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Rivoluzione sul grande schermo o pink-washing? Il cinema femminista dopo il #metoo
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Rivoluzione sul grande schermo o pink-washing? Il cinema femminista dopo il #metoo

Redazione

Supereroine, serie Netflix, storie di successo al femminile… Il femminismo è ovunque e ha invaso tutti gli schermi dall’inizio del movimento #MeToo. Tuttavia questa apparente riconquista del cinema da parte delle donne non è priva di interrogativi e rimangono forti dubbi sul contenuto di opere ancora troppo poco sovversive.

Un Rinascimento femminista?

“And here are all the male nominees” annunciò Natalie Portman con un sorriso tirato alla cerimonia dei Golden Globes del 2018. Questa battuta, che ha fatto il giro dei social network, è la testimonianza di una nuova ventata che soffia da qualche tempo sul mondo del cinema. Scosso dall’onda d’urto del #MeToo, questo settore è stato teatro di numerosi colpi di scena che, se non hanno causato il rovesciamento di un ordine patriarcale consolidato, hanno quantomeno permesso di rivelare i meccanismi di invisibilizzazione dello sguardo e dei discorsi femminili, in un mondo dominato dallo sguardo maschile e che esalta e valorizza esclusivamente competenze essenzialmente maschili.

Oltre alle numerose rivelazioni sugli abusi sessuali da parte di personaggi del settore, l’industria cinematografica è stata criticata per la sua mancanza di diversità sia davanti che dietro la cinepresa, per le riduttive rappresentazioni delle donne e, più in generale, per quello che Iris Brey descrive apertamente come “un palese disinteresse per le donne nelle nostre fiction”. Molte voci si sono levate da entrambe le parti dell’Atlantico per rimettere al centro del dibattito la questione della rappresentazione delle donne. Nel 2018, 82 donne hanno sfilato sui gradini di Cannes per protestare contro una rassegna cinematografica ancora troppo maschile, mentre nel 2020, il “On se lève et on se barre” (“Ci alziamo e ce ne andiamo”, NdT) di Virginie Despentes ha colpito nel segno dopo la gelida uscita di Adèle Haenel e Céline Sciamma dalla cerimonia dei César. Queste prese di posizione rivelano che l’eredità del movimento #MeToo è duratura e attestano il malcontento diffuso delle donne nei confronti del settore audiovisivo.

Anche se la nozione di female gaze ovviamente esisteva già prima del #MeToo, i cambiamenti e il terremoto che ha provocato hanno comunque fornito un’opportunità per focalizzare l’attenzione del pubblico su questo termine e per favorire l’emergere di nuove figure femminili nel mondo del cinema. Mentre le donne rappresentavano solo il 4% della regia e il 28% deə professionistə del cinema in tutte le posizioni lavorative del settore nei primi 100 film statunitensi nel 2016, c’è stato un netto aumento della loro rappresentazione dopo il 2017; nel 2020, hanno occupato il 34% delle posizioni chiave dietro la macchina da presa e hanno rappresentato il 16% deə registə nei primi 100 film statunitensi dell’anno, e la loro presenza nelle professioni cinematografiche non è mai stata così alta. Lentamente ma inesorabilmente, le donne stanno rivendicando la loro presenza nell’industria audiovisiva; pensiamo al brillante successo di Lulu Wang con “The Farewell” e a quello di Greta Gerwig con “Little Women”, due dei film più importanti del 2020. Anche in Francia la presenza delle registe è stata importante: tra il folgorante “Ritratto di una giovane in Fiamme” di Céline Sciamma, il brillante “Mignonnes” di Maïmouna Doucouré e “Atlantique” di Mati Diop, che ha vinto il Premio della Giuria a Cannes nel 2019, il cinema ha visto emergere e consolidarsi voci femminili potenti, capaci di farsi carico delle narrazioni contemporanee sulle donne di ieri e di oggi.

Sono infatti anche i contenuti dei film a essere cambiati in seguito al #MeToo; i racconti di donne realizzati da donne e per le donne hanno ricevuto un nuovo slancio e queste storie hanno scombussolato un mondo narrativo dominato da limitati archetipi femminili. Con “Hustlers”, distribuito nel 2019, Lorene Scafaria ci ha fornito un ritratto delle spogliarelliste divertente, commovente e ricco di sfumature, scavando nel mondo ancora molto stereotipato delle lavoratrici del sesso sullo schermo, mentre “Atlantique” riflette sulla questione del matrimonio e dell’emancipazione femminile in Senegal; “Mignonnes” affronta il difficile tema dell’ipersessualizzazione delle giovani ragazze; e “Portrait” ritrae una storia d’amore lesbica in cui gli uomini sono nettamente tagliati fuori. Per la gioia di grandi e piccini, anche i supereroi femminili sono fioriti sui nostri schermi, con il primo capitolo di Wonder Woman nel 2017, seguito da un secondo nel 2020, mentre nell’universo Marvel è stata Captain Marvel a salvare il mondo nel 2019. Senza esibire sistematicamente la bandiera del femminismo, questi film testimoniano la (ri)elaborazione di una riflessione sul posto delle donne nella società e nell’industria cinematografica e, secondo Iris Brey, “mettono in discussione i rapporti di dominio e di potere dentro e fuori la diegesi”.

La minaccia del pinkwashing

Tuttavia, questa ondata femminista che sembra aver travolto il cinema occidentale non è sempre priva di secondi fini ed è lecito interrogarsi sulla moltiplicazione dei progetti audiovisivi etichettati come “femministi” che hanno inondato il mercato negli ultimi anni. Anche i giganti dell’industria si sono appropriati delle principali tendenze del femminismo (come la rappresentazione, l’emancipazione e l’autoaffermazione) e molti contenuti ora sembrano promettere storie di empowerment alle giovani ragazze. Per esempio, Netflix, che si vanta di promuovere contenuti inclusivi e di essere il campione non ufficiale della diversità, ha promosso il suo film Moxie con la semplice ma efficace frase “Obiettivo: distruggere il patriarcato”. La piattaforma ha anche lanciato numerose serie lə cui protagonistə sono femminili, audaci e di ispirazione: pensiamo al successo di “Girlboss”, che traccia l’ascesa della creatrice del marchio Nasty Gal, il successo di “Le terrificanti avventure di Sabrina”, “Glow” e il suo sguardo sul wrestling femminile, o più recentemente, “I Am Not Okay With This”, “La Regina degli Scacchi”, o “Emily In Paris”.

Tuttavia, dietro questa promettente rassegna, lo sguardo sulla condizione femminile è spesso molto limitato. “Girlboss”, al di là del suo titolo accattivante, ricicla il mito capitalista (e maschile) della storia di successo e dell’imprenditorialità aggressiva come soluzione alla disuguaglianza di genere, e la serie ignora le accuse di gestione abusiva e di discriminazione contro l’azienda. Il femminismo di “Le terrificanti avventure di Sabrina” è a sua volta molto lacunoso: anche se la storia presenta una giovane donna che tenta di rovesciare una società patriarcale e apertamente misogina (mentre “attinge al crescente interesse del femminismo per la stregoneria”), la serie fatica ad articolare un discorso veramente interessante e confina i personaggi che non sono né bianchi, né cisgender né eterosessuali al ruolo archetipico della migliore amica dell’eroina, piuttosto che attingere intelligentemente alla ricca storia della stregoneria per offrire un racconto intersezionale. Mentre temi come lo slutshaming sono affrontati e denunciati da alcune serie di successo come “Riverdale”, queste stesse serie contribuiscono anche all’ipersessualizzazione delle ragazze adolescenti. In un articolo intitolato “Netflix deve fare di più per promuovere il corretto femminismo”, che analizza la persistenza di cliché sessisti nella serie “Emily In Paris” (rivalità femminile, accettazione di molestie e sessismo sul posto di lavoro), il giornale studentesco canadese The Charlatan conclude: “Abbiamo bisogno di normalizzare lo sviluppo di personaggi femminili le cui priorità non sono solo le loro relazioni con gli uomini e le cui esperienze come donne sono legate alla loro appartenenza etnica, al loro orientamento sessuale e ad altre caratteristiche legate all’intersezionalità”. (5)

Queste serie contribuiscono così a fare del femminismo (bianco) un argomento di marketing e a creare una patina seducente ma facilmente degradabile, che la maggior parte deə grandə produttorə appongono alle loro creazioni per attirare un pubblico sensibile a questi temi. Non ci si può però stupire quando ci si rende conto che dietro la macchina da presa gli uomini continuano a essere la maggioranza. “Sabrina”, “La Regina degli Scacchi”, “I Am Not Okay With This”, “Emily In Paris”… Tante serie che sono scritte e prodotte da un team quasi esclusivamente maschile, mentre solo “Girlboss” e “Glow” esistono grazie a scrittrici, registe e produttrici presenti nei titoli di coda. La strategia di pinkwashing di Netflix diventa ancora più evidente quando sappiamo che la piattaforma trasmette anche contenuti apertamente misogini, come il film polacco “365 Days”, la cui apologia di stupro e gli stereotipi sono stati ampiamente denunciati. Inoltre, vale la pena notare che gran parte delle serie alle quali Netflix non ha dato seguito erano dirette da donne e persone che subiscono discriminazioni razziali, oppure serie con un personaggio principale femminile; nel 2019, la piattaforma aveva così cancellato otto serie co-scritte da donne, tra cui “The OA” o “Jessica Jones”, mentre la stagione 4 di “Glow” alla fine non è stata prodotta. Anche se Netflix continua a firmare contratti con pionieri dell’industria audiovisiva, come Shonda Rimes (“Grey’s Anatomy”, “Scandal”, “Bridgerton”), il suo sostegno alle donne davanti e dietro la telecamera sembra essere più legato a un obiettivo commerciale che a un impegno reale.

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Per quanto riguarda i lungometraggi, ritroviamo le stesse problematiche: i film mainstream con eroine forti si sono moltiplicati, ma questi personaggi vengono spesso poco approfonditi e le loro traiettorie, che raramente portano a sconvolgimenti narrativi o sociali, ruotano ancora spesso intorno a una storia d’amore eterosessuale (come la storia d’amore di Wonder Woman tra Diana e Steve, già inutile nel primo capitolo e che tuttavia continua nel secondo). Ancora più interessante, i percorsi narrativi di questi personaggi femminili presumibilmente forti e indipendenti sono spesso estremamente dolorosi, lontani dal concetto di empowerment venduto al pubblico. Nelle ultime puntate della saga degli Avengers, sono infatti due personaggi femminili emblematici del girlpower per i fan a morire per primi: Gamora viene fatalmente uccisa da suo padre, mentre Natasha si sacrifica in EndGame per salvare il mondo, senza beneficiare dello stesso grandioso funerale concesso al personaggio di Ironman. Mentre la prima riappare miracolosamente alla fine del film e un lungometraggio sarà dedicato al personaggio della seconda, approfittando della rabbia dei fan per la sua morte relativamente insignificante, c’è un vago senso di disagio di fronte a questa strategia commerciale, che si compiace della sofferenza delle poche donne sullo schermo per rilanciare in seguito un nuovo prodotto cinematografico.

I festival più riconosciuti confermano la tendenza delle istituzioni a fare del femminismo un’ulteriore opportunità di vendita piuttosto che un impegno reale: né Wang né Gerwig sono state nominate per la miglior regia agli Oscar 2020 (“Hustlers” non è stato semplicemente nominato per nessuna categoria). Al loro posto, quattro film che esplorano il malessere di un eroe bianco ed eterosessuale di fronte a una società che cambia e che non lo capisce più e con personaggi femminili inesistenti, tutti e tre diretti da uomini già alla ribalta: “The Joker”, “Once Upon A Time In Hollywood”, “The Irishman” e “Marriage Story”. Un pungente articolo del New York Times intitolato “Sono realizzati da donne. Sono piaciuti alla critica. Nessuno li ha nominati” ha analizzato quella che ha percepito come una reazione epidermica del cinema (maschile) al movimento #MeToo: un sentimento di persecuzione e di caccia alle streghe tra gli uomini dell’industria cinematografica e un’incapacità di decentrarsi dalla loro condizione per proporre narrazioni alternative. La vittoria del César per “J’accuse”, che molti hanno visto come una metafora della situazione di Polanski, sembra convalidare questa impressione e l’idea che l’industria audiovisiva sia ancora lontana dall’aver imparato tutte le lezioni necessarie dagli sconvolgimenti degli ultimi anni.

A seguito dell’unica nomina femminile nella categoria delle migliori realizzazioni ai Césars di quest’anno, la newsletter Lesbaien Raisonnable ipotizzava un percorso che oggi sembra essere più che ragionevole per interrompere questi fenomeni di femminismo di facciata, commerciale e benevolo nel settore audiovisivo: “Mettere per 5 anni delle donne a capo delle 5 C – Cannes, i Césars, la CNC, la Cinémathèque e i Cahiers du cinoche – per poi analizzare i cambiamenti provocati”. Meritiamo più di qualche contenuto asettico scritto da uomini vogliosi di dimostrare le loro buone intenzioni. Sarebbe ora che il cinema offrisse delle reali opportunità alle donne.

Fonte
Magazine: Les Ourses à plumes
Articolo: RÉVOLUTION SUR GRAND ÉCRAN OU PINK-WASHING DE FAÇADE ? LE CINÉMA FÉMINISTE APRÈS #METOO
Scritto da: Salty Lena
Data: 17 febbraio 2021
Traduzione a cura di: Charlotte Puget
Immagine di copertina: Jon Tyson
Immagine in anteprima: stories

Leggi i commenti (1)
  • non c’è ipersessualizzazione in riverdale e la rivalità femminile e maschile esiste e va raccontata, queste serie non sono patriarcali

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