrebbe non essere sexy assicurarsi che un momento piacevole e intimo come un rapporto sessuale sia consensuale da parte di tutte le persone coinvolte? Altro che mood-killer.

Ma devo proprio chiederlo sempre?

Non bisogna chiedere sempre il consenso, ma bisogna sempre assicurarsi di averlo: avere il consenso dell’altra persona quando entriamo in una sfera di intimità fisica (ma non solo!). Assicurarsene con una domanda è il modo più semplice e diretto, all’inizio di una frequentazione è anche l’unico sicuro dato che non si conosce l’altra persona né il suo linguaggio del corpo (fattore che comunque non va mai sottovalutato o dato per certo, perché facilmente fraintendibile).

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Con il tempo si possono costruire nuovi modi per migliorare la comunicazione all’interno di una relazione, ma la comunicazione esplicita e diretta va demistificata. Smettiamola di fare finta di leggere nella mente dell’altro. C’è solo un modo per sapere cosa c’è dall’altra parte: chiederlo.

#IoLoChiedo

L’assenza di consenso non comporta necessariamente l’uso della violenza. Questo è un aspetto fondamentale e troppo spesso preso sottogamba: si crede che se una vittima di stupro non ha urlato abbastanza forte o non ha lottato fisicamente contro l’aggressore, sotto sotto lo voleva. Non solo questo è victim-blaming bello e buono, ma si perde nuovamente di vista il concetto di consenso: credere che sia dato implicitamente è troppo pericoloso.

Questo si riflette purtroppo sul quadro normativo: nella legge italiana infatti il “reato di stupro” implica l’uso della violenza, indipendentemente dal fatto che la Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, indichi lo stupro come “rapporto sessuale senza consenso”. Per questo Amnesty International ha lanciato a luglio 2020 una campagna con l’hashtag #IoLoChiedo, per chiedere una modifica della legge italiana in questo senso. Il testo di Amnesty recita:

“In Italia, in particolare, persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita. Un pregiudizio che trova conferma nel codice penale italiano, dove all’articolo 609-bis si prevede che il “reato di stupro” sia necessariamente collegato agli elementi della violenza, o della minaccia o dell’inganno, o dell’abuso di autorità. Per questi motivi chiediamo al Ministro della Giustizia la revisione dell’articolo 609-bis del codice penale, in linea con gli impegni presi nel 2013, affinché qualsiasi atto sessuale non consensuale sia punibile.”

C’è anche una petizione che potete firmare.

Un cambiamento non avviene dall’oggi al domani. Tuttavia lottando su più fronti, su quello legale e quello culturale, stiamo andando verso l’unica direzione possibile: quella di una società che si basa sul consenso, sul rispetto e sulla capacità di comunicare i nostri bisogni e ascoltare quelli degli altri.

E comunque, se chiedendo il consenso si rovina l’atmosfera, era davvero l’atmosfera giusta?

Artwork di Chiara Reggiani
Immagini di Ivan GromovDimitri HouttemanJoshua Ness , Mark DecileDilan NaGi,  Ricardo Esquivel su Unsplash@winkimages su Freepick

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