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Primo Maggio: meno lavoro, più morti, nessuna festa
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Primo Maggio: meno lavoro, più morti, nessuna festa

Biancamaria Furci

Il Primo Maggio è la Festa dei lavoratori e delle lavoratrici, non del lavoro. Per questo sarebbe bello non dover parlare di cifre, statistiche, numeri. Ricondurre alla centralità della persona, al protagonismo di chi lavora, ben al di sopra dell’economia e delle logiche di mercato o del sistema capitalista. Quest’anno, però, appare impossibile scindere i due aspetti, perché la vita delle persone è molto più legata e condizionata dal lavoro di quanto non fosse prima.

Due aspetti hanno caratterizzato grandemente i dodici mesi appena trascorsi: un aumento sensibile delle vittime sul lavoro e delle malattie contratte in ambito lavorativo e una perdita costante di posti di lavoro trasversale a quasi ogni settore e categoria ma con un maggiore impatto nei confronti di donne, giovani e migranti. Questa tragedia nella tragedia, in piena pandemia, sta avendo e continuerà ad avere ripercussioni psicosociali enormi. La necessità di parlarne e riportare costantemente attenzione sulla tematica è legata a doppio filo all’impossibilità di pensare un futuro diverso se non analizzando e capendo gli errori che si sono succeduti e le responsabilità generali.

L’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha intitolato il proprio rapporto annuale in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro “Anticipare e essere pronti a rispondere alle crisi”, analizzando le misure intraprese per prevenire e gestire i rischi derivanti dalla pandemia. Vengono prese in considerazione tutte le tematiche afferenti ai rischi psicosociali delle nuove modalità di lavoro, riportando che il passaggio a nuove modalità di svolgimento del proprio impiego può far emergere problematiche quali la violenza domestica subita dalle donne, che aumenta in quanto esse sono più presenti a casa ed esposte ai propri partner violenti oltre che maggiormente isolate dal resto del mondo (nel periodo marzo-ottobre 2020 in Italia il numero delle chiamate al telefono rosa antiviolenza ha registrato un aumento del 71,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente).

Oltre alla sicurezza fisica e psicologica delle donne, ci si concentra sulle ricadute emotive che la pandemia ha avuto, in particolare per alcune categorie di lavoratorə. Dal report dell’ILO emerge che dopo l’anno di pandemia da Covid-19 la salute mentale deə operatorə socio-sanitariə è fortemente a rischio: 1 su 5 ha riportato sintomi di depressione e ansia, la minaccia per il benessere psicologico ed emotivo è concreta e desta allarme.

Non solo il settore socio-sanitario ha visto questa ascesa dei casi di difficoltà personali e psicologiche legate al lavoro. Anche fra le persone che lavorano da remoto si riscontrano livelli di stress e affaticamento altissimi, dovuti in parte all’effetto dell’isolamento e in parte a un maggiore livello di stress causato da lavoro. Dall’ultima ricerca di ADP (che si occupa di gestione delle risorse umane) “People at Work 2021: A Global Workforce View”, effettuata su un campione di 32.471 persone occupate in 17 differenti Paesi, si stima che il 10% delle persone che lavorano abbia iniziato a lavorare gratuitamente fino a 20 ore alla settimana in più dall’inizio della pandemia. Questo dato interessa prevalentemente chi lavora in smart-working, che si trova ad affrontare responsabilità lavorative maggiori per sopperire ai licenziamenti, questo a fronte di una diminuzione significativa della fiducia verso il proprio posto di lavoro (per la paura di perderlo o per il senso di precarietà dato dalle forme contrattuali atipiche in crescita).

In questo scenario di mancanza di fiducia e di impatto negativo dato dalla crisi lavorativa, a pagare il prezzo più alto sono in assoluto le persone giovani. Non solo perché più interessate rispetto alle altre classi d’età al generale aumento della disoccupazione e diminuzione dell’occupazione, ma perché grandi protagoniste del tasso di inattività. Questo tema lo affronta il paper di Laboratorio Futuro dell’Istituto Toniolo, “La perdita della speranza: i NEET, tra incuria istituzionale e pandemia”: NEET è un termine con il quale ci si riferisce alle persone che non studiano e non lavorano ed è un fenomeno che riguarda soprattutto ə giovani sotto ai 35 anni di età particolarmente presente in Italia. Nella fascia d’età 25-34 anni la percentuale di NEET nel Paese è del 30,7%, dodici punti percentuali sopra alla media europea, ed è salita al 19% nella fascia 15-24 anni. Le persone giovani sono scoraggiate dall’andamento del mercato del lavoro, hanno una visione pessimistica del futuro e spesso smettono di cercare dopo lunghi periodi di disoccupazione; queste tendenze sono state incrementate dalla crisi occupazionale che è seguita alle misure restrittive per il contenimento della pandemia. La situazione delle persone giovani che non cercano lavoro assume le proporzioni di problematica sociale in termini di numeri tanto massicci e dovrà essere affrontata nell’immediato futuro per contenerne gli effetti sul lungo termine.

Non solo ə giovani sono statə interessatə dalla forte diminuzione dell’occupazione e dall’incremento della disoccupazione e dell’inattività, in tutto il mondo e in Italia: nell’ultimo report “Occupati e disoccupati” l’ISTAT riferisce un calo dell’occupazione senza precedenti nel 2020, con la perdita di 456mila posti di lavoro nel Paese, e un forte aumento delle persone inattive. Nel confronto febbraio 2020-febbraio 2021, poi, viene registrata una perdita di 945mila unità lavorative. Questa differenza nella rilevazione è dovuta al nuovo metodo adottato dall’Istituto per calcolare le persone disoccupate: vengono considerate tali quelle in cassaintegrazione da più di tre mesi e ə autonomə che hanno sospeso per oltre tre mesi la propria attività; questo adeguamento rende i numeri più vicini alla realtà.

A livello globale, durante il primo anno della pandemia da Covid-19 il numero delle ore settimanali lavorate è calato dell’8,8% rispetto al 2019, 12 miliardi di ore di lavoro perse ogni 7 giorni. Il tasso di disoccupazione globale è scattato al 6,5%, crescendo di oltre un punto percentuale rispetto all’anno precedente, arrivando così a essere il record di disoccupazione del secolo. Le persone che hanno perso il proprio posto di lavoro nel 2020 nel mondo sono state quindi 33 milioni, con una situazione più gravosa in Asia, Nord America e l’area dell’America latina e dei Caraibi. Altro elemento distintivo del 2020 è stato il feroce aumento delle persone inattive, che non hanno un’occupazione e non ne cercano una: 81 milioni di unità.

Sia su scala nazionale che globale, l’impatto sproporzionale dell’aumento della disoccupazione conseguente alla pandemia è andato a svantaggio delle donne, così come le conseguenze più gravi della crisi economica: gli studi che lo confermano sono citati dal “Global Gender Gap Report 2021” del World Economic Forum. Le donne sono da sempre più soggette a essere protagoniste delle crisi lavorative, perché hanno maggiori probabilità di perderlo essendo più impegnate (in molti casi come uniche depositarie) del lavoro di cura in casa di figliə, parenti anzianə o bisognosə di assistenza. Si stima che la parità di genere sul posto di lavoro sarà raggiunta fra 267 anni, la pandemia ha fatto balzare notevolmente in avanti il momento precedentemente indicato per questo traguardo. Nel solo mese di dicembre 2020 in Italia, su 101mila posti di lavoro persi, 99mila appartenevano a donne.

Oltre alle donne, e alle persone giovani tutte come abbiamo visto, una categoria particolarmente colpita dalla crisi del lavoro è stata quella delle persone migranti. Maggiormente soggette a contratti precari e vittime di sfruttamento, molte di loro, impiegate in settori a contatto con il pubblico, hanno dovuto far ritorno ai propri Paesi di origine in seguito ai licenziamenti. Secondo il rapporto annuale del Ministero del Lavoro “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, nel secondo trimestre del 2020 il crollo dell’occupazione fra le persone migranti è stato di 190.330 unità rispetto all’anno precedente, pari all’11,2% del totale deə migranti occupatə.

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Al problema di proporzioni gargantuesche della perdita del lavoro e dell’aumento di fattori di stress e rischio per chi continua ad avere un impiego, si affianca poi il dramma dei contagi sul luogo di lavoro e delle vittime del lavoro. Il report nazionale dell’INAIL sui contagi sul lavoro è una sferzata in pieno volto: 165.528 contagi avvenuti sul lavoro dall’inizio della pandemia al 31 marzo 2021, pari a un quarto delle denunce complessive di infortunio sul lavoro pervenute all’Istituto, e costituente quasi il 5% delle denunce totali dei contagi riferite dall’Istituto Superiore di Sanità. L’incremento è costante, nel solo mese di marzo oltre 8mila denunce in più rispetto al mese precedente, l’incidenza della “seconda ondata” iniziata a ottobre-novembre ha portato più del doppio dei contagi sul luogo di lavoro rispetto alla prima.

I casi mortali di Covid-19 dopo contagio sul lavoro sono 551, circa un terzo del totale dei decessi sul lavoro segnalati da gennaio 2020: fra questi, più di 300 medicə. Il settore della sanità e assistenza sociale è al primo posto per il numero di persone contagiate, gli altri settori più colpiti sono stati l’amministrazione pubblica, il noleggio e servizi di supporto alle imprese, il manifatturiero, alloggio e ristorazione, trasporto e magazzinaggio (al secondo posto per numero di decessi, dopo il settore socio-sanitario).

In tutto il mondo, il personale sanitario ha pagato un prezzo altissimo per far fronte all’emergenza pandemica, più di 7mila operatorə sanitariə nel mondo hanno perso la vita e attualmente 136 milioni di operatorə socio-sanitariə vivono il forte rischio di contrarre il virus. I dati, come sottolineava Amnesty International a settembre 2020, sono sicuramente assai sottostimati a causa delle informazioni incomplete disponibili in molti Stati. I dispositivi di protezione individuale insussistenti e i protocolli poco chiari sembrano essere una delle cause che più hanno concorso a queste morti, spesso evitabili, in molti Paesi.

Nel 2020, in Italia, 1.270 persone hanno perso la vita a causa del lavoro. L’aumento delle morti sul lavoro è costante e non può essere spiegato con l’aumento della popolazione mondiale: ci basti considerare che nel 2017 l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha stimato che ogni giorno 6.300 persone morivano a causa di incidenti professionali o per malattie correlate: 2,3 milioni di morti all’anno, una ogni 15 secondi. Nel 2002 erano 2 milioni. Nel 2020? Le morti sul lavoro sono salite a 2,78 milioni l’anno, con dati imparziali e sottostimati per quanto riguarda le morti legate alla pandemia di Covid-19. Un lutto infinito che non fa che gravare ancora e ancora sulle vite sempre più a rischio di lavoratori e lavoratrici. Una tragedia umana che dovrebbe portare a chiederci, ancora una volta e con maggior urgenza dopo l’anno trascorso: quante di queste morti erano evitabili? Quante avrebbero potuto essere prevenute e impedite? Se non tutte, volendo considerare che le fatalità fuori dal controllo umano accadono, almeno molte.

Il bilancio, in questo Primo Maggio, non potrebbe apparire più desolato e amaro. Sembra che il dolore sia senza fine: per chi il lavoro non lo ha, per chi non lo cerca nemmeno più, per chi lo ha perso e combatte nell’intersezione di altre discriminazioni, per chi non vede un futuro lavorativo, per chi il lavoro lo possiede e di lavoro si ammala, per chi di lavoro muore. La necessità impellente è quella di ripensare al lavoro, di ristabilire priorità, di anteporre salute e sicurezza: rimettere al centro le persone che lavorano. Ripartire dai lavoratori e dalle lavoratrici. Questo è l’imperativo morale davanti cui l’anno appena passato ci pone. Perché non sia solo un bilancio, una statistica, un insieme di numeri. Perché conduca a un cambiamento effettivo e reale delle condizioni di tutte le persone che lavorano. Per poter avere un Primo Maggio che sia una festa, non un funerale.

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