Stai leggendo
Storia LGBT+: la storia del “camp”, da Little Richard a Lil Nas X

Storia LGBT+: la storia del “camp”, da Little Richard a Lil Nas X

TW: presenza di termini offensivi

Sebbene il concetto di camp sia difficile da definire, probabilmente non ha bisogno di molte descrizioni. (la parola “camp” non si può tradurre semplicemente con un equivalente in italiano: scegliamo qui di tenere la forma in lingua originale, NdT).

Era il 1956 quando il giovane Little Richard, ex drag queen, ha iniziato a esibirsi nel suo tributo al sesso anale “Tutti Frutti”, indossando la pettinatura Pompadour di 15 centimetri, sopracciglia curate e eyeliner. Da allora, il camp si è sempre di più fatto strada verso l’accettazione e la comprensione sociale. È stato adottato, e adattato, da celebrità quali Dolly Parton, Prince, Elton John, Ru Paul, Lady Gaga, e Lil Nas X. È anche stato il tema del Met Gala 2019, che ha fatto scaturire molte telecronache su cosa è camp.

Susan Sontag, il cui lavoro ha ispirato il tema del Met Gala, ha scritto nel suo saggio Notes on Camp (1964) che il camp è “artificio ed esagerazione”, un “modo di vedere il mondo come fenomeno estetico”. Camp, continua Sontag, è “lo spirito della stravaganza”, e un “tipo di amore, un amore per la natura umana” che “apprezza, invece di giudicare”.

Sontag scrive anche, però, che la sensibilità del camp è “disimpegnata, depoliticizzata” e che enfatizza il “decorativo… a discapito del contenuto”. Ma il camp è intriso di stranezze, ed è tutt’altro che disimpegnato e semplicemente decorativo. Piuttosto, nel sovvertire le norme sociali e nel rifiutare la facile categorizzazione, ha una storia lunga e radicale.

Gli inizi politici del camp

Per molti uomini queer della classe operaia nei centri urbani come New York, all’inizio del XX secolo, il camp era una tattica per la comunicazione e l’affermazione di sessualità e generi non normativi. Si è visto infatti nei concorsi di bellezza maschili di Coney Island, ai balli di Harlem e Midtown, e nelle strade e nei saloon del centro di Manhattan.

Come ha affermato lo storico George Chauncey nel suo libro Gay New York, i cosiddetti “fairy resorts” (discoteche la cui attrazione era la presenza di uomini considerati “effeminati”), sorti nel centro della metropoli, stabilirono l’immagine pubblica dominante della sessualità maschile queer. Questa è stata definita da una coltivata, o esibita espressione di femminilità, compreso il trucco, il falsetto e l’uso di “nomi camp” e pronomi femminili.

Questi uomini hanno messo in discussione le categorie di genere e lo hanno fatto comportandosi “in modo camp”. In questo modo, il camp si è evoluto fino a diventare un simbolo visibile queer. Ha aiutato alcune persone queer, sia allora che adesso, a “capire, rispondere e indebolire”, nelle parole di Chauncey, “le categorie sociali di genere e sessualità che servono ad emarginarle”.

Decenni dopo, alla fine di giugno 1969, non lontano dagli ex “fairy resorts” di New York, un gruppo di adolescenti queer e trans usò il camp per cambiare radicalmente l’esito della rivolta di Stonewall. Una serie di manifestazioni contro la chiusura di un popolare bar gay, queste proteste sono spesso attribuite agli albori del movimento per i diritti dei gay.

Di fronte a un’unità d’élite di polizia armata, le persone giovani schierarono il loro repertorio di strada più camp, unendo le braccia, calciando le gambe in aria come una compagnia di ballo. Cantarono “We are the Stonewall Girls / We wear our hair in curls”, e apostrofarono la polizia “Lily Law” e “the girls in blue”. Ancora una volta il camp realizzò una potente sovversione, questa volta del supposto maschilismo e dell’autorità della polizia.

Apprezzare il camp

Il camp offre una posizione critica, che deriva dall’esperienza di essere etichettati come degenerati e che evidenzia l’artificialità delle convenzioni sociali. Per lo scrittore Christopher Isherwood, il cui romanzo del 1939 “Addio a Berlino” divenne il musical oscuro “Cabaret” (1966), il camp era sostenuto dalla “serietà”. Distribuirlo significava esprimere “ciò che è fondamentalmente serio per te, in termini di divertimento, artificio ed eleganza”.

Due degli artisti più camp del XX secolo, Andy Warhol e Joe Brainard, hanno preso sul serio la posizione di Isherwood su ciò che è camp, e hanno basato gran parte della loro carriera sulla convinzione che il “piacere” fosse un’estetica preziosa. Entrambi sono famosi per l’eccesso di camp nelle loro immagini, producendo lavori che presentavano più iterazioni di raffigurazioni camp. Per Warhol erano Marilyn Monroes e Jackie Kennedy. Per Brainard, viole del pensiero e Madonne. Anche, nel caso di Brainard, un resoconto trasgressivo e drammatico di quanto gli piacesse Warhol, con le parole “I like Andy Warhol” ripetute 14 volte. Warhol ha anche abbracciato il camp come uno stile personale, interpretando un’effeminatezza teatrale, che equivaleva a un essere queer strategico, e progettata per scoraggiare coloro che tra i suoi contemporanei lo consideravano “troppo swish”, ovvero “troppo checca”.

L’uso del camp da parte di Warhol trova un’eco, nel XXI secolo, nel lavoro di Lil Nas X, artista musicale che allo stesso modo utilizza l’iterazione del camp di Sontag come “una modalità di seduzione, che impiega manierismi esuberanti suscettibili di una doppia interpretazione”.
La hit di successo “Old Town Road” (2019)” è un cross-over queer di musica country/hip-hop, il cui video musicale si colma di lustrini, fiocchi, stivaletti e balli coreografati. Molto di tutto questo fu a suo tempo ignorato da alcuni fan che poi, sembrarono notare l’impegno camp di Lil Nas X solo all’uscita del video di “Montero (Call me by your name)” (2021).

Montero presenta il biblico Adamo che bacia il serpente nel Giardino dell’Eden, prima di cavalcare serenamente giù per un palo da spogliarellista all’Inferno, dove esegue una lapdance per Satana (tutti personaggi interpretati da Lil Nas X). Come Warhol, Lil Nas X usa uno stile camp per dare un’immagine alle narrazioni repressive e dei doppi standard.

In particolare, si riappropria della trasgressione camp per la queerness nera, dimostrando, ancora una volta, una posizione critica sulle contraddizioni e le condanne che servono a emarginare coloro che non si conformano o non possono conformarsi. Il suo lavoro conferma, in altre parole, che il camp è molto più di un abito eccentrico. Che è una strategia, oltre che uno stile.

Fonte
Magazine: The Conversation (US)
Articolo: LGBT+ history: the story of camp, from Little Richard to Lil Nas X
Data: 07 febbraio 2022
Scritto da: Dr. Rona Cran
Traduzione a cura di: Caterina Fantacci
Immagine di copertina: @lilnasx
Immagine in anteprima: @lilnasx

Leggi i commenti (0)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato

Associazione Bossy ® 2024
Via Melchiorre Gioia 82, 20125 Milano - P.IVA 10090350967
Privacy Policy - Cookie - Privacy Policy Shop - Condizioni di vendita