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Perché dobbiamo conoscere TikTok
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Perché dobbiamo conoscere TikTok

Francesca Anelli

Da diversi mesi si discute con sempre maggiore interesse della popolare piattaforma social TikTok, tra le preoccupazioni sull’influenza del Governo cinese e quelle del Garante della Privacy italiano, per il quale l’applicazione non starebbe tutelando a sufficienza gli utenti minorenni.

In questo articolo non ci focalizzeremo sulle varie misure adottate dagli Stati (soggette a continui cambiamenti) ma sul funzionamento di TikTok come fenomeno socio-culturale, per cercare di andare oltre la consueta patina di allarmismo che circonda ogni nuovo strumento social, ma anche l’entusiasmo acritico da parte di chi ne ha saputo cogliere le potenzialità, sottovalutandone però i problemi. 

Cos’è e come funziona TikTok? C’è vita oltre i balletti

TikTok è una piattaforma di condivisione video di proprietà della società cinese ByteDance, che l’ha portata al successo globale fondendo la sua app pensata per il mercato interno, Douyin, con la sino-americana musical.ly, acquistata nel 2017. In crescita almeno da due anni, nel 2020 TikTok è stata tra le app più scaricate al mondo. 

Al di là dei numeri, si tratta di una realtà molto interessante soprattutto per il suo funzionamento. Su TikTok, infatti, è possibile registrare, modificare e condividere video di durata massima di 60 secondi utilizzando degli strumenti che permettono un editing semplificato (adatto anche a chi non ha alcuna dimestichezza con programmi del genere) e favoriscono un processo di riscrittura creativa e collaborativa costante. Questo perché i vari elementi che compongono il video di un utente – l’audio, gli effetti – si possono facilmente estrapolare e riutilizzare per crearne uno proprio, magari reinterpretando quanto appena visto con il proprio punto di vista. Come ricorda anche l’autrice del libro Memestetica Valentina Tanni nella puntata del podcast di Exibart “Polemichette” dedicata proprio a TikTok, il potenziale “memetico” di queste pratiche è altissimo: ogni audio è potenzialmente la base per un meme, laddove ogni utente può scegliere di riproporlo in modi e contesti sempre diversi mantenendo però un linguaggio (e un riferimento) comune. È così che sono nate vere e proprie “saghe” (come quella dei canti marinareschi), in cui gruppi di utenti utilizzano lo stesso audio, lo stesso effetto o anche semplicemente gli stessi riferimenti per costruire una storia collettiva e/o creare un’estetica, ogni tanto collaborando anche direttamente. Sì, perché su TikTok è possibile “duettare” con altri video, magari aggiungendo la propria voce a un pezzo strumentale suonato da un altro utente o inserendosi in una coreografia/pezzo recitato. Grazie a questo strumento, tra le altre cose, è stato creato perfino un vero e proprio musical tratto dal cartone Pixar Ratatouille. 

@ludwigvanbethany

#duet with @tahnex #seashantytiktok #seashanty #flute #flutemusic #classical #classicalmusician #musician #pirate

♬ original sound – Tahnex

 

@highon_molly

#seashanty x #therapy #wellerman #scottish #fyp #sea #shanty

♬ Wellerman – Sea Shanty – Nathan Evans

È anche possibile fare uno “stitch” con altri video, ovvero utilizzare parte di un’altra clip come introduzione alla propria: si tratta di uno strumento usato soprattutto per avviare vere e proprie catene di testimonianze/storytelling (come i video in cui si chiede ad altri utenti di raccontare il proprio coming out o descrivere come si vive nel proprio Paese), ma anche per rispondere e commentare altri video, ad esempio come pratica divulgativa (sono molte, infatti, le clip in cui si cerca di correggere in modo più o meno ironico affermazioni false o discriminatorie fatte da altri utenti della piattaforma – e questo processo, ovviamente, può funzionare anche al contrario, diffondendo quindi odio o fake news). 

 

@stanzipotenza

@helal_480 what’ll we do without you #stitch #comedy #sketchcomedy #funnytiktok #maryandreginald

♬ original sound – Stanzi

 

L’algoritmo: croce e delizia

La cosa forse più interessante di TikTok, però, è il suo algoritmo. A differenza di altri social media, infatti, quando si accede all’applicazione non si atterra sul proprio profilo o su una bacheca con i post delle persone che si seguono, ma sulla pagina “Per te”, che mostra uno dietro l’altro video provenienti potenzialmente da qualunque parte del mondo e realizzati da profili che non necessariamente si conoscono o si intende seguire. Attraverso questo sistema è quindi possibile entrare in contatto con realtà molto diverse, raggiungere account con pochissimi follower (nella pagina “Per te” possono finire anche contenuti con un numero molto basso di like e condivisioni: la popolarità del video o dell’account non conta quanto la sua rilevanza rispetto ai tuoi interessi) e senza nemmeno il bisogno di cercarli in autonomia, magari attraverso degli hashtag mirati. È come se l’app facesse tutto il lavoro per te, capendo da sola cosa vuoi vedere ancora prima che te ne renda conto tu

La selezione dei video è operata dall’algoritmo sviluppato da ByteDance, che è considerato il vero asset strategico della compagnia. Come funzioni con esattezza non è per niente chiaro, trattandosi di un segreto che l’azienda cinese tiene ben stretto, ma sappiamo innanzitutto che si basa sul machine learning, ovvero in questo caso la capacità dell’intelligenza artificiale di affinare con il tempo il suo processo di selezione, e sulla divisione degli utenti in “cluster”, cioè gruppi di persone con caratteristiche simili. I criteri con cui vengono creati questi cluster non sono noti, ma pare che i video selezionati per la pagina “Per te” siano non soltanto legati al cluster di interessi in cui l’utente è inserito (es. animali o sport) ma anche quelli con cui altre persone nel proprio gruppo hanno interagito. 

Questo tipo di meccanismo, ovviamente, favorisce la creazione di “camere dell’eco” o “bolle di filtraggio”, ovvero degli ecosistemi chiusi generati dagli algoritmi sulla base delle preferenze degli utenti, che difficilmente verranno sottoposti a qualcosa di diverso, ma sempre a contenuti simili a se stessi. Ciò porta a una percezione distorta di ciò che è effettivamente disponibile sulla piattaforma – nel bene e nel male – e favorisce meccanismi di polarizzazione. Si tratta di un problema che con TikTok è particolarmente evidente a causa delle dinamiche interne all’app, ma che non è nuovo alle altre piattaforme social. Di “filter bubble” si parla già da tempo anche in relazione a social come Facebook e Instagram, e spesso anche in maniera molto semplicistica. 

Un aspetto su cui non ci si concentra abbastanza nel discorso pubblico, infatti, è la necessità di richiedere alle corporation digitali una maggiore “algorithmic accountability”, e cioè trasparenza e assunzione di responsabilità rispetto ai processi tecnologici impiegati dalle proprie piattaforme. Dato che rappresentano una parte sempre più fondamentale della nostra vita e influenzano ciò che pensiamo, compriamo e facciamo, è importante che l’utenza dei social, e dunque l’intera società civile, sia a conoscenza delle logiche con cui vengono programmati gli algoritmi di raccomandazione, e per mano di chi. 

Come sappiamo, il mondo del tech è dominato da uomini e persone bianche, e ciò si traduce in significativi bias e in frequenti casi di discriminazione o invisibilizzazione, più o meno evidenti, ai danni delle persone che non appartengono a queste categorie. 

Vedi anche

Censura social: dentro e fuori TikTok

Può essere interessante notare, a questo proposito, che ByteDance, come altre realtà cinesi, conta un numero superiore di donne nel proprio staff e in ruoli esecutivi rispetto ad altri giganti digitali, ma questo non significa che non vengano marginalizzate. Anche dal punto di vista di chi crea i contenuti, la maggiore presenza di figure femminili in azienda non ha in alcun modo garantito un trattamento più equo da parte della piattaforma. In particolare negli ultimi mesi, TikTok ha lanciato una vera e propria guerra nei confronti delle sex worker che frequentano il social, per la maggior parte donne. Come spiega in maniera approfondita questo articolo di Rolling Stone, lo scorso autunno TikTok ha messo in piedi una vera e propria “epurazione” di profili, anche molto seguiti, che nella propria pagina avessero un link a OnlyFans, piattaforma dove è possibile accedere dietro abbonamento a contenuti, spesso di natura pornografica, prodotti da creator digitali. La pratica non violava le linee guida di ByteDance, dato che non veniva condiviso alcun contenuto sessualmente esplicito sulla piattaforma, ma senza alcuna spiegazione e da un momento all’altro tantissime sex worker (e anche donne che utilizzavano OnlyFans per altri scopi) si sono viste scacciare da TikTok. A non essere visto di buon occhio, a quanto pare, era semplicemente l’utilizzo del social per promuovere le proprie attività su un altro sito, anche se questo sito non veniva mai nominato né sugli account vi era traccia di contenuti “scandalosi”. 

Nonostante ciò, TikTok rimane uno spazio paradossalmente più libero di altre piattaforme proprietarie come Facebook o Instagram, nella misura in cui queste ultime tendono a censurare o invisibilizzare praticamente ogni contenuto vagamente sex positive. In particolare con l’ultimo aggiornamento delle sue linee guida, Instagram è diventato uno spazio sempre più inospitale per chi si occupa di educazione sessuale, divulgazione su temi queer, o semplicemente donne e persone female presenting che mostrano il proprio corpo e affrontano argomenti ritenuti tabù. I contenuti sono costantemente monitorati e molto spesso oscurati dall’algoritmo, per non parlare degli account disabilitati senza alcuna spiegazione o avvertimento. Da un veloce giro su TikTok si può notare, invece, che è possibile trovare contenuti molto più espliciti rispetto ad esempio a Instagram, magari utilizzando qualche accortezza per evitare che il sistema capti termini “pericolosi” (come ad esempio scrivendo “s$ss0” invece di “sesso”). Certo, rimane il fatto che una volta che il processo di cancellazione di un account per violazione (vera o presunta) delle linee guida viene attivato riaverlo è a quanto pare molto più difficile, se non impossibile; e l’attenzione estrema rivolta a certi contenuti viene meno invece sui commenti, che ricevono uno scarso controllo (quando non completamente assente). 

Dal punto di vista politico, invece, TikTok è uno spazio paradossalmente più sicuro di altre piattaforme, per quanto ci possa sembrare strano che sia proprio un’azienda cinese a garantire maggiore pluralità. Se su Instagram, infatti, gli account dell’attivista ed ex-combattente in Rojava Maria Edgarda Marcucci sono stati disattivati da un giorno all’altro, su TikTok  si trovano numerosi video sul trattamento delle persone uiguri in Cina. 

https://www.tiktok.com/@christian.zhao/video/6887934862301465858

Infine, a differenza dei suoi principali concorrenti, TikTok ha creato un fondo per i suoi creator disponibile da qualche mese anche in Europa, che permette loro di monetizzare dalla produzione di contenuti. I criteri per accedervi meritano sicuramente una riflessione (il numero di follower, ad esempio, deve essere superiore a 10.000, e sebbene sia più semplice raggiungere cifre di questo tipo su TikTok rispetto ad altri social rimane una distinzione problematica) così come varrebbe la pena discuterne il funzionamento, ma si tratta comunque di uno stimolo per discutere del rapporto tra utenti-creator e le piattaforme che ne ospitano i contenuti, da cui poi ricavano dei profitti. 

Potenzialità per l’attivismo social e la divulgazione

A questo punto abbiamo capito che TikTok non è soltanto il social dei balletti, né unicamente uno spazio in cui la generazione Z può sfogare il suo “bisogno di attenzioni”. Posto che queste cose non sono necessariamente negative e sarebbe più utile assumere un atteggiamento meno snob quando si analizzano i fenomeni social, la piattaforma di condivisione video cinese offre moltissime potenzialità non soltanto dal punto di vista creativo ma anche per costruire nuove narrazioni più inclusive e fare divulgazione. L’algoritmo crea sì delle bolle, ma queste sono anche, spesso, degli spazi sicuri per chi non ha mai goduto di rappresentazione né della libertà di esprimersi serenamente. Se quando si installa per la prima volta l’applicazione ci si ritrova di default sul cosiddetto “straight TikTok” – ovvero nella propria pagina “Per te” appaiono soltanto video “mainstream” come sketch comici, ricette e coreografie – basta qualche ora di utilizzo per trovare la propria “nicchia” nell’ “alt TikTok”, spazio dove emergono vere e proprie sottoculture e spazi di discussione critica in cui esprimersi e/o entrare in contatto con persone dalle esperienze e i valori simili ai propri. 

Alcune estetiche nate proprio grazie alla piattaforma diventano poi il veicolo per produrre veri e propri immaginari culturali, magari riappropriandosi di insulti e cattive rappresentazioni. Un esempio è il mondo #bimbotok, ovvero quell’angolo del social in cui donne e persone non binarie si sono riappropriate del classico insulto maschilista “bimbo”, ovvero “oca, ragazza svampita”, proponendone una versione femminista, politicamente impegnata e ironica. 

https://www.tiktok.com/@chrissychlapecka/video/6893625815645293829

Insomma, avere delle perplessità su TikTok, così come su ogni altro social, non va necessariamente  liquidato come allarmismo, ed è un processo utile e sano; tuttavia, come spiega sempre Valentina Tanni, rinunciare a queste piattaforme “significa dire di no a una serie di strumenti che sono incredibilmente efficaci nel generare partecipazione alla costruzione di un discorso politico e culturale all’interno di una rete che ha già dimostrato di essere formidabile”.

Un atteggiamento proficuo potrebbe includere, quindi, un buon equilibrio tra scetticismo e accettazione acritica/rassegnata, imparando a coglierne le potenzialità pur mantenendo uno sguardo attento non soltanto sul piano della sicurezza o della privacy, ma anche della rappresentazione e dell’accessibilità. Non vanno sottovaluti, nonostante tutto, i limiti di accessibilità che colpiscono le persone marginalizzate, e che impediscono di rendere l’arena digitale un luogo aperto davvero a tuttз. Se è vero, infatti, che abbandonare certi spazi social quando si fa attivismo significa privarli di voci in grado di promuovere messaggi positivi, non bisogna dimenticare che ci sono persone marginalizzate a cui viene impedito di esprimersi a prescindere. Azioni di boicottaggio come quello proposto lo scorso dicembre per Instagram da sex worker e persone oppresse a vario titolo dalle nuove linee guida sono quindi senza dubbio criticabili, ma è anche importante tenere bene a mente che l’obiettivo finale dovrebbe essere costruire uno spazio il più sicuro possibile per più persone possibile, non solo per noi o la categoria che rappresentiamo. 

TikTok non lo è (ancora), ma conoscerlo senza pregiudizi è un primo passo per capirne le potenzialità in questo senso.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di Josh Rose e Omar Prestwich su Unsplash
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