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Pizzica, ragni e patriarcato

Pizzica, ragni e patriarcato

“Fimmene, fimmene, ca sciati allu tabaccu, nde sciati doi e nde turnati quattru”

Recita così uno dei più famosi stornelli salentini, cantato a squarciagola a ritmo di tamburelli e fisarmoniche. Una scena familiare per chi è natə in Puglia, ma che è ormai piuttosto nota anche nel resto d’Italia, per via delle numerose feste popolari a cui ə turistə partecipano ogni anno. La Pizzica salentina, il movimento che accompagna le storie tradizionali raccontate in musica e parole, è una danza travolgente con radici antichissime, così ancorate al passato da risultare spesso misteriose.
E mentre l’eco dei tamburi detta il movimento, i piedi che battono sulla terra arsa e rossa narrano di “fimmene”, due contadine, che vanno a lavorare nei campi di tabacco e a fine giornata tornano a casa in quattro. Il loro moltiplicarsi dicono possa avere una duplice interpretazione: sono spezzate, piegate in due dalla fatica oppure potrebbero aver subìto violenza dagli uomini per cui lavorano e per questo rimaste incinte. Anche se su questo aspetto la tradizione non si pronuncia una cosa ci è chiara: si tratta in ogni caso di una storia di sfruttamento e patriarcato.

La pizzica, che oggi balliamo e cantiamo in maniera leggera e allegra durante feste e sagre, con la sua specificità di movimenti, parole e musica in realtà si porta dietro un’eredità culturale fatta di povertà, campagne e… ragni. Fino a poco tempo fa la vita contadina salentina era fatta, oltre che di semina e raccolto, anche di rituali curativi tramandati – si dice – a partire dal basso Medioevo. Questi servivano principalmente per curare le persone pizzicate, quelle cioè morse da un ragno velenoso – la taranta – che si pensava potessero guarire solo ballando.

Di tarantismo ne ha parlato moltissimo Luigi Chiriatti

un autore che per decenni si è dedicato all’attività di ricerca nel campo delle tradizioni popolari del Salento, convogliata poi nel suo libro “Morso d’amore”. Nel testo si legge che tale nomenclatura sta ad indicare l’esorcismo musicale, coreutico e cromatico che serviva a liberare e curare le persone avvelenate dal ragno. Un’interpretazione arricchita, negli anni a venire, di altre sfumature. Per moltə studiosə, infatti, il tarantismo potrebbe identificare una patologia o sindrome, paragonabile a una specie di isteria che si manifesta soprattutto nelle donne.
I rituali curativi cominciavano tra le mura di casa e finivano nella cappella di San Paolo, a Galatina (in provincia di Lecce) dove la persona tarantata, al centro della stanza, si dimenava e si muoveva spasmodicamente al ritmo di una musica fortemente ritmata, prodotta da violini, fisarmoniche e tamburelli posti tutt’intorno. Il processo si poteva ritenere concluso quando la persona colpita cadeva a terra, esausta; era il segno che il veleno aveva perso le sue proprietà, lasciando libero il corpo ‘occupato’.
È solo alla metà del Novecento che si comincia a guardare al tarantismo con occhi diversi, arrivando a definirlo non più come un’isteria causata dal veleno, ma come una vera e propria “sindrome culturale”. Ernesto de Martino, antropologo, storico delle religioni e filosofo, dice che il fenomeno, più che da un morso di un ragno, nasce come manifestazione di un conflitto latente dell’inconscio, uno sfogo contro una società rigidamente patriarcale, che precludeva alle donne ogni tipo di autodeterminazione e libertà.

Le donne del tempo non solo erano prive di qualsiasi potere decisionale, ma anche di qualsiasi forma di libertà, tra cui quella di esprimere i propri bisogni. Erano costrette, infatti, ad una vita di fatica, alla cura dei figli e della casa, assoggettate ai padri ed ai mariti dopo il matrimonio. La loro socialità era relegata alla messa della domenica o alle feste patronali.

Certo, è vero pure che le narrazioni antiche raccontano anche di uomini pizzicati, seppur in numero decisamente inferiore. Non solo donne dunque: un’indicazione che, se rapportata al contesto in cui viviamo oggi, non dovrebbe sorprenderci; le condizioni sfavorevoli di vita e di lavoro colpivano e colpiscono anche gli uomini, così come faceva e fa il sistema patriarcale.

Danzare freneticamente serviva a sfogare rabbia e frustrazione,

sentimenti mascherati di magico e di tradizione, per ottenere il perdono della società. Un’occasione, soprattutto per le donne, di esternare le proprie angosce domestiche e di mostrare le proprie difficoltà, vincolate, tuttavia, al mistico, alla medicalizzazione e, alla fine, pure alla religione. Legami obbligati da cui le donne però tentavano di svincolarsi in diversi modi: davanti all’intervento salvifico e curatore di San Paolo, queste reagivano strappandosi i vestiti di dosso o urinando sull’altare. D’altronde la “cura” non poteva provenire dalle stesse mani che avevano provocato loro tutto quel dolore, quelle degli uomini. Tant’è che la tradizione racconta che a lungo andare – a differenza della pizzica tradizionale di oggi – durante i rituali guaritivi erano soprattutto le donne a dettare i ritmi della danza, a suon di tamburello. Donne per le donne quindi: le tarantate e le curatrici, in un rapporto di solidarietà e sorellanza l’una verso le altre.

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Durante i suoi studi Annabella Rossi, antropologa, fotografa e documentarista, ha raccontato di aver conosciuto una donna tarantata, con la quale dice di aver vissuto un fitto rapporto epistolare durato sei anni (1959-1965). Questo legame l’ha portata a scrivere “Lettere da una tarantata”, fra le cui pagine emerge la centralità di un concetto: l’importanza del rapporto donna-ambiente circostante. Tant’è che quelli delle donne ‘pizzicate’ erano sì degli attacchi di natura epilettica, innescati però da un bisogno di manifestare la propria esistenza e comunicare un disagio culturale.

Per tranquillizzare chi vorrà fare un viaggio in Salento: il tarantismo, per com’era, non esiste più. La società, in generale, si è evoluta: le condizioni di vita sono diventate più dignitose, l’emancipazione economica è sempre più diffusa, così come quella culturale e politica. Il contesto è migliorato per molte persone, anche per chi in quel rituale ha trovato a lungo una via di fuga: le donne. Certo, se mai dovessimo vedere qualcuna di loro ballare ancora per le strade e per le piazze pizzicate dal patriarcato, non credo proveremmo poi tutto questo stupore.

Bibliografia
-De Martino, Ernesto, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, 1961, Il Saggiatore
-Chiriatti, Luigi, Morso d’amore. Viaggio nel tarantismo salentino, 1981, Kurumuny
-Rossi, Annabella, Lettera da una tarantata, 1970, Da Donato
Credits

Immagine cover sito
Foto di Ylanite Koppens (Pexels)

Foto di cottonbro studio (Pexels)
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Alfredo Majorano (1950), Pubblico dominio 
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Annabella Rossi – Archivio Sonoro della Puglia (screenshot video)
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