Stai leggendo
Proteste contro la legge anti-aborto in Polonia: fenomenologia di una rivolta
Dark Light

Proteste contro la legge anti-aborto in Polonia: fenomenologia di una rivolta

Rossella Mormile

In Polonia, un fulmine rosso squarcia il cielo buio del conservatorismo (definito cattolico) di un Governo che cerca di imbrigliare, ancora una volta, le soggettività delle donne. È il fulmine rosso scelto dal movimento femminista Strajk Kobiet (Lo Sciopero delle Donne) come simbolo delle proteste in atto nelle città polacche, dove da settimane migliaia di persone manifestano contro una sentenza della Corte Costituzionale del 22 ottobre che, di fatto, rende l’aborto illegale nel Paese.

La sentenza è il risultato di una serie di tentativi pregressi e fallimentari di eliminare il diritto all’aborto da parte del PiS, il partito conservatore di destra al potere in Polonia dal 2015. Ma partiamo da una premessa: la Polonia ha già, dopo Malta, la legislazione più restrittiva d’Europa in materia. La legge che regola l’aborto risale al 1993 e può essere considerata il risultato di un compromesso tra Popolo, Stato e Chiesa. Essa prevede che l’interruzione di gravidanza sia possibile solo in tre casi: violenza sessuale o incesto, rischio per la salute della madre e gravi malformazioni del feto.

Nel 2016, il PiS ha sostenuto un disegno di legge proposto da movimenti pro-life che prevedeva la criminalizzazione dell’interruzione di gravidanza in tutti i casi, fatta eccezione per il caso di pericolo di vita della madre. Il disegno non divenne legge, grazie alle numerose proteste che hanno animato le città polacche, passate alla storia come “proteste in nero”, poiché molte donne scesero in piazza vestite di nero in segno di lutto per la condanna a morte della loro libertà di scelta. Dopo un altro tentativo (fallito) nel 2018, l’anno successivo il partito guidato guidato da Jarosław Aleksander Kaczyński ha cambiato strategia: alcuni deputati di destra hanno presentato una mozione alla Corte Costituzionale, chiedendole di eliminare la possibilità di interrompere la gravidanza in caso di gravi malformazioni del feto, in quanto ritenuta incompatibile con i principi sanciti dalla Costituzione. La Corte, presieduta da Julia Przylebska, ha appoggiato la proposta, definendo l’aborto in questa circostanza una pratica eugenetica e il 22 ottobre 2020 ha emanato la sentenza.

Diversi sono i motivi per cui la legge andrebbe eliminata, tutti sintomi di un Governo antidemocratico e contro le libertà civili. Anzitutto, la modalità con cui è stata approvata è alquanto discutibile. Infatti cinque dei giudici della Corte Costituzionale sono stati nominati dall’attuale maggioranza in parlamento nel 2015, con una procedura ritenuta da diversi giuristi avversa alle regole procedurali del diritto. Possiamo dunque considerare la Corte come una estensione del PiS. Ci troviamo di fronte a un atto di politicizzazione (illecita) di un organo costituzionale da parte di un partito, che ne ha assunto il controllo effettivo.

Bisogna poi considerare un dato molto significativo: dei 1110 aborti praticati legalmente in Polonia nel 2019, 1074 (circa il 98%) sono dovuti a malformazioni e patologie irreversibili del feto. Parliamo della quasi totalità dei casi. Ciò significa che la sentenza del 22 ottobre rende l’aborto impraticabile a livello legale nel territorio polacco. Quando si cerca di eliminare il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza c’è un fattore che non viene considerato: proibire l’aborto non significa che le donne non abortiranno.

La decisione porterà presumibilmente a un aumento degli aborti clandestini, già molto numerosi. Secondo dati diffusi dalle ONG, sono circa 100mila le donne polacche che ogni anno sono costrette ad abortire illegalmente, mettendo a rischio la propria vita. In altre parole, a risentire della decisione del governo sarà la salute delle donne; altro elemento che, quando si parla di aborto, per i legislatori ultraconservatori (e per i loro sostenitori, tra cui molti membri del clero) sembra essere del tutto irrilevante. Quando vengono messi di fronte a questa realtà, invocano il mito dell’amore eroico, sentimento materno che dovrebbe donare alle donne la forza di portare avanti qualsiasi gravidanza, anche quella che ha come finale la “nascita” di un feto già morto.

 

E se le donne, invece di diventare eroine stoiche, volessero essere semplicemente libere? Libere di scegliere se e come soffrire, se e come sacrificarsi? In nome di questa preziosa libertà di scelta, le donne polacche si sono subito riversate nelle strade, nelle piazze e questa volta anche nelle chiese, spesso interrompendo le funzioni religiose. Irrompere nei luoghi di culto del cattolicesimo polacco è una scelta intrisa di necessario simbolismo: significa abbattere le mura dei confini entro i quali il cattolicesimo estremista ha rinchiuso le donne per sostituirli con la moltitudine di forme che le donne volontariamente assumono. Significa occupare i luoghi di chi le condanna per evitare che i propri corpi siano usurpati da una legislatura che non li rispetta. Significa appropriarsi della visibilità negata, attirare l’attenzione su voci inascoltate. A tal proposito, estremamente potente è un’immagine che le donne polacche hanno esposto durante le manifestazioni: una donna incinta crocifissa, con la scritta “tua colpa, tua colpa, tua grandissima colpa”.

Quest’iconografia ci rimanda all’immagine del cimitero dei feti a Roma, sulle cui croci bianche sono stati scritti i nomi delle donne che hanno abortito. Le donne che abortiscono sono considerate dalla società e dalla comunità religiosa colpevoli per due motivi: per la mancata contraccezione (che pare essere una prerogativa tutta femminile, come se le donne si inseminassero da sole) e per aver ucciso una vita. In altre parole, la colpevolizzazione delle donne che abortiscono è un fatto sociale, culturale e religioso, oltre che politico. È anche per togliersi dalle spalle il peso di questa ingiusta colpa che le donne polacche protestano.

La buona notizia è che non sono sole: oltre all’appoggio dei membri della comunità LGBTQ+, spesso offesi e denigrati pubblicamente da esponenti del governo polacco, migliaia di persone di ogni genere e età hanno preso parte alle manifestazioni, perlopiù pacifiche (almeno da parte di chi manifesta), che si sono svolte e continuano a svolgersi ad oggi in ogni angolo del Paese. Due sono le novità di queste proteste rispetto al passato: una è la partecipazione massiva dei giovani polacchi, l’altra è l’eterogeneità dell’estrazione sociale dei manifestanti. Perfino i contadini e le contadine e gli abitanti delle zone del sud e dell’est del Paese (che solitamente costituiscono lo zoccolo duro degli elettori del PiS) si sono schierati contro il governo.

Vedi anche
femminicidi

L’80% della popolazione polacca si è dichiarata contraria alla sentenza della Corte e i consensi del PiS sono calati del 30%. In sintesi, la decisione della Corte ha segnato un momento di scollamento del popolo polacco dal suo governo. Un governo che è stato rieletto la scorsa estate ma che ha vinto con una lieve maggioranza (il 51%), sintomo della polarizzazione che vede da una parte le idee conservatrici e reazionarie della classe politica e dall’altra le idee progressiste e liberali di persone che non si sentono più rappresentate da chi le governa.

Tale polarizzazione emerge anche attraverso la forte dicotomia dei linguaggi utilizzati dalle parti coinvolte in quella che è stata definita, da chi la combatte, una vera e propria guerra. Da un lato abbiamo il linguaggio delle persone che manifestano, fortemente influenzato dalla componente giovanile, che si esprime attraverso slogan e cartelloni caratterizzati dall’alternanza di aggressività verbale, volgarismi e citazioni letterarie. Una commistione perfetta di due elementi alla base della protesta: la rabbia, traduzione dell’esasperazione sociale, e la cultura, che genera interesse per la socialità.

Dall’altro lato il linguaggio dei politici al potere, diffuso dai media locali, che consiste in una narrazione negativa di coloro che li contrastano, per esempio associando ingiustamente i movimenti femministi polacchi e i loro simboli (come il fulmine rosso) al nazismo, oppure dichiarando che le persone omosessuali non sono esseri umani, o dipingendo le proteste come atti di brutalità e vandalismo. In questa coralità di voci e linguaggi, una domanda sorge spontanea: perché adesso? Perché approvare una legge anti-aborto nel bel mezzo di una pandemia mondiale? Probabilmente il PiS pensava che l’emergenza sanitaria avrebbe soffocato il rumore dei dissensi. Si sbagliava.

Nonostante tutta la Polonia sia zona rossa, la miccia della protesta si è accesa. Il popolo nella sua quasi totalità ha riconosciuto che l’aborto rientra nel novero dei diritti umani e che quando si parla di donne si parla di società. Se le donne non sono libere, le società non sono libere. Come si legge anche nel manifesto del movimento Strajk Kobiet, il popolo polacco si sta battendo non solo per il diritto all’aborto, ma anche per un Governo che rispetti ogni individuo, che garantisca diritti civili, assistenza ai più deboli. Per una Corte Costituzionale che sia trasparente e autonoma, per una classe politica che sia laica, inclusiva, anti-fascista e non misogina, omofoba e conservatrice, per dei rappresentanti che non sminuiscano i movimenti femministi, che non denigrino o escludano le persone della comunità LGBTQ+. Forse il raggiungimento di questi obiettivi non sarà immediato e il PiS, al potere fino al 2023, non cambierà rotta facilmente, ma per adesso il popolo ha ottenuto una vittoria: ad oggi, la legge antiaborto (la cui pubblicazione era prevista per il 2 novembre) non è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

Per il momento, il Governo ha fatto un passo indietro. Un piccolo grande traguardo che si inserisce nella fenomenologia di una rivolta di cui la Polonia e l’Europa hanno bisogno, poiché fornisce un esempio di come la disobbedienza civile rappresenti un valido strumento nelle mani delle persone per combattere le ingiustizie sociali e le limitazioni dei diritti fondamentali.

Fonti:
Il Post
East Journal
Vogue
Internazionale
Internazionale
Repubblica
Repubblica
Repubblica
Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: Łódzkie Dziewuchy DziewuchomSilarSilar 2Silar 3 e Silar 4

Associazione Bossy ® 2020
Via Melchiorre Gioia 82, 20125 Milano - P.IVA 10090350967
Privacy Policy - Cookie - Privacy Policy Shop - Condizioni di vendita