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Perché abbiamo bisogno di un femminismo Nero?
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Perché abbiamo bisogno di un femminismo Nero?

Redazione

Quattro donne raccontano delle sottili differenze tra femministe

Il femminismo è troppo bianco. O perlomeno questa è una critica avanzata da tante donne a livello mondiale, anche in Germania. Rimarcano che le richieste delle donne Nere e delle donne di colore vengono ascoltate troppo di rado e che molte donne bianche non percepiscono le loro realtà ed esperienze di vita in parte diverse.

Un termine importante per tale critica è intersezionalità. Tale concetto prende atto del fatto che una persona può essere discriminata non solo sulla base di un singolo motivo, ma anche per via di tante ragioni diverse che si sovrappongono e si rafforzano vicendevolmente. Pertanto, una donna bianca, ben istruita, in salute ed eterosessuale ha potenzialmente vita più facile rispetto a una donna a cui non si applicano tali privilegi. Al fine di cambiare questa situazione, le seguenti quattro donne sollecitano un femminismo Nero.

Da dove viene il termine “intersezionalità”?

L’intersezionalità non è solo un tema del femminismo Nero, ma è qui che risiedono le sue origini. Già nel 1851, l’attivista per i diritti delle donne ed ex schiava Sojourner Truth affrontava la discriminazione specifica delle donne Nere nel suo storico discorso “Non sono forse una donna?”. Il termine concreto è stato coniato dall’avvocata Nera Kimberlé Crenshaw nel 1989: dopo aver esaminato le sentenze dei tribunali degli Stati Uniti, constatò che le donne Nere si trovavano sempre a dover decidere in tribunale se essere discriminate in quanto donne o in quanto persone Nere, anche nei casi in cui erano palesemente svantaggiate allo stesso tempo per entrambi i motivi.

Kemi Fatoba lavora come giornalista e co-fondatrice della rivista “DADDY“:

“Sono sempre stata consapevole delle differenze tra donne bianche e Nere. Ma quando ho visto quante donne bianche sono scese in strada durante la Women’s March di Berlino e quante poche hanno poi protestato contro il razzismo nelle settimane successive, ho capito che il femminismo bianco non è fatto per noi. Mentre gli uomini e le donne Nere si battono per i loro diritti fondamentali e annegano nel Mediterraneo, le donne bianche mi sembrano più interessate a sostituire il patriarcato bianco con il matriarcato bianco.

Mentre le femministe bianche mi accusano di indossare trucco e tacchi alti solo per via del male gaze (“sguardo maschile” che svaluta le donne come oggetti da guardare, NdR), io parlo di cose ben diverse con le femministe Nere. Tra queste, il fatto che le persone Nere ricevono spesso farmaci sbagliati perché si presume che siamo più resistenti al dolore. O l’alto tasso di mortalità delle madri Nere che non vengono prese sul serio in caso di complicazioni durante la gravidanza. Il fatto di essere esoticizzate e derise dal personale medico, tokenizzate nel mondo del lavoro (minoranze in posizioni simboliche, per esempio la “quota nera”, NdR) e ignorate dall’industria della bellezza, d’altra parte, è pressoché una banalità.

Il problema è che, a differenza degli Stati Uniti o della Gran Bretagna, in Germania non esistono ancora dati sul sessismo in combinazione con il razzismo. Invece di agire strutturalmente, ci viene chiesto di raccontare le nostre esperienze più negative e traumatiche. Questo può rendere più tangibile la nostra realtà di vita, ma la discussione rimane bloccata su un piano personale ed emotivo. Non è compito mio spiegare il femminismo Nero e renderlo tangibile a un pubblico bianco. Di storie di turbamento ce ne sono abbastanza. Quando le donne bianche capiranno che il femminismo deve essere concepito in maniera intersezionale, tornerò a manifestare con loro. Fino ad allora, sarò impegnata a occuparmi dei diritti fondamentali delle persone Nere.”

“Per contrastare il sessismo, non si possono guardare solo i mali delle donne bianche laureate”

Josephine Apraku è un’accademica nel campo degli Studi dell’Africa e co-fondatrice dell’Istituto per un’educazione senza discriminazioni:

“I dibattiti femministi sono dominati da accademic* bianch*. Di conseguenza, le loro esigenze e i loro obiettivi vengono rappresentati con maggiore forza. Per esempio, quando chiediamo alle donne di non sacrificare il loro lavoro perché responsabili delle faccende domestiche, tendiamo a trascurare il fatto che per molte donne Nere e di colore si tratta già da lungo tempo di una realtà. O quando i/le/* femminist* chiedono collettivamente la parità di retribuzione tra donne e uomini, ignorando il fatto che non esiste una disparità di retribuzione solo tra donne e uomini, ma anche tra donne bianche e di colore.

Per contrastare il sessismo, non si possono guardare solo i mali delle donne bianche laureate. È una questione di equa partecipazione da parte di tutt*. Ecco perché è importante che il femminismo assuma prospettive diverse e che coloro che determinano il discorso pubblico passino il microfono.

Per me personalmente, questo significa pensare al femminismo intersezionale non solo per le donne cis, ma anche per affrontare l’emarginazione dei miei fratelli e delle mie sorelle trans*, inter* e non binari* e riflettere su come posso condividere spazi con loro”.

“In quanto donna Nera, sei già esposta a pregiudizi, insulti e violenze razziali, figuriamoci se sei anche trans!”

Jenner Hendrix affronta su TikTok le tematiche del dating, dell’identità trans e dei commenti (a volte anche piuttosto bianchi) dei suoi follower:

“Su TikTok, racconto storie della mia vita quotidiana, faccio sketch comedy o ballo con la musica che mi piace in un determinato momento. Alcuni pensano che sia banale. Ma io non voglio solo mostrare com’è la mia vita, voglio mostrare che ci sono donne come me: esistono diversi video in lingua tedesca sugli uomini trans, ma pochi sulle donne trans e quasi nessuno sulle donne trans Nere.

Non sono perfetta e mi considero un modello solo in misura limitata. Ma voglio dimostrare che si può percorrere la propria strada anche da donna trans Nera. Da adolescente mi è mancato un modello come questo. Ecco perché mi commuove molto quando dei/delle/* quindicenni mi scrivono che li/le/* ho motivat* a essere più sicur* di sé o a fare coming out. Tuttavia, ricevo anche un numero sufficiente di messaggi negativi e ho oramai l’impressione che per me sia doppiamente difficile: in quanto donna Nera, sei già esposta a pregiudizi, insulti e violenze razziali, figuriamoci se sei anche trans! Viviamo nel ventunesimo secolo e ancora molti considerano tutto questo una malattia o un tabù.

Non sono una femminista, ma mi riconosco in posizioni che sono femministe. Per esempio, amo il mio corpo così com’è e mi vesto a mio piacimento. Quando indosso un abito corto o twerko, ricevo commenti come “Ti muovi in maniera troppo mascolina”, “I tuoi outfit sono troppo corti” o “Una donna non dovrebbe ballare in maniera così provocante”. All’inizio mi facevano sentire insicura. Ci vuole molta forza per mostrare così tanto di sé. Ecco perché mi ci vogliono un giorno o due senza video per calmarmi. Ma nessuno mi dice più come apparire e cosa fare. Faccio quello che faccio solo per tutte le persone Nere e di colore che rimangono a casa e non osano fare coming out.”

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“Un’insegnante mi disse che non avrei mai potuto fare l’attrice perché donna Nera. La cosa triste è che oggi riesco a seguire il suo ragionamento”

Simone Dede Ayivi si occupa di teatro e di arte performativa:

“Il teatro tedesco è bianco. E maschile. Non mi sento rappresentata. Ecco perché mi rivolgo consapevolmente a un pubblico Nero nelle mie messe in scena. Per esempio, quando interpreto un passo sul razzismo, non voglio spiegare cos’è razzista né dover dimostrare l’esistenza di un razzismo strutturale. Voglio condividere ed elaborare le esperienze di razzismo direttamente con il pubblico.

Mantenere una prospettiva Nera non è facile: le produzioni culturali con cui sono cresciuta, le cose che ho letto a scuola e imparato all’università, sono sempre state caratterizzate da uno sguardo bianco e parte di un canone bianco. Una volta, nel teatro della scuola, un’insegnante mi disse che non avrei mai potuto fare l’attrice in Germania perché donna Nera. Naturalmente, non aveva alcun diritto di dissuadermi. La cosa triste è che oggi riesco a capire il suo ragionamento. A teatro già le donne bianche sono decisamente svantaggiate. Esistono molti ruoli maschili – basta guardare a tutte le opere teatrali di Goethe, Schiller e Shakespeare – che vengono interpretati su e giù nei teatri tedeschi. Per di più, diventa immediatamente oggetto di discussione la credibilità di una Giulietta Nera. Le donne Nere non hanno vita facile a teatro.

Mi occupo di politica culturale da molto tempo, per esempio contro la pratica della blackface (persone bianche che usano il trucco scuro per ricreare l’incarnato di persone di Colore, NdR) nelle messe in scena teatrali. Le persone con le quali discutevo cinque anni fa organizzano ora festival post-coloniali o campagne a favore di un maggior numero di persone di colore sui palcoscenici tedeschi. Si stanno aprendo molte porte in questo momento, il che è fantastico, ma non è sufficiente: gli equilibri di potere non sono ancora cambiati.

Per attrarre un pubblico più giovane, i teatri hanno bisogno di persone come noi. Ma questo non significa automaticamente che ci rispettino non appena entriamo a far parte dell’ensemble. Quando non hanno più bisogno di noi, ci abbandonano di nuovo. Per questo non basta assumere all’ultimo minuto una direttrice artistica Nera, una ministra della cultura Nera o una drammaturga Nera. Dobbiamo abolire il sistema altamente gerarchico del teatro e lavorare su un piano paritario”.

Per inciso, scriviamo “Nero” con l’iniziale maiuscola per chiarire che non si tratta di una caratteristica o di un colore della pelle. Si tratta piuttosto di un’autodesignazione politica di persone la cui esperienza è segnata dal colonialismo e dal razzismo; analogamente, il corsivo “bianco” rappresenta una posizione privilegiata.

Fonte
Magazine: fulter.
Articolo: Warum brauchen wir einen Schwarzen Feminismus?
Scritto da: Lisa Santos
Data: 17 settembre 2020
Traduzione a cura di: Grazia Polizzi
Immagine di copertina: Unsplash
Immagine di anteprima: freepik

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