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“Ma quindi, a nonna, quando ti sposi?” Cronache di una vittima di ragionamenti generalizzati

“Ma quindi, a nonna, quando ti sposi?” Cronache di una vittima di ragionamenti generalizzati

Articolo di Giulia Tamborrino

Stereotipo. Si definisce così quella credenza fondata non sull’esperienza, ma su una falsa deduzione semplicistica e generalistica. Non si tratta dunque di un giudizio basato su un riscontro personale avuto da un oggetto, ma dal luogo comune che esiste attorno ad esso.
Lo stereotipo generalmente permette di semplificare concetti più complessi, di sicuro, e di saltare a piè pari un’elaborazione personale riguardo ad un fatto o, nel peggiore dei casi, di una persona.
In questa maniera, in un istante una donna promiscua diventa una puttana, una più timida una frigida, e un uomo che piange di fronte a un bel film commovente una checca: spesso non viene considerata la storia che esiste dietro ogni individuo e al suo comportamento perché è molto più veloce e facile per la mente umana affidarsi a concetti già confezionati e impacchettati nella nostra memoria sociale.

 

 

Mappa di un’Europa categorizzata in stereotipi

         

Da italiana, non posso fare a meno di notare quanto queste brutte scorciatoie dei ragionamenti siano presenti nel nostro detto comune oltre che nei soggetti, anche nelle evenienze e nelle istituzioni: i politici sono corrotti e disinteressati ai cittadini, i giornalisti di parte e pagati dai partiti, le minorenni civettuole ed arriviste, ed i giovani troppo candidi ed ingenui per poter ricevere uno stipendio.
Non è una sorpresa che nella vita di una persona negli ultimi quarant’anni si presentino ancora domande fondate sugli stereotipi che riescono a mettere a dura prova i nervi di chiunque: ce l’hai il fidanzato? Quando termini gli studi? Quando imparerai che l’immagine è importante? Quando ti sposi?
Quando ti sposi. Una domanda all’apparenza innocua dopo anni trascorsi a sentirsela ripetere e a rispondere timidamente con un “si vedrà”. Ma riflettiamo un attimo: perché mai dovrebbe essere di interesse comune quando qualcuno convolerà a nozze? Sarà lui stesso ad annunciarlo quando succederà, giusto?
No, sbagliato.

 


La società è talmente ferma all’immagine del ragazzo più cresciuto che prende in mano la sua vita e si sposa – probabilmente anche a causa della forte influenza cattolica nel nostro paese – che non è affatto conciliabile col volere comune che qualcuno non lo faccia o che, addirittura, non lo voglia.
Incuriosita da tale meccanismo, ho deciso di intervistare alcuni ragazzi ed alcuni adulti di età, genere e provenienza disparati, con poco o niente in comune tra di loro, per controllare empiricamente su cosa realmente si basi questo stereotipo del “vissero per sempre felici e contenti solo perché si sposarono”.
Le conclusioni sono state tutt’altro che facili da dedurre, ma sicuramente mi hanno aiutato ed incoraggiato a continuare a lottare per smantellare e levarci di dosso questo pesante mattone del luogo comune.
La prossima volta che riceverò questa domanda, so già cosa risponderò, e spero che lo sappiano anche gli intervistati: scusa, ma non sono affari tuoi.

La domanda che ho deciso di porre è: Cosa pensi del matrimonio come istituzione? E soprattutto come reagisci alla domanda “quando ti sposi”?

W., ragazza di 21 anni
Sul matrimonio sono combattuta: una parte di me spera di trovare la persona compatibile con cui condividere il resto della vita, avere figli e vivere nel Mulino Bianco, essere in armonia nonostante i cambiamenti che possiamo subire con la vecchiaia, e nonostante la passione si tramuti sempre di più in affetto e in senso di responsabilità. L’altra parte lo rigetta, un po’ perché mi sembra quasi una convenzione forzata per paracularsi (leggi: tutelarsi) dalla solitudine, come se legarti a una persona sia una specie di garanzia, per cui poi per la rottura si tenderebbe a pensarci due volte. Mi sembra un’ipocrisia per sfuggire alla solitudine, che fa sempre paura.
Al “quando ti sposi?” mi sale solo l’ansia, perché è come dire “quando fai un figlio?”. Secondo me è la domanda più fuori luogo del mondo, non sono cose che decidi a priori.
Sinceramente, ho l’ansia di sposarmi per ripiego perché magari non troverò mai la persona con cui vivere; ho l’ansia di sposarmi e poi divorziare, con tutti i problemi e disagi annessi avendo figli, dato che ormai è una costante nelle famiglie dei nostri coetanei.

E., ragazzo di 25 anni
Penso che sia una cerimonia che in qualche modo ha un certo fascino e penso che sia una di quelle tappe della vita assolutamente non obbligatorie o necessarie ma che, forse per la società o il paese in cui viviamo, spesso resta fissa nel cervello come qualcosa di obbligatorio e inevitabile.
La domanda, proprio per questo, mi mette un po’ di ansia come un po’ tutte le domande che riguardano esami, scelte importanti, cose di vita inevitabili (che università scegli? L’anno prossimo esami di stato? Che lavoro farai?), ma reagisco generalmente con una risata, visto che mi fa ridere perché ancora sono lontano anche solo dall’innamoramento.
Religioso o no, si tratta di un rito, come quelli dei nostri antenati dediti alla lettura del volo degli uccelli e alla danza della pioggia, quindi è una cosa simbolica ecco, ma non “necessarissima” o proprio senza la quale l’amore che si prova è minore.

M., donna di 53 anni
Penso che il matrimonio abbia senso quando una coppia ha una consolidata convivenza alle spalle.
Quando mi chiedevano “quando ti sposi?” rispondevo “mai”, perché non ne sentivo il bisogno.
Con mio marito abbiamo deciso per il matrimonio più per mitigare ansie familiari che per una precisa nostra volontà: non c’era una nostra volontà ma più una pressione familiare. A quei tempi, una domanda come “quando ti sposi?” non era semplice curiosità, ma più che altro alludeva al matrimonio come qualcosa che sanava la convivenza.
Dopo anni siamo stati contenti di esserci sposati perché avevamo voglia, come dire, di qualcosa che sancisse la nostra unione.

K., uomo di 59 anni
Il matrimonio è un’istituzione regolata dal codice civile ed è un sacramento religioso. Più correttamente si dovrebbe parlare di matrimoni, al plurale, anche perché il legislatore ha recentemente previsto altre forme di regolazione dei rapporti fra due individui. Tali forme di regolazione servono a garantire il godimento di alcuni diritti e l’assolvimento di alcuni doveri a ciascuno dei due individui. Da questo punto di vista l’istituzione matrimoniale è indubbiamente importante perché tutela e garantisce, perché richiede l’assunzione di un impegno da parte di ogni individuo che si avvale dell’istituto matrimoniale.
Storicamente il matrimonio ha costituito invece uno degli strumenti del dominio dell’uomo sulla donna, almeno come lo abbiamo conosciuto noi nella nostra tradizione occidentale e cristiana, mentre uno sguardo antropologico culturale aiuterebbe a scoprire dimensioni del matrimonio che sono differenti alle nostre tradizioni.
Se intendo bene allora l’istituto del matrimonio ha oscillato fra questi due elementi: normare per riconoscere diritti e doveri e dall’altro lato disciplinare le relazioni fra uomo e donna.
Di questa doppiezza è piena la nostra esperienza. C’era un certo fastidio nelle risposte alle domande insistenti e insinuanti, intrusive e irrispettose di genitori e conoscenti.
Quando ti sposi? Perché non ti sposi?
Con tutte le loro varianti erano domande irritanti perché toccavano sfere della libertà individuale, delle convinzioni profonde che non possono essere esplicitate con leggerezza, con banalità. A ripensarci ora trovo ancora sorprendentemente irritante la domanda, perché è una domanda da non fare, riguarda una sfera intima di ciascuno che dovrebbe essere esclusa dal conversare a tavola o in salotto ed essere riservata al dialogo profondo che si può avere con chi condivide scelte di vita e ideali.

H., ragazzo di 25 anni
Penso che il matrimonio sia un’istituzione utile. Non penso sia necessaria, dipende da chi vuole fare questo passo o meno, ma credo che sia bello poter portare la propria relazione a un livello più alto, entrare completamente nella vita dell’altro anche sotto un aspetto giuridico, legale e, per chi crede, anche religioso della cosa e, inoltre, poter avere i diritti e gli strumenti per vegliare sul proprio partner. Non è necessario, però. Non significa che due persone non sposate siano meno innamorate o abbiano meno voglia di stare insieme rispetto a due persone che lo sono.
Alcuni lo fanno solo perché devono, perché pensano che non ci sia altro passo da fare dopo che si è stati insieme per anni.
Se mi chiedessero “quando ti sposi?” ci riderei su e darei qualche risposta ironica. Per ora non ho in progetto di sposarmi, soprattutto non ho i mezzi per farlo e non so ancora se lo farei. Dipende dalla persona con cui mi troverò a condividere il tutto. Come ho detto, il matrimonio è utile ma non necessario. In Italia, forse soprattutto al sud, ancora non viene recepito, e una coppia non sposata non viene vista di buon occhio, così la domanda “quando vi sposate?” viene ripetuta insistentemente da amici e parenti, abituati ad un’Italia in cui ci si sposava perché si doveva, anche senza volerlo, abituati a vedere il matrimonio come una tappa obbligatoria della propria vita.

V., donna di 47 anni
Penso che il matrimonio come istituzione stia scomparendo. Come simbolo dovrebbe rappresentare l’unione di due persone che si amano, che vogliono stare insieme e condividere le gioie ed i dolori.
La zampetta dello Stato e dalla Chiesa ha reso questa istituzione come qualsiasi altra, cioè obbligatoria, punibile e non privata. Soprattutto in Italia, se qualcuno fa una scelta privata sbagliata sposandosi con una persona non adatta deve essere pronto a pagare delle conseguenze allo Stato, e quindi soldi, tempo, inutili richiami in tribunale. Praticamente come un criminale, nonostante la propria sofferenza per la fine della storia importante. Detto così il matrimonio sembra una galera volontaria. Forse lo é.
Sono più pro l’unione civile, che per me è oltre il matrimonio. Due persone che si amano possono stare insieme per la propria volontà sapendo che possono lasciarsi con dignità, oppure rimanere per sempre insieme.
Nessuno mi ha mai chiesto mai quando mi sarei sposata.

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B., ragazza di 21 anni
Simbolicamente, quindi religiosamente, la Chiesa ci racconta che è un sacramento volto a celebrare l’amore, quando invece, almeno secondo me, spesso si trasforma in una pagliacciata che mira unicamente ad ostentare ricchezza e sfarzo, che mina il concetto di amore, classificando amori di serie A (eterosessuali) e serie B (omosessuali).
“Quando ti sposi?”. Oh, ciao nonna che, non per tua colpa, sei vissuta in un contesto sociale che ti ha fatta credere che la massima realizzazione e aspirazione di una donna sia farsi una famiglia e trovarsi un uomo che si prenda cura di te. Quando? MAI.
Poi apro bocca e rispondo “c’è tempo”.
In conclusione, per me, il matrimonio è unicamente un’istituzione che lega due persone (in teoria, in virtù di una legittimazione amorosa) in termini giuridici.

N., ragazza di 22 anni
Vedo il matrimonio come un rituale che può essere sentito come necessario oppure no. So che alcune persone lo ritengono fondamentale e lo rispetto. Per me è una cosa puramente formale, non credo che determini il consolidamento di una coppia più dell’andare a convivere/comprare (affittare) casa insieme.
Se poi penso alle cerimonie dei matrimoni e le vedo come uno spreco di soldi. Capisco che una coppia voglia festeggiare il proprio matrimonio, condivido l’idea della festa, ma non condivido lo spreco di soldi che questa tradizione si porta dietro.
La mia reazione alla domanda “quando ti sposi?” dipende da chi me lo chiede. Se me lo chiedesse una persona con la quale posso parlare sinceramente, le risponderei che non sono sicura di credere nel matrimonio (non nella stabilità della coppia, in quella ci credo) e che quindi non posso rispondere a questa domanda.

 

 

La conclusione appare limpida e chiara: non importa l’età, il genere o da dove si proviene perché tutti gli intervistati si sono dimostrati restii, alcuni quasi infastiditi, da tale domanda. Che a porla sia la propria nonna o chiunque altro, risulta banale e fuori luogo, invadente della propria sfera privata.
Lo scetticismo nel rispondere non deriva dal pudore o dalla scaramanzia, bensì dall’irritazione che provoca il giudizio che segue la risposta, come se non sposarsi rappresentasse la tragedia più grande nella vita di una persona.
Quello che sarebbe giusto imparare ed insegnare – non pretendo che una nonna riesca a concepirlo, ma per lo meno un adulto, o addirittura un giovane, dovrebbe per lo meno provarci – è che non è importante il proprio stato sociale, l’essere celibi, nubili, sposati, divorziati, separati o single per scelta. Quello che è veramente essenziale è riuscire a garantire a chiunque di prendere le proprie scelte e decisioni per quelle che sono, senza che nessun luogo comune le possa catalogare come strane o assurde.
Se il prezzo per abolire gli stereotipi dalla nostra mente è quello di apparire fuori dal normale, noi siamo pronti a dichiararci tutti pazzi.

 

Leggi i commenti (1)
  • il matrimonio non è una galera, è una scelta. Chi vuole sposarsi fa una scelta legittima sia che festeggi in grande stile o no. E chi non vuole sposarsi fa una scelta altrettanto legittima, l’amore non vale di meno. C’è chi vuole sposarsi e chi no. sono scelte

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