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“Qual è il tuo tipo?”: come ho trovato la mia risposta (femminista)
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“Qual è il tuo tipo?”: come ho trovato la mia risposta (femminista)

Jasmine Mazzarello

Ogni ragazza ha dovuto rispondere almeno una volta alla domanda: “Che cosa cerchi in un ragazzo?”. Certo, ci sono le solite varianti come “Qual è la prima cosa che noti in un uomo?”, ma il senso è sempre lo stesso. Ciò che vogliono sapere quando ti pongono domande del genere infatti è: “Qual è il tuo tipo?”. Bene, tralasciando il fatto che certe formulazioni presuppongano che la ragazza in questione sia eterosessuale, queste domande comunque non mi sono mai piaciute.

La domanda “Qual è il tuo tipo?” richiama in modo più immediato una risposta relativa all’aspetto fisico ed è per questo che da ragazzina ricordo di essermi spremuta le meningi per costruire un prototipo di ragazzo che mi piacesse, così da essere preparata quando mi sarebbe stata posta la domanda. Avrei potuto affrettarmi a dare la mia risposta, felice di averne una pronta a questo giro: “Mi piacciono i ragazzi mori con gli occhi verdi”. Crescendo, però, e notando forse che in giro non c’erano poi così tanti ragazzi mori con gli occhi verdi che mi piacessero, ho iniziato a cambiare la mia risposta e a elencare qualità che il ragazzo in questione avrebbe dovuto avere per piacermi: “Dev’essere paziente, spiritoso e ambizioso”.

Ogni volta modificavo leggermente la mia risposta a quella domanda che iniziavo a odiare e non capivo perché fosse così importante, ma continuavo a rimuginarci su e volevo arrivare in ogni caso a un responso che davvero mi soddisfacesse: perché non ero in grado di descrivere il mio tipo ideale? Qual era quella caratteristica che stavo cercando, che avrebbe reso una persona degna della mia attenzione? Che l’avrebbe resa un “candidato ideale”?

Dopo numerosi tentativi (e sempre più frustrazione), ero arrivata a rispondere che “dipende dalla persona”. Ho attraversato una fase di incredibile insoddisfazione in cui, ogni volta che mi veniva posta la domanda, mi perdevo a cercare di spiegare che non avevo un tipo ideale, ma che avrei dovuto conoscere la persona in questione prima di giudicare, che elencare delle caratteristiche non mi aiutava a capire cosa volessi. Il mio tipo ideale era una persona con la quale sarei riuscita ad avere una conversazione, di cui sarei potuta diventare prima amica e confidente, una persona che avrei potuto ritenere interessante, e non riuscivo a spiegare a nessuno che no, la prima cosa che guardavo in un ragazzo non erano gli occhi o gli addominali.

Un po’ di tempo fa però, nel mezzo di una discussione sul femminismo che stavo portando avanti con un ragazzo, mi è stato nuovamente chiesto: “Come ti aspetti che sia il tuo tipo ideale?”. Ecco che, per la prima volta, senza neanche starci a pensare più di tanto, avevo la risposta: “mi aspetto che sia femminista”. Ebbene, mi aspetto che creda nella parità di genere, che riconosca e lotti contro il sistema patriarcale in cui vivono uomini e donne, che abbia delle relazioni sane con le donne della sua vita e che sia consapevole della dinamica della mascolinità tossica che porta gli uomini a essere oppressori, incapaci di esprimere le proprie emozioni, e le donne a essere vittime.

In quel momento ricordo di essermi data una bella pacca sulla spalla con la sensazione di aver fatto passi da gigante: da “moro con gli occhi verdi” a “femminista”. Mi sono sentita coraggiosa, perché era una risposta che non avevo mai sentito dare da nessuno. Non era una risposta che ci si aspettava. “Moro con gli occhi verdi” era molto più accettabile, soprattutto a 15 anni, quando stava iniziando a nascere dentro di me questa consapevolezza. Ero stata addirittura redarguita sul fatto che “avrei fatto scappare i ragazzi con tutti questi discorsi sul femminismo”, li avrei spaventati e annoiati. Quindi mi sentivo incredibilmente audace a dar voce a questi miei pensieri e ad accettare finalmente quello che era il mio tipo ideale: un ragazzo femminista.

Nei miei 24 anni di vita, vissuti principalmente in Italia, non ho incontrato moltissimi ragazzi femministi: oserei dire che sono una specie incredibilmente rara. L’unica variante che ho riscontrato è quella che Emma Watson chiama inadvertent feminists, “femministi involontari”, ovvero quegli uomini che di fatto credono nella parità in tutto e per tutto e si comportano di conseguenza ma che, per paura o mancanza di informazioni, non accolgono la definizione di “femminismo”. Uomini che a me piace chiamare “femministi passivi”. Non mi concentrerò qui sul perché sia importante rivendicare la definizione di femminismo e credo sia già un buon risultato condurre una vita improntata su di esso.

Durante un mio periodo all’estero, però, mi è capitato di conoscere un ragazzo apertamente femminista, apertamente attivista, apertamente schierato contro la mascolinità tossica. Un ragazzo che mi ha parlato della responsabilità collettiva della categoria ‘uomini’, dei problemi della società patriarcale attuale, di come la maggior parte se non la totalità dei ragazzi e degli uomini che conosce non si renda conto del problema e agisca male. Di come lui stesso abbia dovuto pensare al suo passato, individuare degli errori commessi proprio legati al sistema e cercare di diventare una persona migliore. Insomma, un “femminista attivo”.

Parlare con questo raro esemplare di uomo femminista non ha fatto altro che rafforzare la mia convinzione di quanto sia importante per me avere al mio fianco una persona disposta a mettere in discussione i suoi stessi comportamenti e quelli dei suoi amici, disposta a educarsi, studiare e imparare sempre di più a riconoscere il sistema patriarcale in cui viviamo. Tuttavia, non farò finta di non sapere perché uomini apertamente femministi siano così rari da trovare: l’errata (seppur dilagante) convinzione che il femminismo sia una “roba da donne”, la mancata consapevolezza di cosa sia e cosa implichi la mascolinità tossica e l’odio nei confronti di tutti gli uomini da parte delle cosiddette “femministe cattive” sono sicuramente parte del problema. Conosco bene gli ostacoli che possono scoraggiare gli uomini a identificarsi come femministi, tanto che una parte di me era incredula a sentire discorsi sulla parità di genere e su come la maggioranza dei ragazzi e degli uomini avrebbero dovuto migliorare il proprio comportamento venir fuori dalla bocca di un ragazzo, visibilmente a suo agio e senza alcuna vergogna. E il fatto che io fossi sorpresa è chiaramente triste, perché significa che è una cosa a cui non siamo abituati. Non siamo abituati agli uomini femministi e gli uomini non sono educati a essere femministi. Spesso nemmeno dalle femministe.

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Ma il fatto è che abbiamo bisogno degli uomini. Abbiamo bisogno dell’altra metà della popolazione mondiale per sconfiggere il patriarcato e lottare contro dinamiche che fanno male sia alle donne che agli uomini. Senza la partecipazione degli uomini alle lotte femministe i progressi saranno contenuti, lenti e difficili da raggiungere.

Perciò, tornando a quella fastidiosa domanda iniziale: “Qual è il tuo tipo?” Il mio tipo è un ragazzo femminista, che riconosce che il femminismo fa bene anche agli uomini e che comprende la difficoltà, ma anche la necessità, di fare i conti con la mascolinità tossica che pervade gli ambienti in cui viviamo.

Ci ho messo un bel po’ di anni per capirlo, ma meglio tardi che mai.

E se poi fosse pure moro con gli occhi verdi, siamo a cavallo.

Leggi i commenti (1)
  • Sto piangendo Perché non mi sono mai sentita capita così in fondo. (A seguire un breve stralcio di vita di una quindicenne) Qualche mese fa una mia compagna di classe stava elencendo tutte le caratteristiche fisiche del suo ragazzo ideale mentre io pensavo che il mio dovrà essere femminista, in quel momento non ho parlato (credo per la paura di non essere capita e soprattutto giudicata) ma ora me ne pento avrei potuto far riflettere su questo argomento.

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