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Perché sei femmina
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Perché sei femmina

Grazia Polizzi

Sono sempre stata curiosa, sin da piccola. I miei genitori – poverini! – hanno dovuto continuamente fare i conti con le mie mille domande e il mio desiderio di conoscere, implacabili e accompagnati costantemente da ulteriori come mai e perché che seguivano inevitabilmente al primo interrogativo. Che sollievo sarà stato per loro il momento in cui ho imparato a cercare autonomamente le mie risposte! La tattica perfetta per zittirmi consisteva, dunque, nel fornirmi qualcosa su cui riflettere e non un semplice e affrettato “perché è così”. Tutto questo non funzionava, però, nel momento in cui chiedevo a mia madre perché io, e non mio fratello per esempio, avessi un determinato compito in casa: la sentenza che giungeva in quell’occasione era: “amore, perché sei femmina”.

Se in un primo momento rimanevo a tacere cercando di capire cosa avesse a che fare il mio genere con lo sparecchiare e quello di mio fratello col portare fuori la spazzatura, in un secondo mettevo in discussione tutto questo sistema. Liti, urla e sbattimenti di porte adolescenziali, ma a me la situazione non andava proprio giù. Flash forward: da qualche anno a questa parte mia madre ha cominciato a considerare il mio punto di vista e a chiamarmi, con una punta di bonaria ironia, la Femminista. E io, a essere sincera, di questo titolo vado proprio fiera.

 

No, non voglio dipingere un quadro distorto del mio luogo natio. Di una Sicilia antica e retrograda dove l’emancipazione femminile è ancora un sogno, né voglio dare a mio fratello del pelandrone o a mia madre dell’antiquata. Sono solo contenta di aver instillato in lei, che ha vissuto in età giovanile un’epoca profondamente diversa, una scintilla di rivoluzione. Si badi bene, questo termine è sicuramente da prendere con le pinze, ma in una terra che non si muove anche il più piccolo gesto è clamorosamente rivoluzionario. Liberté! Égalité! Quello che voglio mettere in mostra con queste mie parole sono piuttosto le radici patriarcali dietro questi atteggiamenti apparentemente innocui che non sono rimasti al passo coi tempi e che non tengono conto dei cambiamenti sociali che, a partire dalla prima ondata, il femminismo ha portato con sé.

Prima di continuare il discorso, nel caso in cui steste pensando che si tratti dell’ennesimo resoconto alla 10-motivi-per-cui-le-donne-sono-meglio-degli-uomini vi dico già che resterete profondamente delusi, perché non è questo il femminismo in cui credo. Femminismo non è il contrario di maschilismo, anche se la mera logica linguistica suggerirebbe altro. Femminismo, nel secolo a cui apparteniamo, non è nient’altro che un sinonimo di parità ed equità. Dopo secoli di discriminazioni e di sentirsi solo come una parte a completamento della mela maschile, non è arrivato un tempo di rivalsa per la donna. O meglio, è arrivato un tempo in cui la donna esige la parità politica, sociale ed economica tra i sessi. E la avrà.

Già che siamo in ambito filologico, comincerei a spiegare una delle prime ragioni per cui essere donna è già di per sé discriminante nel posto da cui provengo. In siciliano esistono gli òmini, i masculi e i cristiani. (Con “cristiano” non si intende specificatamente un credente, ma semplicemente una persona di sesso maschile. Eh, l’eredità cattolica! Ma di questo parleremo in separata sede.) Tutti gli individui di sesso femminile sono, invece, fimmine. Non donne ma “femmine”, come se l’intera dimensione della persona fosse riconducibile al sesso attribuitole alla nascita e a nient’altro. Per di più esistono tanti buonuomini, così definiti sulla fiducia indipendentemente dalle loro azioni, ma non esistono buone femmine nel gergo. Di malefimmine, invece, si canta pure nelle canzoni neomelodiche.

 

La logica che vuole la donna ai fornelli e dietro l’asse da stiro è ancora più profonda, ed è quella del breadwinner, ovvero di colui il quale porti il pane in casa: io lavoro, io provvedo economicamente per il nucleo familiare, io decido. In una famiglia cosiddetta “tradizionale”, in cui solo uno dei due partner lavora, mi sembra quantomeno logico che chi resta a casa si occupi delle faccende domestiche. E non soltanto è logico, è persino paritetico. Che poi la casalinga sia sempre la donna, beh, questo è ben altro problema.

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Questa “tradizione” ha creato anche dei mostri aggiuntivi: non potete capire la pelle d’oca che mi assale quando sento frasi come “è il marito perfetto, mi aiuta un sacco in casa e coi bambini”, pronunciate poi da donne che lavorano tanto quanto il coniuge. Ma in che senso vi aiuta? Non condividete una responsabilità? Una donna è tanto madre quanto un uomo è padre. Non vi sta aiutando, sta semplicemente svolgendo il proprio compito. Non c’è nulla da santificare o da ringraziare se non a livello esclusivamente umano.

Questa non è parità, è solo una fragile illusione. È un’illusione perché dalla donna ci si aspetta ancora il pasto preparato in casa dopo una giornata a lavoro. È un inganno perché, se non si riesce a rispettare questi canoni, ci si sente imprescindibilmente in colpa e da meno rispetto alle altre. Ci si vergogna persino. È una menzogna, perché la donna crede di essere rispettata. E per carità, lo è, ma solo per galanteria.

La damigella in pericolo è scomparsa, la donna non è un individuo da salvaguardare perché fisicamente più debole o perché non sa fare nulla di utile senza l’apporto maschile. L’arrivo di queste figure femminili “tuttofare” non ha portato reali vantaggi né alla donna né alla società tutta se si continua a vivere cementati con la mente nei vecchi schemi patriarcali. La donna non è solo madre o sorella: è un essere umano. E sarebbe anche ora che questo rispetto scaturisse con i giusti presupposti e da riviste motivazioni.

N.d.r. QUESTO ARTICOLO È STATO ORIGINARIAMENTE REDATTO IL 19 MARZO 2017.

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