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Stereotipi, da oggi con superpoteri e tacco 12: la recensione di Supergirl
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Stereotipi, da oggi con superpoteri e tacco 12: la recensione di Supergirl

Davide Genco

Non so se avete presente quel finto trailer del Saturday Night Live in cui ci si immagina come sarebbe un film personale incentrato sulla Vedova Nera, il personaggio Marvel che Scarlett Johansson interpreta nei film dedicati ai Vendicatori (lasciatemi essere anacronistico, io li ho sempre chiamati così e non Avengers). Siccome si tratta di un video molto buffo e descriverlo risulterebbe noioso – oltre che meno divertente – facciamo che ve lo posto qui di seguito, voi ve lo guardate e poi continuiamo:

Fatto? Ecco, l’episodio pilota di Supergirl è pressoché identico, in versione estesa e con la sola differenza che la comicità e gli stereotipi della nuova serie DC sono tutti goffamente involontari.
Contestualizziamo: nel 2012 il produttore Greg Berlanti lancia sul canale The CW il telefilm Arrow ispirato al personaggio DC di Freccia Verde, che ottiene inaspettatamente un buon successo. Due anni dopo ci riprova con l’altrettanto fortunata The Flash, serie dal tenore adolescenziale che intercetta ruffianamente le simpatie di geek giovani e meno giovani, nostalgici del precedente del 1990 con protagonista il papà di Dawson (spoiler: io sono quello meno giovane).

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Arrow è un macho seduttore. The Flash un timido nerd
. No, non sto banalizzando, è la sceneggiatura dei due serial a ritrarre tutti i personaggi con due righe scritte in Arial corpo 48pt. È chiaro che a questo punto le regole basilari del marketing kotleriano suggeriscano al team di Berlanti una magica formula: DIVERSIFICAZIONE DELL’OFFERTA. “Abbiamo due serie di successo trascinate dai due archetipi di maschio a cui si abbevera la cultura teen americana: il quarterback donnaiolo e lo sfigato rinchiuso nell’armadietto. Cosa ci manca? La risposta è ovvia: un personaggio nel quale possano immedesimarsi le ragazze.”

Il terreno è fertile: da una parte al cinema gli young adult hanno sdoganato la figura della giovane eroina action, dall’altra la Marvel stessa sta attuando nei fumetti una strategia sempre più inclusiva volta ad assecondare l’interesse sempre maggiore del pubblico femminile verso i suoi personaggi. Voi che siete sognatori direte che i tempi cambiano. Io che sono arido dico che vendere fumetti anche alle ragazze significa vendere PIÙ fumetti. Ma, siccome sono anche pragmatico, aggiungo che se questo serve in una minima parte a favorire l’emancipazione della figura femminile andando oltre gli stereotipi fumettistici della “fidanzata da salvare” o della “donna forte e solitaria, quindi un po’ pazzerella” va benissimo.

Ma torniamo a Supergirl, che ha esordito qualche sera fa sulla CBS: è chiaro fin dal prologo come la serie ambisca ad ammantarsi – ahah la protagonista ha un mantello, ok la smetto – di una certa aura di “Girl power”. Il problema è che nello svolgere il suo compito lo fa così male che rischia di fare più danni di dieci stagioni di Baywatch.
Siamo su Kypton: Kara Zor-El viene mandata dai suoi genitori sul pianeta Terra per “proteggere suo cugino Kal-El” (che se non vivete anche voi su Krypton saprete si tratta di Superman). Primo ammiccamento: è lei che deve proteggere lui, capito? Peccato che un indecifrabile imprevisto evidentemente inventato dagli sceneggiatori di Boris mentre erano a pesca di ricciole faccia sì che la malcapitata finisca sul nostro pianeta troppo tardi per proteggere il cugino, ormai diventato adulto, il quale in pratica le dice “Ciaone, sei qui per niente” e la fa svezzare da un’altra coppia di amabili fattori, di quelli con solidi valori americani e sostenitori del creazionismo che trovi solo in Kansas. Capito la paraculata? Ti sorprendiamo dicendoti che “è lei a proteggere lui”, ma un secondo dopo ristabiliamo lo status quo.

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Rivediamo poco dopo Kara-Supergirl com’è oggi, in una serie di scene che descrivono il luogo in cui lavora: il suo capo è donna (secondo ammiccamento: parliamo alle donne, la direttrice del più importante organo di stampa della metropoli è una donna). Peccato che Calista Flockhart (che ricorderete in Ally McBeal) si limiti a fare la cosplayer di Meryl Streep ne Il Diavolo Veste Prada. Se ne desume che il tentativo di rappresentare un ambiente di lavoro potenzialmente familiare ad un pubblico femminile finisca per essere la parodia ostentata di un ambiente di lavoro fittizio di un film notoriamente gradito al pubblico femminile. Lo status quo continua a ringraziare.

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Gli autori ci fanno capire che Kara è single e indipendente in una sequenza in cui friendzona il collega comunicandogli che ha un appuntamento con un tizio conosciuto online: ennesimo ammiccamento! Che ragazza intraprendente! Ma è evidente che questa condizione di donna non procreatrice non può durare in eterno, ed ecco che Kara svolta l’angolo facendo conoscenza con il suo palese love interest della serie, un Jimmy Olsen per la prima volta afroamericano (e qui rileviamo un ammiccamento inclusivo di tipo razziale, ormai consuetudine nell’America obamiana).
Potrei continuare per ore, perchè Supergirl è piena di momenti di questo tipo: un secondo prima gli autori sottolineano didascalicamente che “stiamo parlando alle donne dicendo loro di essere forti”, un secondo dopo ti distrai per controllare il buffering e ti ritrovi la svolta paracula che riporta il tutto nei rassicuranti ranghi della “serie per donnette”.

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Berlanti si vergogna a far indossare a Supergirl un costume sgambato come nei fumetti (e nello sfortunatissimo film dell’84) perchè troppo ipersessualizzante? Ecco che viene sfoggiato il costume ufficiale, assolutamente identico, ma coi collant scuri. Nemmeno il coraggio di metterle dei pantaloni, al posto di quella gonnella rossa tanto iconica quanto decisamente poco funzionale se cerchi di combattere il crimine. Gesù, la gonna era un rudimentale espediente visivo con cui i cartoonist degli anni Cinquanta – ripeto, anni Cinquanta – caratterizzavano personaggi che avevano la propria ragion d’essere solo in quanto varianti femminili di quelli primari maschili (penso anche a Batgirl e Batwoman). Credo che qualcosa di meglio ce la si sarebbe potuta inventare. E invece no, il risultato dell’ennesimo tirare il sasso e nascondere la mano – questa volta ad opera del(la?) costumista – è una specie di Sailor Moon infreddolita.

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Ma l’apice lo si raggiunge quando, durante lo scontro finale con un cattivone spacciato per alieno ma che in realtà è il cantante degli Anthrax, la sorellastra di Kara afferma convinta che Supergirl vincerà “proprio perchè è una ragazza”. Udite udite! Siamo al cospetto dell’esplosivo ammiccamento finale! E proprio mentre tu, ingenua/ingenuo spettatrice/spettatore, ti stai chiedendo quale oscura dote prettamente femminea consentirà alla Nostra di avere la meglio, ecco la rivelazione: Supergirl supplica. Ripeto, SUPPLICA. Ma non temere, perchè la tua eroina sta solo bluffando prima di rifilare il colpo di grazia al nemico.
Certo capirete come anche questa sequenza si aggiunga all’interminabile elenco di paraculate, per il modo in cui considera narrativamente intrinseco un atteggiamento di sottomissione del personaggio in virtù del suo sesso – spia del fatto che altre idee per connotare la femminilità del personaggio agli sceneggiatori non ne fossero venute – salvo poi parare il colpo facendo vedere che la protagonista stava fingendo. Insomma, una donna ingannatrice. Innovativo, nel 2015. Spero che gli Antichi Greci non fabbrichino mai una macchina del tempo per venirci a trovare, sai la delusione.
L’epilogo vede infine l’introduzione della vera nemesi della serie: la zia. Sì, avete capito bene. La nemica di Supergirl è su’ zia. Stereotipo n° 12.234.783 assolto: il nemico di una donna si cela in una dimensione domestica, sia mai che conosca qualcun altro in giro.

La mia reazione dopo aver scoperto della zia.
La mia reazione dopo aver scoperto della zia.

 

 

 

 

 

 

 

Mi rendo conto che forse ho giudicato in modo troppo severo una serie che non ha altra reale pretesa se non quella di posizionarsi come l’ennesimo teen drama da consumare distrattamente durante i pasti. Però quello che mi ha dato più fastidio in fondo è proprio questo: perché cercare di enfatizzare così tanto, fino allo stereotipo più vivido, il fatto che la tua storia abbia una protagonista femminile, quando per ottenere quell’emancipazione a cui tanto ammicchi sarebbe bastato realizzare una serie con una protagonista INTERESSANTE, che il caso vuole fosse anche di sesso femminile? Per intenderci meglio, l’aria che si respira qui fa venire alla mente quelle sitcom di afroamericani in cui tutti i personaggi che interagiscono fra di loro sono afroamericani, in una sorta di micromondo alternativo afroamericano: certo, i Robinson hanno contribuito a legittimare in Occidente l’idea di una famiglia benestante di neri, ma erano i fottuti anni 80, trent’anni fa. E non che non esistessero predecessori più brillanti: al confronto di questa Supergirl, ad esempio, “Buffy l’ammazzavampiri” sembra scritta da Chimamanda Ngozi Adichie, ed è di vent’anni più vecchia.
Per concludere, se sulla carta il trattamento delle figure supereroistiche femminili lascia intravedere dei buoni margini di crescita, al cinema e in TV siamo ancora ai primordi, benché Marvel’s Agent Cartergià recensita in questa Sede – e le imminenti AKA Jessica Jones e il film su Captain Marvel suscitino delle giustificate speranze.

Confidando in una nuova generazione di eroi ed eroine la cui genesi narrativa sia specchio dell’abilità degli autori di intercettare la sensibilità di un pubblico in positivo mutamento, e non giustificata da ruoli dallo spessore inconsistente di un fiocco rosa appeso fuori dalla porta.

Leggi i commenti (2)
  • l’eroe che bluffa è un classico, stavolta a bluffare è una donna. Embè? Molti eroi maschi hanno un love interest, e ce lo ha anche Supergirl..embè?

    • Ciao Vlad, è patetico COME la si faccia bluffare: mettendo cioè palesemente in collegamento il fatto che sia donna col fatto che sia per sua natura debole e frignona. Rispetto al love interest, Olsen nel giro di un episodio diventa praticamente il suo tutore. Molto goffa e stereotipata come gestione, anche questa. Per approfondire ti rimando ad una lettura più attenta del pezzo.

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