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Rompere l’isolamento: l’emergenza della violenza domestica in quarantena
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Rompere l’isolamento: l’emergenza della violenza domestica in quarantena

Jasmine Mazzarello

La popolazione italiana, ma anche gran parte di quella mondiale, in queste settimane è chiamata alla quarantena e al distanziamento sociale per contenere la pandemia causata dal nuovo Coronavirus. Se stare a casa è – come sappiamo – la cosa giusta da fare al momento, l’isolamento per molte donne oggi non è affatto sinonimo di sicurezza. #iorestoacasa è un privilegio che certe persone non possono permettersi (come i rifugiati nei campi profughi o i senzatetto), o che – dove possibile – può comportare pericoli e sacrifici, come nel caso di un contesto di violenza domestica.

#iorestoacasa per una donna vittima di violenza domestica è più pericoloso che uscire. Non tutti, e soprattutto non tutte, godono degli stessi privilegi in questo delicato momento di emergenza sanitaria. Per le donne infatti il pericolo più grande spesso non viene da fuori, ma da dentro, perché è tra le mura di casa che ha sempre avuto luogo la violenza ed è lì che è più facile nasconderla. Se stare in casa è obbligatorio, ma pericoloso, ecco che un’emergenza che già esisteva rischia di aggravarsi, diventando allo stesso tempo ancora più sommersa.

Qualche informazione pratica

Vista l’impossibilità di condurre colloqui di persona e grazie alla tecnologia che permette di continuare a svolgere determinati lavori, le operatrici dei centri antiviolenza hanno spostato i loro servizi online. Sul sito dell’associazione Donne in Rete contro la violenza è possibile trovare una lista di centri in tutta Italia con i rispettivi contatti per questa situazione di emergenza. Quasi tutti i centri sono reperibili tramite chiamate e videochiamate su Skype, continuando così a svolgere il loro lavoro nel modo più efficace possibile.

Resta inoltre attivo il 1522, numero antiviolenza e stalking, per le emergenze e per mettere le donne in contatto con il centro antiviolenza più vicino a loro.

Nonostante lo sforzo e il lavoro delle operatrici in tutta Italia, resta una contraddizione alla base: come chiedere aiuto quando si è sotto lo stesso tetto di un uomo violento o maltrattante? Purtroppo una chiamata resta una soluzione non adatta a quelle donne che non hanno sufficiente privacy e sicurezza a casa per chiedere aiuto, oltre a non essere sempre efficace come sostituzione di un servizio faccia a faccia.

Proprio per questo motivo molti centri si sono attivati per permettere comunicazioni scritte (tramite e-mail o anche messaggi Facebook), così come il 1522 ha lanciato un’app per chattare in casi in cui un’assenza di privacy renda impossibile o pericoloso un contatto telefonico.

I servizi offerti dai centri oggi sono fondamentali e mostrano la resilienza di una realtà che sa adattarsi a un’emergenza tanto grave come quella che stiamo vivendo, capace di modificare numerosi aspetti della nostra quotidianità. Queste però sono misure temporanee, atte a rispondere a un’emergenza straordinaria. Per quanto il 1522 resti uno strumento ulteriore che può essere molto utile, il contatto diretto coi centri resta in alcuni casi la via preferenziale.

 

L’emergenza nell’emergenza

La situazione è delicata e complessa, tanto che sarebbe difficile e rischioso fare di tutta l’erba un fascio: ogni caso ha le proprie particolarità e i rispettivi rischi. Ci sono donne che avevano intrapreso un percorso di uscita dalla violenza e sono state costrette a sospenderlo, donne che avevano intenzione di iniziarlo ma sono state scoraggiate dalla situazione, donne che preferiscono dare la priorità al “male minore” sopravvivendo a questa quarantena e rimandando la loro libertà a quel dopo che aspettiamo con impazienza.

Interrompere, posticipare o non poter compiere un percorso di uscita dalla violenza può essere pericoloso ed è pertanto importante rimarcare che nonostante le difficoltà è comunque possibile mettersi in contatto coi centri e chiedere aiuto. Il silenzio e l’isolamento sono precisamente i fattori che hanno da sempre permesso alla violenza domestica di sussistere. Il rischio, in questo periodo di quarantena, è che torni a erigersi un muro di silenzio che rende il lavoro di rete estremamente difficoltoso.

Il messaggio dei centri antiviolenza è chiaro: “Noi ci siamo”. Ma ovviamente c’è la consapevolezza che, se uscire dalla violenza è già difficile normalmente, in questa situazione è ancora più complicato, per motivi sia pratici che psicologici. In questo momento storico è estremamente difficile intraprendere qualsiasi tipo di progetto per il futuro e interrompere una situazione di violenza è una decisione importante che comporta un enorme cambiamento. È comprensibile, quindi, come molte donne siano scoraggiate ad agire con una pandemia in corso.

La frustrazione dei centri è palpabile: la quarantena e l’impossibilità di raggiungere una fetta importante di donne in situazioni di violenza rendono ancora più difficile il lavoro delle operatrici. Dove ci sono la volontà e i mezzi per aiutare, mancano le possibilità di incontrarsi e di prestare un aiuto concreto a causa dell’emergenza sanitaria del nuovo Coronavirus. È questo l’isolamento che bisogna rompere, quello che impedisce di chiedere aiuto e che fa sentire sole. Bisogna evitare che l’isolamento per motivi sanitari crei isolamento da una rete di sostegno.

 

Il silenzio che fa paura

Mentre le chiamate ai centri antiviolenza diminuiscono, l’emergenza reale aumenta. L’emergenza Coronavirus inasprisce l’emergenza violenza domestica, innalzando nuovamente le barriere che le operatrici dei centri antiviolenza stavano lavorando duramente già da tempo per buttare giù. Una donna vittima di violenza che stava lavorando su di sé e sulla sua situazione rischia così di ritrovarsi in un isolamento che conosce fin troppo bene e che può far riemergere traumi passati.

Se da un lato l’attuale emergenza sanitaria silenzia le richieste di aiuto che fanno più fatica del solito a uscire dalle mura domestiche (quando già la percentuale di donne che denuncia è solo la punta dell’iceberg), dall’altro sappiamo però che questo silenzio non durerà per sempre. È ancora presto per avere dati sulla situazione in Italia, ma una possibile conseguenza è un aumento delle richieste di aiuto e degli accessi ai centri post-epidemia.

Un altro aspetto importante da rimarcare è come la violenza domestica sia un problema separato, per quanto inasprito, dall’emergenza Coronavirus. La violenza domestica è una questione seria di cui i nostri media parlavano ben da prima che le coppie si ritrovassero chiuse in casa in quarantena fino a data da destinarsi. Una questione è la situazione di emergenza che, comprensibilmente, provoca stress e tensione in molte famiglie costrette all’isolamento per settimane se non mesi, un’altra è la violenza agita da un maltrattante per cui il Coronavirus non può essere una scusante. La violenza di genere è sempre responsabilità di una persona in carne e ossa e di una cultura, mai di una circostanza in sé, per quanto straordinaria o stressante.

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Violenza assistita e passaggio di minori

Problematiche ulteriori legate all’emergenza nell’emergenza riguardano la gestione dei minori in caso di violenza domestica e la genitorialità in caso di separazione. Da un lato, i figli e le figlie possono soffrire a causa della violenza assistita, mentre sono chius* in casa senza nessuna possibilità di svago al di fuori, con ancora meno possibilità delle loro madri di chiedere aiuto o addirittura comprendere quello che sta succedendo.

Dall’altro, l’attuale situazione è pericolosa anche nel caso del passaggio dei figli da un genitore all’altro nel caso di separazioni. Il clima di isolamento e quarantena potrebbe indurre a evitare di “trasferire” figli/e, anche per paura di contagio, rischiando magari così una permanenza prolungata con il genitore maltrattante. Il passaggio dei minori e delle minori è infatti permesso, nonostante possa indubbiamente risultare più difficile e rischioso in queste circostanze.

Cosa posso fare io?

Venire a conoscenza di un problema e comprenderlo è sempre il primo passo. Ma perché fermarsi lì quando possiamo fare di più e aiutare chi ne ha bisogno? Ognun* di noi può fare qualcosa.

Ecco qualche esempio:

  1. Sensibilizzare sulla questione. Più ci sono persone che non vedono il problema, più sarà difficile risolverlo; per questo parlare della questione con qualcuno, che a sua volta potrebbe confrontarsi con altre persone, è utile a far crescere la consapevolezza che esistono realtà critiche. Soprattutto quando c’è un’altra emergenza in corso, che già di suo ci coinvolge tutti e tutte.
  2. Diffondere informazioni sui servizi come il numero 1522 e i contatti dei centri antiviolenza. I centri stessi e diversi canali istituzionali stanno lavorando duramente per segnalare la presenza di queste iniziative, per fare da eco al grido delle operatrici che vogliono aiutare “Noi ci siamo“.
  3. Se conoscete donne che potrebbero essere vittime di violenza o sentite urla e litigi nel vostro condominio, tali da farvi capire che qualcun* è in pericolo, agite. Agire può voler dire tante cose diverse a seconda del contesto e a seconda di quello che ci si sente di fare: si può provare a parlare con la donna vittima di violenza, chiamare i carabinieri, chiamare il 1522 e chiedere consiglio sul modo migliore per aiutare. Se l’aiuto di vicini, familiari, amici, amiche in situazioni di violenza è sempre prezioso, in questo caso lo è ancora di più. Potreste avere l’occasione di intervenire laddove la vittima non ha la possibilità di farlo (magari facendo semplicemente una telefonata).
  4. Pratichiamo empatia e solidarietà. Soprattutto per chi vive un’emergenza nell’emergenza, in questo periodo così delicato. Continuiamo a restare a casa, se possiamo, ma con una maggiore consapevolezza dei nostri privilegi e degli strumenti a disposizione per aiutare chi ha bisogno. Ricordiamoci, inoltre, e ricordiamolo a tutte le persone che possiamo, che non durerà per sempre. Torneremo, prima o poi, alle nostre vite di prima, più grati che mai di poterle vivere, anche se non saranno più realmente come prima.

L’emergenza della violenza di genere però e purtroppo non cesserà insieme alla pandemia di nuovo Coronavirus. Per quella dovremo continuare a lottare.

Un ringraziamento particolare a tutte le operatrici dei centri antiviolenza per il lavoro indispensabile che fanno sempre, oltre a quello emergenziale di questi mesi.

Illustrazione: Anarkikka
Immagine di copertina: Opera di Elisa Caracciolo, 2012

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