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“Searching Eva”: cercando Eva, trovando noi
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“Searching Eva”: cercando Eva, trovando noi

Redazione
searching eva foto film
Articolo di Marvi Santamaria

SEARCHING EVA sfida i limiti, i pregiudizi e i gusti del pubblico, mettendo in scena attraverso un diario visivo la vita pubblica e privata della ventenne Eva Collé, modella-artista-personaggio sui social media che incarna una sorta di progetto d’arte vivente. Eva è una, nessuna e centomila, in grado di re-inventarsi ogni volta che vuole e simbolo di una generazione fluida che si racconta attraverso i social. Scrivendo e parlando di temi comunemente ritenuti intimi o imbarazzanti e mostrando il proprio corpo, Eva riflette su chi è veramente, facendo crollare le barriere dell’intimità ed esponendosi fino in fondo. Ma qual è il confine tra essere e la sua rappresentazione? Pia Hellenthal dipinge il ritratto dell’esistenza contemporanea, in cui il concetto di un’identità solida e immutabile è ormai passato di moda. Siete pronti a entrare nel mondo senza filtri di Eva Collé?

Presentato in anteprima al Milano Film Festival, “Searching Eva” è un documentario su Eva Collé che vede alla regia Pia Hellenthal e alla sceneggiatura Giorgia Malatrasi.

Al di là delle etichette

Attraverso l’occhio di una telecamera sempre in bilico tra voyeurismo e indiscrezione, seguiamo Eva nel corso di tre anni di vita, in momenti diversi e anche Paesi diversi: Italia, Germania, Messico, Grecia, come se scrollassimo i suoi post di Instagram. Il contenuto del film proviene infatti sia dalla vita di Eva che dal racconto incessante che lei ha fatto online di se stessa: la regista Pia Hellenthal racconta che tutto è nato il giorno in cui la sceneggiatrice Giorgia Malatrasi le ha passato il link del blog di Eva invitandola a guardarlo perché aveva “qualcosa di speciale”, e da lì entrambe non sono riuscite a staccarsi dalla figura di Eva, costruendo man mano un film su di lei e con lei.

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Già protagonista di un’intervista-video alla piattaforma Vice, per la serie “La prima volta” condotta dalla giornalista Irene Graziosi, lì Eva aveva raccontato la sua vita da sex worker a Berlino. Quell’intervista aveva generato un’ondata di odio tra i commenti di persone che si erano accanite contro di lei per svariati motivi e principalmente per l’aspetto fisico e le sue scelte di vita: come se la figura stessa di Eva, solamente col suo esistere, fosse qualcosa di inaccettabile.

L’origine di tanta indignazione va ricercata nel fatto che la storia di Eva tocca temi che dividono l’opinione pubblica, ma il film fa di più: ti mette allo specchio. Dopo un po’ che lo guardi, ti rendi conto che il vero protagonista del film non è Eva. Sei tu.

Il titolo parla di una ricerca continua: “cercando Eva”, appunto. E noi la cerchiamo in ogni inquadratura, ma lei è inafferrabile, mobile, sfuggente, è sempre altro rispetto alle gabbie interpretative entro cui si cerca di incasellarla. Eva sfugge orgogliosamente alle etichette e alle definizioni.

Alla ricerca dell’identità

Questo film è “è la favola di una giovane donna cresciuta nell’era di Internet, che ha deciso di far diventare il racconto della sua crescita personale uno spettacolo pubblico, sfidando le convenzioni e il concetto comune di ciò che ‘una donna dovrebbe essere’”.

Durante tutto il film, noi vogliamo sapere chi è realmente Eva, ma questo desiderio viene continuamente frustrato, regalandoci altro.

A Eva stessa del resto è molto caro il tema dell’identità: “Credo nell’identità come mezzo per raggiungere un altro fine. Se l’identità diventa il fine, ti stai intrappolando. Io cerco di capire cosa mi serve e cosa non mi serve e cerco di liberarmi da ciò che non mi serve. Tutti facciamo compromessi nella vita, io cerco di esserne consapevole e di farne il meno possibile”, ha affermato Eva durante lo spazio dedicato al Q&A al termine della presentazione del documentario al Milano Film Festival.

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Eva ci pone di fronte a molti paradossi, che fanno andare in tilt la comune visione del mondo. Ad esempio, pur mostrando molto di sé sui social, anche e soprattutto la sua nudità, Eva ci sfugge. Conosciamo quasi ogni centimetro della sua pelle, tra social e film, eppure lei non appartiene mai veramente al nostro sguardo. Come ha commentato Irene Graziosi all’anteprima: “Il documentario flirta molto con l’auto-rappresentazione”. Ed Eva risponde: “Tutti ci auto-rappresentiamo, non solo online. C’è un processo di ‘curating’ quando ci rappresentiamo all’altro. Tutti stiamo facendo un personaggio, anche al bar, solo perché io lo faccio online cosa cambia?”.

Lo sguardo dello spettatore

Il protagonista di “Searching Eva” è appunto il nostro sguardo ed Eva è il mezzo tramite il quale noi ci poniamo delle domande su noi stesse come donne e sul mondo che ci circonda.
Questa interrogazione interiore è ciò che è accaduto anche alla regista durante la realizzazione del film. “Andando avanti con la lavorazione (del film, NdR)”, ha dichiarato la regista, “mi sono ritrovata a riflettere sulla mia condizione di donna, su come la mia persona è influenzata dalla società che mi circonda, influenzando profondamente la mia vita privata. È stato come se avessi sollevato sempre di più un velo, facendomi realizzare quanto profondamente io abbia internalizzato l’odio verso le donne, verso le sex workers, verso i travestiti e tutti gli esseri che vivono un’esistenza non conformista di come tutto questo fosse profondamente intriso nelle mie ossa, nelle mia lingua e nella mia visione del mondo. Lavorare a questo film è stato liberatorio.

Ciò che è interessante in questo film quindi non è solo cosa dice Eva, cosa fa Eva, cosa pensa Eva, come vive Eva – che diventa un po’ l’ossessione dello spettatore – ma quali sono le nostre proiezioni su di lei e quali reazioni suscita in noi. Il film ti spinge a chiederti: io condivido le scelte di Eva? Al suo posto, io cosa avrei fatto?

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Come afferma Pia Hellenthal: “Non è solo ciò che Eva evoca, ma anche cosa noi stiamo cercando in lei”.
Lo sguardo dello spettatore è inoltre narrativamente rappresentato nel film dai commenti dei follower di Eva che sono riportati direttamente dai suoi canali, spaziando da richieste di aiuto molto delicate fino a insulti più o meno velati verso la sua persona. Uno specchio che ci pone davanti a riflessioni, critiche, dubbi, sentimenti contrastanti che ci attraversano mentre guardiamo la vita di Eva scorrere sullo schermo.

Il non-ritratto di Eva

Eva stessa afferma che lo scopo del film non era rendere un ritratto di lei. “Il film ha solo aggiunto un altro livello, io ho fornito il contenuto, è stata una collaborazione”. Come dice lei stessa, il suo approccio è stato: “Io ho questo da dare, fatene ciò che volete”.

E la risposta della sceneggiatrice Giorgia Malatrasi testimonia il modo in cui lei e la regista hanno accolto la prospettiva e il mood di Eva: “Non volevamo mettere Eva dentro un’altra casella”, ha infatti dichiarato Malatrasi, “volevamo liberare Eva anche dal nostro sguardo. È stata una lotta anche con noi stesse”.

Eva e il femminismo

Durante il Q&A, dal pubblico chiedono a Eva perché lei si dichiari femminista e lei risponde: “Il fatto che ogni volta che una persona percepita come donna cerchi di fare quello che le pare sia visto come femminista, ci spiega perché serve il femminismo. Vivere la propria vita come donna è femminista!”.

Poi le chiedono anche quale sia il rapporto col suo corpo, considerando appunto che lo espone molto sui social. “Sono arrivata a un momento in cui mi guardo e mi apprezzo, non mi faccio schifo”, risponde Eva. “Mi perdono se non mi piaccio qualche volta. Se riguardo le mie foto dico ‘sono bella!’”.

In questo e in molti altri sensi, siamo (o vorremmo essere?) tutte Eva.

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