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Perché essere arbitra di calcio rimane ancora una lotta
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Perché essere arbitra di calcio rimane ancora una lotta

Redazione
Se le arbitre occupano sempre più posto nel mondo del calcio, i passi avanti restano lenti, tra il soffitto di cristallo, l’invisibilità e il sessismo in campo. Inchiesta.

Il 7 giugno 2019, l’ottava edizione della Coppa del mondo di calcio femminile fischierà il calcio d’inizio in Francia. Tra le 27 arbitre presenti, troveremo Stéphanie Frappart, prima donna ad aver fatto da arbitra a una partita della Ligue 1 (massimo livello professionistico del campionato di calcio francese, NdT), quella Amiens-Strasburgo, lo scorso 28 aprile. Se l’evento sembra insignificante, non lo è poi così tanto. “Si spacca poco a poco il soffitto di cristallo”, gioisce Béatrice Barbusse, sociologa specialista di genere nello sport. Tuttavia, questo passo avanti resta simbolico ai suoi occhi. Ci sono circa 800 arbitri nel mondo del calcio e questo non era mai successo… È ancora lontano dall’essere significativo a livello di numero.” Per la studiosa, una cosa è sicura. “Forse è un piccolo passo per gli sportivi, ma è un grande passo per le sportive.”

“A partire dalle sue origini, il calcio è stato pensato e fatto per gli uomini”

Dalla notte dei tempi, il calcio viene considerato come uno sport maschile. I dati parlano da soli: è nel 1970 che le donne sono state autorizzate a praticarlo a livello agonistico, mentre gli uomini lo facevano già da più di un secolo. Meglio tardi che mai. “È un insegnante tedesco di scuola elementare che ha inventato la pallamano a 11 su un campo da calcio perché pensava che il calcio fosse troppo violento per le donne… ricorda Béatrice Barbusse, che è anche la prima donna a capo di un club di pallamano in Francia. A partire dalle sue origini, il calcio è stato pensato e fatto per gli uomini.” Se certe tragedie storiche – tra cui la Prima Guerra mondiale e il periodo tra le due guerre – hanno permesso alle donne di prendere parte a questo sport, la situazione è peggiorata velocemente, sia nell’ambiente professionale che amatoriale.

Se il numero delle giocatrici aumenta, la nota dolente delle federazioni restano i posti di responsabilità: arbitre, allenatrici, agenti sportive e direttrici. Un fenomeno dovuto alle pressioni sopportate: “Dal momento che si hanno responsabilità, si è più esposte”, analizza Béatrice Barbusse. Non solo ai giocatori, ma anche alle panchine, ai tifosi, ai giornalisti…” I dirigenti uomini non sono per forza più gentili tra di loro, ma le pressioni esercitate sulle donne differiscono per il fatto che sono dettate dal genere: “Le donne hanno il diritto a ogni forma di insulto come ‘vai a lavare i piatti’, ‘torna a fare la maglia’. Questo sessismo violento rimanda la donna al ruolo che le spetta: restare a casa. E chi vuole infliggersi questo? Non siamo masochiste”

Un’invisibilità mediatica

Per Marine Rome, co-presidente dell’associazione Les Dégommeuses (una squadra di calcio femminile composta principalmente da lesbiche e persone trans, ndt), fondata nel 2012 contro le discriminazioni nello sport, le donne non sono abbastanza esposte e rappresentate nei media: “Abbiamo fatto uno studio sul posto riservato al calcio femminile in diversi quotidiani nazionali e regionali e la percentuale è veramente molto bassa.”

Al di là della bassa proporzione, il modo di approcciare il tema pone dei problemi: “La parola viene sempre data agli uomini. Nelle foto si mostra il coach o non le giocatrici. C’è una vera invisibilità.” Sophie, che segue il calcio e allo stesso tempo lo pratica, aggiunge: “Si giudica sempre la prestazione dell’arbitro dopo le partite, ma dopo la partita di Stéphanie Frappart nella Lega 1 c’è stata una sorta di “Uff, si è difesa bene” sulle prime pagine dei giornali. Cosa avrebbero detto se avesse fatto errori? ‘Ah beh, in fin dei conti non bisogna prendere le donne’? È ridicolo”. Al di là della questione del sessismo, una doppia – e persino tripla – discriminazione viene effettuata nei confronti delle persone LGBTQ o rifugiate nell’ambito dello sport.

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Ma allora, qual è la soluzione? Per Béatrice Barbusse, come anche per Marine Rome, solo l’educazione può migliorare la situazione. Altrimenti detto, mostrare alle ragazze che è legittimo voler giocare a calcio. “Le infrastrutture devono comunicare di più, per attirare le ragazze e dar loro spazio, stima Sophie. Questo darà, forse, più voglia alle altre di bussare alle porte dei club.” La Coppa del Mondo femminile è ugualmente oggetto di speranza. “Per le arbitre, la posta in gioco sarà enorme, riassume Analie. Se sbagliano, se ne sentirà parlare per un po’. Ma se c’è una bella performance, spero che venga valorizzata.” Un sentimento condiviso da Sophie: “Sfortunatamente, dobbiamo provare che le donne sanno giocare a calcio. Grazie a questa diffusione a scala nazionale, il pubblico constaterà che nel calcio femminile ci sono delle belle partite, suspence e una vera competizione!” Tuttavia, la co-presidente delle Dégommeuses rimane vigile: “Il fatto di avere i riflettori puntati è sicuramente molto positivo. Dopo si osserverà il modo in cui se ne parla, perché il rischio è di cadere negli scivoloni sessisti. Come quando alla consegna del pallone d’oro ad Ada Hegerberg, le hanno chiesto se sapeva fare twerking…” Come ricorda Béatrice Barbusse, “un grande avvenimento sportivo internazionale non è abbastanza per favorire il coinvolgimento delle donne in questo tipo di funzione. È giusto uno degli anelli che bisogna mettere uno dopo l’altro sulla catena per arrivare alla fine.” Tocca a noi giocare.

Fonte
Magazine: Cheek Magazine
Articolo: Pourquoi être une femme arbitre de football reste un combat
Autrice: Manon Michel
Data: 5 giugno 2019
Traduzione a cura di: Gloria Spagnoli
Immagine di copertina: Unsplash

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