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SOS-T-EGNI: un incontro sulla violenza al Festival della Scienza
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SOS-T-EGNI: un incontro sulla violenza al Festival della Scienza

Redazione
Articolo di Pietro Balestra

Ogni autunno, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, si svolge nella città di Genova il Festival della Scienza, durante il quale si tengono conferenze, laboratori e attività ludiche a scopo divulgativo per persone di tutte le età.
Quest’anno, venerdì 28 ottobre, presso il Galata Museo del Mare, scienza e diritti umani si sono intrecciati nella conferenza SOS–T–EGNI – La violenza come sintomo contemporaneo.
Due erano gli scopi dell’incontro: 1. spiegare cosa sia la violenza di genere in ogni sua forma, da un punto di vista sia giuridico che psicologico, e il ruolo dei pronto soccorso e degli ospedali in tali episodi; 2. presentare l’ambulatorio di psicologhe aperto presso l’Ospedale Galliera, dove le persone sopra i quattordici anni rimaste vittime di violenze possono trovare ascolto, conforto, empatia e un aiuto pratico per denunciare chi ha fatto loro violenza e ricominciare a vivere serenamente la propria vita.
Ad aprire, con i saluti di rito, è stata l’Assessora alla Sanità della Regione Liguria Sonia Viale. Ella racconta di aver cominciato giovanissima la sua carriera politica, in particolare nel 1996, inserendosi nel dibattito per fare della violenza sessuale un crimine contro la persona, non più contro la morale del paese. Le sue sono parole positive e incoraggianti: conclude dicendo che talvolta il paese può apparirci distante, ma in realtà qualcosa (qualcuno) si sta muovendo e si stringe intorno ai deboli che restano vittime di violenze.
I primi due interventi sono del dottor Paolo Cremonesi e della dottoressa Marina Sartini, rispettivamente primario ed epidemiologa presso l’Ospedale Galliera.
Dal momento che entrambi hanno tenuto un approccio più tecnico alla materia e si sono avvalsi di strumenti statistici, è utile vedere come un unico i loro interventi.
L’ONU ha definito violenza di genere

ogni atto di violenza fondato sul genere che comporti o possa comportare per la donna sofferenza fisica, psicologica o sessuale, includendo la minaccia di questi atti, coercizione o privazioni arbitrarie della libertà, che avvengano nel corso della vita pubblica o privata.

Declaretion of the elimination of violence against women – ONU – New York, 20 dicembre 1993

L’Unione Europea ha definito la violenza contro le donne una pandemia. La percentuale di violenza domestica oscilla tra il 15 e il 71 % (rispetto ad altre forme di violenza), poiché è molto variabile da Stato a Stato: dal 52 % della Danimarca al 19 % della Polonia.

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Secondo i dati dell’ISTAT, in Italia, tra il 2010 e il 2014 il 31,5 % delle donne tra i sedici e i novant’anni hanno subito violenza. Solo il 10% di esse ha denunciato l’accaduto. Nel 70 % dei casi, l’aggressore è il partner o l’ex partner.
Secondo i dati della Regione Liguria, nel 2015 sono state cinquemilaottocentosettantadue le persone che si sono recate in pronto soccorso dopo aver subito violenza. Più della metà sono uomini – il dottor Cremonesi ricorda, a questo punto, che per gli uomini si considerano anche le violenze da rissa, ma non chiarisce perché ciò non dovrebbe essere valido anche per le donne. Meno di un quarto sono persone straniere, ma la Liguria non ha un alto tasso d’immigrazione, quindi, in proporzione, il dato è comunque molto alto. Più di tre quarti sono stati portati in ospedale in codice verde, il secondo per gravità dei codici colore; seguono giallo (terzo), bianco (primo) e rosso (quarto e ultimo).
Il mondo, però, sta prendendo sempre più coscienza del problema e agendo: oggi, più spesso le donne riconoscono come reato la violenza subita e la denunciano alle forze dell’ordine, oppure si rivolgono ai centri anti-violenza; inoltre sono sempre più le organizzazioni e le iniziative volte a combattere il problema, come l’ambulatorio di psicologhe presso l’Ospedale Galliera, di cui si parla più approfonditamente nella seconda parte della conferenza.
L’intervento delle dottoresse in Psicologia Luisa Marchini ed Edith Ferrari è del tutto diverso dai precedenti. Dapprima esse spiegano quanto sia importante la figura dello psicologo nei pronto soccorso per accogliere anche quelle persone che non svelano a parole, bensì col linguaggio del corpo, la violenza subita, e dare a queste ultime l’ascolto, la comprensione e il supporto necessari; dopodiché cedono la parola a due attori e alla loro messinscena: Valentina è una giovane innamorata e vittima di Giovanni, il suo vanesio, iracondo e prepotente compagno. La donna trova sempre una scusa per difendere l’uomo che pretende che lei lo sposi, non le permette di uscire a cena con un’amica o di truccarsi per andare a fare la spesa. Un giorno lei rimane incinta, lui le compra una panciera ma lei, ringraziando, dice di non volerla, di trovarla scomoda… Lui la insulta e la spinge a terra. Valentina si rialza e, finalmente, grida «Non ce la faccio più», indossa gli occhiali da sole e va a sedersi accanto alle psicologhe che ascoltano la sua storia.
Alla fine della performance, cessati gli applausi, la dottoressa Ferrari dice:

«L’ospedale Galliera accoglie maschi e femmine, da quattordici anni in su, che per qualsiasi motivo si trovino in una situazione di impasse, si trovino in una situazione di sofferenza. Noi ci siamo

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Se all’ambulatorio sono ammesse persone sopra i quattordici anni, comunque, è perché i più giovani vengono reindirizzati all’Ospedale Pediatrico Gaslini. Ed è proprio da questa struttura, in particolare dall’ambulatorio multidisciplinare Casa sull’Albero, che proviene l’ultima conferente, la dottoressa in Psicologia Maria d’Apruzzo, che parla di cyber-bullismo.
Il termine è coniato nel 2002 da Bill Belsey, per ridefinire i concetti di prevaricazione e violenza che si sono, negli ultimi vent’anni, spostati anche nel mondo digitale. Il fulcro del problema è che i social network – dove maggiormente si consumano queste violenze in chiave 2.0 – sono poco conosciuti sia dai giovani e giovanissimi che ne usufruiscono, sia dai genitori, che anche intravedendo malesseri nei figli vittime di cyber-bullismo, non sanno trovarne una causa.

Secondo l’indagine svolta dal Telefono Azzurro in collaborazione con Doxa Kids, nel 2014 un adolescente su tre ha trovato proprie foto non autorizzate online, uno su cinque foto imbarazzanti, uno su sette video non autorizzati, uno su dieci video imbarazzanti. Nel 2015, su un campione di seicento ragazzi italiani tra i dodici e i diciotto anni, uno su dieci ha dichiarato di aver diffuso materiale umiliante su qualcuno, uno su sei di essere stato vittima di cyber-bullismo. Più della metà delle vittime sono ragazze tra gli undici e i quattordici anni.
Secondo il CENSIS, il 54% dei dirigenti scolastici si è dovuto occupare di episodi di cyber-bullismo; l’81% dei quali ritiene che i genitori tendano a minimizzare il problema.
Il bullo è una persona che sente il bisogno di dominare, prevaricando aggressivamente gli altri; è poco empatico, non riesce quindi a comprendere che le sue vittime siano persone, non strumenti. Le vittime crescono deboli, stressate, con poca autostima e passibili di diversi disturbi psicosomatici.
Cosa si può fare per contrastare il problema?
Le scuole per prime possono fare informazione sul web, sulle sue possibilità e i suoi rischi; i genitori possono imparare a conoscere e usare i social network, parlare coi propri figli, educarli alla privacy e all’affettività; le vittime di cyber-bullismo possono non rispondere ai messaggi, conservarli e mostrarli ad un adulto; tutti quanti, comunque, sono tenuti a denunciare un episodio di bullismo, e non girarsi dall’altra parte.
Sono molto importanti i temi trattati dalla dottoressa d’Apruzzo, eppure gli oltre cinquanta adolescenti in sala non si mostrano affatto interessati, anzi, sembrano provare gusto nel disturbare la conferenza. A incontro finito ho voluto parlarne con la dottoressa Ferrari: le spiego di essere rimasto deluso dal comportamento dei ragazzi, perché questi sono argomenti che riguardano tutti quanti. «Però fanno paura. E noi allontaniamo ciò che ci fa paura», mi risponde la dottoressa.
Fino a trent’anni fa circa, in Italia era possibile ottenere il titolo di psicologo solo avendo già conseguito la laurea in Medicina o Filosofia. Con l’istituzione della Facoltà di Psicologia, essa è stata “relegata” alle Discipline Umanistiche, che si pensa non abbiano niente a che spartire con le scienze e la medicina. Ma perché? Ogni persona è mente E corpo: perché una vittima di violenza dovrebbe essere vista prima (al pronto soccorso) solo come corpo e poi, eventualmente, se scegliesse di denunciare l’accaduto, solo come mente?
È molto giusto che presso l’Ospedale Galliera di Genova ci sia un ambulatorio di psicologhe, che svolge le funzioni di un centro anti-violenza, ma lì, al pronto soccorso, dove l’aiuto può essere immediato. Ed è molto giusto che il suddetto sia aperto a donne E uomini, perché chiunque può essere vittima di violenza di genere e ognuno merita di essere ascoltato e aiutato.
La speranza è che quanti più ospedali possibili nel nostro paese scelgano di adottare misure del genere. Nel frattempo, non si può che essere orgogliosi e felici di Genova e dell’Ospedale Galliera.

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