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Per una volta, nuovamente Moltheni: intervista a Umberto Maria Giardini
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Per una volta, nuovamente Moltheni: intervista a Umberto Maria Giardini

Valeria Lucia Passoni

Afterhours, Ministri, Julie’s Haircut, Non Voglio Che Clara, Yuppi Flu, Super Elastic Bubble Plastic, One Dimensional Man, Offlaga Disco Pax, Verdena, Paolo Benvegnù, Zen Circus, Bugo, Amari, Giardini di Mirò… Questi sono solo alcuni degli esponenti della cosiddetta musica indipendente italiana, quella che un ventennio fa e negli anni a seguire ha vissuto una vera e propria età dell’oro.

Oggi, con le dovute eccezioni, mettiamo il cappello di indie, perlopiù a cose differenti.

Anche Umberto Maria Giardini è un’istituzione di quel panorama indipendente , un artista unico, elegante, raffinato, delicato, dalla meticolosa ricerca di testo e di arrangiamento. Per dieci anni, in quel momento di fervore della musica indipendente, è stato Moltheni, un progetto dallo stile inconfondibile con il quale ha pubblicato brani di una bellezza straordinaria, di una dolcezza encomiabile, dalle atmosfere visionarie. Questo, almeno fino al 2010, quando ha messo un punto all’esperienza Moltheni, proseguendo la sua carriera da musicista coi Pineda, con gli Stella Maris e a suo nome, sempre mantenendo la sua classe e la sua riconoscibilità quale artista.

Nel 2020, il libro Moltheni si è riaperto, con la pubblicazione di un disco, “Senza Eredità”, che raccoglie materiale andato “perduto” o rimasto in un cassetto per tutti questi anni.

E con Umberto abbiamo parlato di queste canzoni, ma anche del panorama musicale attuale italiano, di ricordi indimenticabili di un tempo che fu e del suo modo di far musica.

Umberto, hai chiuso con Moltheni dieci anni fa, in questo decennio non ti sei mai fermato artisticamente, e ora riapri, per un momento, quel libro. A chi al tempo Moltheni non lo poteva conoscere o non lo ascoltava, per motivi anagrafici o per altre ragioni, quali sono i tre brani dei dischi di Moltheni che consiglieresti di ascoltare per capire di cosa si parla quando si parla di Moltheni? In questi dieci anni, invece, tu a quali tre brani altrui ti sei legato?

La discografia di Moltheni è molto ampia e, come se non bastasse, ha abbracciato numerosi generi, pur rimanendo un preciso e inconfondibile marchio di fabbrica, sia legato al suo linguaggio sia al suo modo di lavorare. Senza apparire sgradevole, consiglierei di ascoltarsi un brano qualsiasi ma di ogni album. Tre canzoni non possono essere rappresentative nemmeno per chi ha prodotto un solo disco nella sua vita. Io personalmente mi affeziono poco ai miei lavori, quindi anche contestualmente a ciò che mi viene chiesto in questa domanda, non saprei davvero.

Moltheni appartiene a, e ha fatto la storia di, un momento storico della musica indipendente che si è incisa nella memoria e nel cuore di chi l’ha vissuta e chi ci è inciampatə successivamente. Cosa, di quel periodo, è stato unico e difficilmente ripetibile? Quali sono ə artistə di quel periodo che stimi particolarmente o ai quali sei per qualche motivo legato? Cosa, di quel periodo, in termini di ispirazioni, insegnamenti, non è stato raccolto daə musicistə degli anni a seguire?

Gli anni Novanta e la decade successiva sono stati per la musica italiana anni straordinari e irripetibili. Il valore aggiunto è stato quasi sicuramente la mancanza della rete e di conseguenza di tutta quella generazione musicale omologata che ne è venuta dopo. Come nei cicli della vita, anche nella società, nell’arte e attualmente (e nella fattispecie) nella musica, viviamo un periodo molto decadente. È vero che alcuni nuovi nomi riempiono gli stadi, ma contemporaneamente svaniscono nel nulla, senza lasciare nessuna traccia nel cuore delle persone. Non possono essere i “like” e le visualizzazioni sui social a decretare la bravura di unə artista. Carmen Consoli, Paolo Benvegnù, Verdena, Cristina Donà, sono tutti nomi oramai che si avviano verso una maturità consacrata e come me, non più giovanissimi; eppure la loro musica continua a raggiungere vette altissime dal punto di vista artistico, musicale, tecnico, emozionale.

Di quello che gira musicalmente oggi in Italia, c’è qualcosa che ti piace, che trovi interessante, sui generis, che pensi sia riconoscibile e con una sua personalità? Chi in Italia, ha dimostrato negli anni di saper sperimentare, cambiare, ma pur sempre rimanendo con una forte personalità? E quanto conta e quanto aiuta sviluppare delle caratteristiche peculiari, rendersi unici ma al contempo saper evolversi? Ad unǝ aspirante musicista, quali consigli daresti?

Emma Nolde è sicuramente la cosa più interessante e credibile degli ultimi vent’anni, poiché oltre alla tecnica e all’oggettiva bravura ha uno stile riconoscibile, è elegante, ha buon gusto, sa cosa fa e non canta stronzate con la voce scazzata. Come lei attualmente in Italia esistono tantissimi nomi interessanti, ma finché le major continueranno a puntare soprattutto al profitto, nulla cambierà. Il livello artistico, si sa, è spesso declassato e si cerca ancor più di ieri il veloce guadagno ed è esattamente la strada più sbagliata per raggiungere un livello di qualità che duri anche nel tempo. Cosa consiglierei a unǝ giovane musicista? Di non ascoltare i consigli di nessuno.

E per rimanere in tema “peculiarità”, al di là del nome con cui pubblichi i tuoi brani, il tuo modo nel porti e nello scrivere, gentile, delicato e ricercato è inconfondibile, un marchio di fabbrica. In cosa consiste il tuo modo di fare musica e quali sono le “regole” che segui?

Quando scrivo e quando lavoro in sala sono molto concentrato e scrupoloso. È un modo di lavorare che da giovane vidi fare a Carmen Consoli con i suoi musicisti e che ho da sempre poi adottato, portandolo con me come prezioso insegnamento. Quando si lavora bisogna avere le idee chiare, concludere e raggiungere risultati, subito. Generalmente parto sempre dalla musica, poi a casa lavoro alla parte letteraria, che mi stimola a stare da solo, come quando, durante le fasi di rec. in studio, canto. Suonare assieme è una cosa meravigliosa, gli incastri, la sintonia e la ricerca del “ben fatto” mi rende felice e mi rasserena. Condividere amplifica l’amicizia e rende tuttə uguali, uno al servizio dell’altro.

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“Senza Eredità” comprende brani che risalgono a dieci, vent’anni fa, brani che hai ripreso in mano negli ultimi tempi. Spesso si sentono musicistə dire che quando esce un disco dopo averci lavorato tanto tempo, è già vetusto, passato, superato, e quei brani che comprende non lǝ rappresentano più. Com’è stato trovarsi con in mano canzoni, appunti, un punto di partenza radicato così indietro nel tempo? Quali modifiche, quali cambiamenti hai apportato? E c’è qualcosa che non hai toccato, che hai lasciato uguale a come lo hai trovato? Qual è la frase, estrapolata da “Senza Eredità” alla quale sei più legato?

Lavorare e ricucire “Senza Eredità” è stato un lavoro molto impegnativo, soprattutto per il fatto che è passato attraverso svariate fasi, sia temporali sia stilistiche. La ricerca, il ritrovamento del materiale e la sua selezione, il completamento (passato sia per la parte musicale, sia per quella letteraria), la registrazione. In alcuni episodi è stato un processo lento e molto gradevole, ma in altri decisamente faticoso. Con i brani antecedenti al 2008 ho fatto tanta difficoltà, poiché non volevo snaturarli, di conseguenza ho lavorato molto sulla memoria e su ciò che in quegli anni volevo trasmettere come umore, colori, malinconie. È stato determinante riappropriarmi di quelle sensazioni col marchio Moltheni DOC, ma la volontà di fare un buon lavoro, consapevolmente definitivo, mi ha preso per mano e non mi ha lasciato più fino al suo compimento. Riconfrontarsi col passato è stato bellissimo, come un atto d’amore verso me stesso e verso ciò che ero. Alcune canzoni erano musicalmente appena accennate, così ho dovuto aggiungere, altre erano praticamente finite ma con testi incompleti. Una sorte di puzzle con la regola dell’applicazione della contestualità. Unico brano inedito e recente è la traccia apripista del disco, “La mia libertà”, che ho volutamente incluso nell’album allo scopo di legare il vecchio al nuovo. La frase più rappresentativa dell’album è probabilmente quella cantata in chiusura disco, e si riferisce alla follia, che a volte colpisce chi si ama troppo e dice, “noi vittime di una follia, che abitava abusiva in un appartamento della mente mia”.

Parlando di questo scavare, ritrovare, riadattare, mi viene spontaneo chiederti quale sia il tuo rapporto con la nostalgia e col passato. E visto che stiamo parlando di Moltheni, qual è l’aneddoto, il ricordo, che ti tieni più stretto rispetto a quel periodo?

Io vivo di passato, ma non per questo sono un nostalgico cronico. Mi considero una persona molto onesta e schietta, a volte, a mio discapito, anche troppo. Non ho mai nascosto la mia fascinazione verso ciò che ha caratterizzato la vita degli esseri umani dagli anni Cinquanta e Sessanta. Tutto ciò che è moderno e soprattutto recente mi provoca disappunto: cerco di controllare la rabbia che certe cose, fatti e persone mi provocano in maniera del tutto naturale, ma riesco anche a confrontarmi con quella parte di me che se ne frega e lascia decadere tutto quello che non le interessa. Cerco e ricerco sempre il bello delle cose, pur di fatto non trovandolo sempre. Nella carriera ultradecennale del progetto Moltheni sono tantissimi gli aneddoti che ho nei miei più remoti ricordi. Il più bello però è sicuramente quello di un post concerto in piena estate a Trani, dove invece di andare a dormire, ubriachi fradici, decidemmo di fare una passeggiata sul lungomare oramai deserto. Il mare era molto mosso, e c’era tanto vento, lo ricordo come se fosse ora. Senza pensarci troppo decidemmo tutti assieme di farci un ultimo bagno della stagione… Fu straordinario. Le battute, le voci stridule e le stupidaggini che avevano caratterizzato la serata da poco conclusa si sostituirono al misticismo del momento. Uno vicino all’altro in silenzio mentre le onde caldissime ci schiaffeggiavano al buio più totale. Un momento indimenticabile.

La pandemia ha cambiato il modo di vivere e fare la musica. Moltə musicistə hanno scelto di fermarsi, mentre tu sei uscito con un nuovo disco e lo presenti sfruttando Internet e la tecnologia. Perché non fermarti? Perché reputi importante continuare a fare ciò che fai adattando le modalità alla situazione che viviamo?

Perché ho voluto mantenere la promessa fatta, indipendentemente dal disastro globale che ci ha frenato in tutto. Quando a novembre le cose si sono complicate di nuovo, moltissimi dischi in uscita sono stati rimandati probabilmente perché non era possibile promuoverli dal vivo. Il pianeta “musica” è molto meno ingenuo di quello che appare. Io me ne sono fregato, poiché non faccio mai previsioni o progetti in funzione di qualcos’altro. Ci sono molti modi per fermarsi, e ci sono molti modi per non farlo. Siamo noi e le nostre azioni che migliorano o peggiorano il mondo.

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