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PERFETTA NON TI PIACERESTI: come gli altri vedono i tuoi disturbi alimentari

PERFETTA NON TI PIACERESTI: come gli altri vedono i tuoi disturbi alimentari

Articolo di Giulia Tamborrino

Perfetta non ti piaceresti” è lo slogan proposto dal format statunitense Buzzfeed. In seguito a diversi scatti fotografici professionali proposti loro, quattro donne comuni sono giunte alla conclusione che perseguire l’idea di bellezza dei giorni nostri non è altro che “una battaglia senza fine”, per cui non si fa altro che sprecare attimi preziosi della propria vita.

Effettivamente, la brutta tendenza della società moderna è quella di spingere l’ideale di bellezza – soprattutto quella femminile, da sempre più discusso e soggetto a diverse evoluzioni nel corso dei secoli – ed i suoi canoni al limite e al superlativo: una bella donna degli anni Duemila è sottile, è alta, è magrissima e non rispondere a nessuna di queste caratteristiche costringe automaticamente a rannicchiarsi in un angolo, assieme a tutte le altre ragazze che non somigliano affatto alle modelle propinate sulle copertine delle riviste patinate o, più recentemente, ovunque su internet.

Negli ultimi decenni i casi di disturbi alimentari sono aumentati negli Stati Uniti, ma anche in realtà ben più vicine a noi. Secondo i dati diffusi dalla Società Italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare (Sisdca), in Italia lo 0,5% delle giovani tra i 12 ed i 25 anni soffre di anoressia, tra l’1% e il 2% di bulimia.
Non sono tanto le percentuali a dover interessare, ma come l’opinione pubblica sia ormai tanto abituata all’esistenza di queste particolari alterazioni della normale alimentazione nei giovani da non giudicarli più nemmeno come dei disturbi, ma anzi da sottovalutarli e arrivare addirittura a insultarli, considerarli un’egoistica esagerazione, come se una ragazza che perde il suo appetito ed il suo piacere per il cibo senza lasciar trapelare il perché lo facesse per attirare l’attenzione su di sé o per capriccio!

Ormai si pensa che la diagnosi di anoressia, di obesità o di bulimia sia semplicemente una risposta a come la società moderna vuole la donna: snella, tonica e sottile, senza inestetismi e sempre sorridente.
Non si può certo mettere in dubbio che ci siano ragazze e ragazzi che adattano il loro regime alimentare per rispondere a questo nuovo archetipo di bellezza, affidandosi a internet e a diete di dubbia provenienza, redatte magari da adolescenti ottimisti. Non a caso, la leggerezza con cui l’argomento viene trattato e l’eccessiva fiducia che le nuove generazioni ripongono nella rete per paura o più semplicemente per fatica di rivolgersi ad un medico o anche solo ai genitori sono due delle principali cause che conducono al disturbo.

Se una ragazza smette di mangiare per perdere quei chili in più che il mondo della moda proprio non concepisce oppure prende due lassativi dopo ogni pasto per evitare di assimilare qualunque cosa abbia ingerito, sta già iniziando a reggere un peso che poi richiederà molta fatica per liberarsene.

Ci sono però anche altri tipi di disturbi.
Non sempre è l’esterno a manovrare le nostre decisioni, seppure possa apparire così. Quando si tratta di interiorità, si tende sempre a giudicare più pesantemente, perché chi si lascia abbattere dalle proprie debolezze è accusato di essere infantile, schiavo delle sue stesse emozioni e immediatamente una ragazza che risponde esitando: “no, non ho fame” è definita come vittima della società che ci vuole tutte belle, magre, toniche, perfette, una schiera di belle bambole vuote e sorridenti con la pelle luminosa.

Fin da bambine, si è abituate a tener sempre molto conto dell’opinione del sesso maschile, ponendola al centro delle proprie decisioni. Quale vestito dovrei mettere? Quale piacerà di più al ragazzo che mi piace? Con questa gonna cosa penseranno gli uomini di me? Con gli occhi più grandi verrei notata di più? Dovrei perdere qualche chilo per essere più attraente agli occhi dei miei compagni di scuola? Queste sono solo alcune delle domande che attraversano quotidianamente la mente della maggioranza delle donne dei giorni nostri.

Non è un processo razionale o decisionale: siamo talmente assuefatte da un una rete relazionale, purtroppo ancora patriarcale sotto molti punti di vista, che ci è impossibile non porre in dubbio alcune di queste questioni o farci assalire dall’insicurezza a causa di esse.
Con la mente così offuscata dall’eterna volontà di essere scelte come le più belle e le più attraenti, è facile scivolare nel pensiero che la ragazza schiva, che dimagrisce di dieci chili nel giro di pochi mesi e che mangia poco ma convulsamente agisca meramente al fine di rientrare anche lei nel canone di bellezza fissato da qualche entità “dall’alto” e, soprattutto, per risultare carina e desiderabile agli occhi del ragazzo che le piace.
Ma sei così bella, perché non ti piacciono le tue curve?” oppure “guarda che ai ragazzi piacciono i tipi come te!” sono solo due delle tante affermazioni che molte si sono sentite dire nel corso dei peggiori momenti che hanno passato a causa del loro disturbo alimentare. Non è così semplice, molto spesso non ha nemmeno a che fare con l’apparenza esterna, ma si radica addirittura nel rapporto stesso tra persona e cibo, alterato da motivi più o meno drammatici. Quindi no, probabilmente le sue curve non le piacciono affatto, vorrebbe pesare cinque chili meno come tutte le sue coetanee, ma non è quello il punto.

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Probabilmente è vero, molti ragazzi sarebbero attratti da questa ipotetica lei – e non si può certo negare che questo la lusinghi – ma cosa importa essere corteggiate quando si è talmente imbarazzate da non riuscire ad essere come tutte le ragazze normali nonostante i propri sforzi? La delusione ed il fallimento dei propri sforzi non si curano certo con una storia d’amore.
Quasi mai frasi del genere sono dettate dalla cattiveria. Più semplicemente, ci si affida molto all’opinione pubblica che vede questi problemi come disturbi di serie B, comunicando tra le righe che “sì, ci dispiace che tu soffra a vivere nella tua stessa pelle, ma sicuramente lì fuori ci sono persone che soffrono pene molto più drammatiche delle tue”.
Non c’è dubbio che l’umanità affronti giornalmente catastrofi di dimensioni portentose – basti pensare ai disastri naturali che radono al suolo città intere o a malattie mortali per le quali purtroppo ancora non c’è una cura – ma riconoscere di dover rispettare le piccole battaglie che ogni persona deve affrontare nel suo piccolo non sminuisce affatto la gravità degli episodi più grandi e, allo stesso modo, screditare le turbe altrui non aiuta i drammi a risolversi più velocemente.

Come molti altri argomenti, anche i disturbi alimentari sono soggetti a forti discriminazioni di genere, portate avanti sia da ragazzi, ma anche da ragazze.
È sessista pensare che decidere se indossare un vestito più aderente del solito venga fatto per piacere a un ragazzo? Saltare o no un pasto per dimagrire e perdere una taglia per apparire più attraente? Ficcarsi due dita gelide in gola per rigurgitare tutto quel cibo che si è ingerito a causa dello stress per non sentirsi in colpa di una porzione più abbondante ed uscire senza pensieri? Ma soprattutto, è sessista pensare che un disturbo così complesso e così poco conosciuto, che spesso non fa dormire la notte e mette in seria discussione progetti e ambizioni di una vita intera sia dettato meramente da come il proprio corpo possa apparire in uno specchio, agli occhi degli altri o, ancora peggio, a quelli dei ragazzi? Sì, certamente.

Se vengono rispettate star della televisione di dubbia provenienza, che propinano modelli di bellezza “eccessiva”, pompata dalla chirurgia estetica e dal botulino, o modelle al limite dell’anoressia che osannano la taglia zero e spingono le loro fan a raggiungerla, incoraggiando la spaventosa filosofia pro-anoressia che si sta sviluppando in questi anni tra i più giovani – “non c’è nulla di meglio che essere pelle e ossa” è la pessima uscita del 2009 della super modella britannica Kate Moss – costantemente ritoccate e esasperate fino ad una perfezione che non potrà mai essere raggiunta se non tramite un computer, sinceramente non capisco perché non possano essere almeno rispettate se non aiutate tutte quelle ragazze – e ragazzi, anche loro vittime, seppur più raramente – che combattono ogni giorno contro una voce estranea dentro la loro testa, sia che ricordi loro che non riusciranno mai ad adeguarsi alla normalità che l’opinione pubblica richiede sia che li tormenti nel limite della loro interiorità.

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