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Qual è la Russia che vogliamo? L’omogenitorialità in Baschiria
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Qual è la Russia che vogliamo? L’omogenitorialità in Baschiria

Redazione

Alla vigilia dell’adozione dei nuovi emendamenti costituzionali, gli attivisti per i diritti umani segnalano, ancora una volta, l’assenza di tutele per le persone LGBT in Russia. “Gli emendamenti restano immobili sulla legittimità dei soli matrimoni tra uomini e donne, emarginando di fatto un intero gruppo sociale, che forma legami affettivi e genera e adotta bambini, o cresce bambini nati da precedenti matrimoni eterosessuali”. Queste le parole di Kristina Abramičeva, responsabile della divisione “Alleanza di eterosessuali e LGBT per la parità di diritti” del Consiglio per i Diritti Umani in Baschiria.

In Baschiria ci sono anche coppie omosessuali che decidono di diventare genitori con l’aiuto della fecondazione assistita. Kristina Abramičeva ha ottenuto il permesso di condividere con i lettori di “Idel.Realii” alcuni estratti del blog personale di una di queste madri.

35 anni. La cosa più importante che abbia imparato è che non bisogna forzare le cose, perché ogni cosa segue il proprio corso. Ero ossessionata dal proposito di raggiungere determinati traguardi prima dei trent’anni, cosa che, per me, si è rivelata impossibile. Adesso mi sento felice per davvero, forse proprio perché ho smesso di prefiggermi obiettivi irrealistici e di cercare di adattarmi a ciò che la società si aspetta da una donna della mia età.

È stato un lungo percorso: due anni, due tentativi falliti, nove mesi di attesa. L’ultimo mese è stato particolarmente duro. Adesso so cosa siano una contrazione, un parto, un taglio cesareo, un’anestesia totale, un’ecografia. Tutto questo in un solo giorno, letteralmente nel giro di poche ore.
È così che siamo diventate madri.

***
Ho passato molto tempo a lottare contro me stessa. Poi, compiuti i trent’anni, mi sono detta: “Al diavolo. Ho trent’anni, sono un’adulta, è fin troppo tardi per continuare a cercare di “aggiustarmi” “.
Proprio allora ho conosciuto L., e siamo andate a vivere insieme. Quando ho confessato a mia madre che convivevo con una donna, e che ne ero innamorata, il nostro rapporto si è totalmente guastato. In effetti, anche prima non eravamo mai state particolarmente legate, ed ero convinta che la colpa fosse del mio orientamento sessuale e della mia incapacità di parlarne.

Mia madre non mi ha accettata e tuttora non accetta la nostra famiglia. Con il tempo, ho capito che il problema del nostro rapporto non era affatto il mio orientamento, e che il coming out è servito unicamente a me stessa. È servito a smettere di mentire, di tacere, di arrossire, a trovare finalmente me stessa e ad accettarmi per quella che sono.

L. ha raccontato di noi a sua madre un po’ più tardi, e lei ci ha pienamente accettate. È il nostro angelo custode.

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Qualche anno fa, decidemmo di riprovarci. Purtroppo, non sapevamo ancora nulla su come concepire e crescere un bambino in una famiglia arcobaleno: è un argomento tabù anche nella comunità LGBT. Ci sembrava inopportuno chiederlo ai nostri conoscenti in maniera diretta, e nessuno ne parla spontaneamente. Ad essere sincera, posso immaginare il motivo.

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Ci rivolgemmo a una clinica specializzata. Non ci era stata consigliata, la trovammo su Internet. Sarebbe stata L. a dare alla luce il bambino. Purtroppo, i tentativi non ebbero successo. Per di più, i medici non ci piacevano affatto: una non si faceva problemi a gridare particolari intimi a tutta la corsia, ed un’altra era solita fare commenti come questo: “Mamma mia, come sei pallida! E vuoi fare un bambino!”. Per un po’, smettemmo di pensare all’idea di diventare madri. Poi, circa un anno dopo, L. mi propose di rivolgerci ad un’altra clinica, e stavolta il bambino avrei provato a farlo io. Prima di allora, mai e poi mai avrei pensato di intraprendere una gravidanza. All’ultimo controllo, la ginecologa mi disse che avevo un’infiammazione cronica, oltre che problemi cardiaci. Decidemmo comunque di vedere la riproduttologa, che ci piacque molto: era sempre gentile e sorridente. Non le raccontammo della nostra relazione. Nel nostro Paese, prima di condividere un’informazione del genere è necessario soppesare tutti i rischi, e per noi, in quel momento, la tranquillità era infinitamente più importante della condivisione. Per tutti i medici, L. era mia sorella, o una mia amica.

Per fortuna, nessuno le ha mai vietato di presentarsi con me alle visite. Secondo me, siamo state semplicemente fortunate.

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“E tuo marito?”. Ieri ho provato a contare tutte le volte in cui, negli ultimi nove mesi, sono stata importunata con questa domanda. Accade così spesso che la risposta mi viene ormai quasi automatica: “Non c’è nessun marito”. L’ultima volta è stata durante la visita dal pediatra. Mia madre è venuta a trovarci proprio quel giorno. Era a disagio, teneva gli occhi bassi. Neppure alle mie zie è riuscita a dire la verità. “Non capirebbero! Penserebbero che sia qualcosa di innaturale!” Perciò, ha raccontato ai parenti una storia molto più “naturale”: un uomo mi ha messa incinta e poi è sparito. Episodi come questi accadono così spesso che nessuno si è minimamente sorpreso. È successo ad una delle mie zie ed anche a una cugina. Mia madre è al corrente della mia relazione con L. da molto tempo, ma non può parlarne con nessuno. Purtroppo, la mia famiglia mi accetta e mi compatisce in quanto “sedotta e abbandonata”, ma mai accetterebbe di vedermi felice in una relazione con una donna.

Le reazioni dei medici a cui ho detto di aver ricorso all’inseminazione artificiale sono state varie, molto diverse l’una dall’altra. Non mi dilungherò sui commenti sul fatto che fosse una gravidanza “tardiva” (“Come mai così tardi? Hai fatto carriera?”). Una volta, un medico mi ha addirittura detto: “Una ragazza come te non riesce a trovare un uomo? Non ci credo!”. Ci sono state anche domande sul costo della procedura, nonché richieste di consigli su cliniche e specialisti, soprattutto da parte di pazienti donne. Una ginecologa, una volta, ci ha chiesto di mostrarle il certificato di inseminazione. “Perché, dovrei forse crederti sulla parola?” — сome se essere una madre single in Russia comportasse chissà quale privilegio. A proposito: si tratta di informazioni confidenziali e nessuno ha il diritto di richiederne delle prove. La decisione di informare (o meno) il ginecologo di aver ricorso alla fecondazione assistita spetta unicamente a voi. All’epoca, non lo sapevamo…

Qualcuno mi guardava dall’alto in basso, qualcun altro si impietosiva: ma come, incinta, da sola, senza un marito? Era come se si aspettassero che fossi triste e addolorata, ma io sorridevo. “Non c’è nessun marito”. Dirlo era la cosa più naturale del mondo, perché non ho un marito, ma ho una moglie fantastica. Alcune nostre amiche (eterosessuali, ndt), sposate da una vita, sostengono che ogni donna avrebbe bisogno di una moglie.

Perché avere figli? Tutte le persone a cui ho fatto questa domanda hanno risposto in maniera diversa. Le risposte spaziano da “non ha senso avere figli” a “beh, perché no?”.

Perché avere figli? Nell’ultimo anno, la domanda ha assunto un ruolo ancora più centrale. L. ha perso la sua mamma, e mia nonna, che mi ha praticamente cresciuta, si è ammalata gravemente e ormai non mi riconosce più. Ho perso molti parenti, e sono morti molti amici dei miei genitori. È stato un susseguirsi di funerali. Un anno molto difficile.

Proprio in questo periodo, mi sono chiesta: cosa mi resterà quando inizieranno a morire i miei amici e tutte le persone a cui voglio bene? Niente, a parte i ricordi. Felici, tristi, divertenti… E d’un tratto, è nato in me il desiderio di aggiungere a tutto ciò il ricordo di questa nuovissima esperienza: la gravidanza, la nascita del mio bambino, vederlo crescere.

Naturalmente, abbiamo ascoltato chi ci ha detto che, per una coppia omosessuale, fare un figlio in Russia è una scelta terribilmente egoistica, se non una totale idiozia. “Il bambino sarà vittima di bullismo, umiliazioni, forse verrà picchiato o potrebbe essere portato via dai servizi sociali.” Noi, francamente, siamo pronte a emigrare se si rivelerà necessario.

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Nel frattempo, la notte non dormiamo, siamo molto preoccupate per l’ipossia di nostro figlio, ci occupiamo di lui 24 ore su 24: medici, massaggi, nuoto, lunghe passeggiate. L. cucina, fa le pulizie e lavora di notte, viene a salvarmi quando vede che sto per avere una crisi isterica perché non riesco a calmare il bambino. Il piccolo si addormenta solo in braccio a me e io dormo semi seduta. Ma tra tutte queste difficoltà, cerco di pensare al suo profumo, al suo calore, al peso del suo corpo, ai primi sorrisi ancora inconsapevoli: questo è ciò che rimarrà con me per sempre.

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Abbiamo ragionato a lungo sulla possibilità di chiedere a uno dei nostri amici di farci da donatore. Ma dopo aver soppesato tutti i pro e i contro, abbiamo deciso di non rischiare. Nessuno sa cosa potrebbe accadere in futuro. Ora il nostro amico potrebbe prometterci che non rivendicherà alcun diritto sul bambino, ma cosa succederà tra cinque o dieci anni? E se volesse essere in qualche modo presente nella vita del bambino, a mo’ di “papà della domenica”, non c’è alcuna garanzia che i suoi metodi, le sue idee e i suoi valori coincidano con i nostri. I conflitti e la gelosia sarebbero allora inevitabili e a soffrirne più di tutti sarebbe proprio il bambino. Non volevamo nemmeno affidarci a siti web specializzati: non si sa mai che tipi di incontri si possano fare. Per questo, abbiamo deciso che l’alternativa migliore sarebbe stata quella più “ufficiale”, ovvero una clinica. Dopo la consulenza con la riproduttologa, ci è stato consegnato un catalogo. Sì, il progresso è arrivato fin qui: qualsiasi donna può scegliere il padre di suo figlio studiandone tutti i dati da un catalogo. Biondo o bruno, più maturo o più giovane, atleta o scienziato. Inoltre, i donatori vengono sottoposti a tutti i test possibili e immaginabili e viene scongiurata la presenza di anomalie genetiche, cosa che di solito non accade per le coppie sposate prima del concepimento. Ci sembrò una procedura fantastica, meravigliosa: non lascia adito a dubbi, tranquillizza e dà un senso di controllo su processi che sembrano a prima vista incontrollabili. Ricordo che, mentre sfogliavo gli elenchi con i dati, avvertivo come un senso di onnipotenza: il mio corpo può creare nuova vita! E per farlo non ho bisogno di sacrificarmi, sposarmi, fingere, andare a letto con qualcuno che non amo. Basta solo digitare delle cifre (il numero del donatore selezionato).

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Grazie di cuore a chi ci ha supportato per tutto questo tempo, a chi si è preoccupato ed è stato felice per noi. Siete stati i nostri angeli custodi.

“Un maschio?” chiedo ancora una volta. Guardo L., che è seduta su una sedia accanto a me e guarda i risultati dell’ecografia. Quello che sta accadendo nella mia pancia è del tutto incomprensibile, ma la dottoressa ha visto quanto necessario.
“Avremo un maschio!” sussurriamo all’unisono mentre usciamo dall’ufficio.
“Ma io non so niente dei maschi!”.
Perché ero sicura che avremmo avuto una bambina? Probabilmente perché sarebbe stato più facile, più semplice, perché anche noi siamo state bambine.
“Eeeeh già. Come faremo ad insegnargli come ci si comporta con le ragazze?” chiede L.
“Toccherà a te, L.!” Rispondo ridendo. “Ecco che succede adesso. Sono la madre un bambino, addio femminismo!”

Ci rimettiamo a ridere. Ridere ci salva, come sempre.

***
In pochissimo tempo, ci siamo talmente abituate all’idea di nostro figlio che ora non riusciamo a immaginare la nostra vita senza di lui, è come se ci fosse sempre stato. Ma … abbiamo già ricevuto fango a sufficienza:

“Questo è karma! È perché odiate gli uomini!”
“Il bambino ha bisogno di un padre! Non si può fare altrimenti!”

Queste parole e le persone che le pronunciano ci perseguiteranno, molto probabilmente, per tutta la vita. Sappiamo ancora poco sulla genitorialità in generale, ma ci stiamo già preparando al contrattacco.

Fonte
Magazine: Idel.Реалии
Articolo: Какую Россию мы хотим? Как однополые пары в Башкортостане становятся родителями
Scritto da: Kristina Abramičeva
Data: 21 giugno 2020
Traduzione a cura di: Paola Galluccio
Immagine di copertina: Tim Bieler su Unsplash
Immagine in anteprima: freepik

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