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Swap Party: pensieri sul trend narrativo del momento

Swap Party: pensieri sul trend narrativo del momento

Avvertenza: chi ha scritto questo articolo snocciola delle opinioni personali, maturate sul tema in questione e in nessun modo ritiene di avere la verità in tasca. Ben venga, quindi, una discussione sull’argomento appena avrete finito di leggere.

Qualche giorno fa, in Rete è circolata una bufala a cui hanno creduto più o meno tutt*: veniva annunciato un remake di I segreti di Brokeback Mountain con protagoniste Margot Robbie (tanto fortunata quanto controversa Harley Quinn del recente Suicide Squad) ed Emma Watson (che su queste pagine è sempre un’ospite gradita).
Ora, l’inattendibilità della notizia era facilmente comprensibile attraverso la logica: il film originale raccontava una storia d’amore con una narrazione lineare e formalmente canonicissima. A renderlo dirompente a livello di immaginario è stata la scelta di calare in un contesto “macho” per antonomasia come il mondo dei cowboy dei protagonisti omosessuali. Cambiando il sesso, la ragion d’essere del film sarebbe evidentemente andata in corto circuito e piuttosto avremmo invitato il pubblico interessato ad una variante femminile a recuperare il sicuramente più coerente Cowgirl – Il nuovo sesso di Gus Van Sant.

Uma ringrazia per essermi ricordato di una sua vecchia pellicola
Qui Uma mi ringrazia per essermi ricordato di una sua vecchia pellicola

Cosa, però, ha reso la bufala credibile e piuttosto longeva? Sicuramente il cavalcare un trend molto chiacchierato nell’industria culturale occidentale quale il gender swapping, che vede la riproposizione di personaggi più o meno iconici con un genere sessuale differente da quello con cui erano stati originariamente concepiti.
L’esempio più lampante è il recente Ghostbusters al femminile, ma si parla anche di un terzo remake della commedia Due figli di… (che nelle versioni del ‘64 e dell’88 vantava due strepitose coppie maschili come Brando-Niven e Caine-Martin) con Rebel Wilson già data per sicura in uno dei due ruoli cardine e di uno Splash – Una sirena a Manhattan con Channing Tatum nei panni del “sirenetto” (perdonate, la citazione a Zoolander, qui, si è scritta da sola).
Se poi rientrate nel novero di chi ha visto nell’Episodio VII di Star Wars un remake di Episodio IV, potremmo dire che anche in quel caso la figura di Rey altro non è che un gender swap di Luke Skywalker. E che dire di Jeryn/Jeri Hogart, l’avvocato/avvocatessa che nel felice adattamento televisivo di Jessica Jones è una donna omosessuale? Gli esempi sono comunque interminabili, se volete approndire ne trovate un po’ qui.

Oltre allo “slittamento di sesso” vanno censiti slittamenti di orientamento sessuale (penso come esempio negativo al Constantine annacquato di Keanu Reeves e positivo al Sulu di Star Trek o al capitano Singh della serie The Flash) e anche quello di razza: ricorderete il caso della Hermione teatrale di colore, la Torcia Umana afroamericana dello sciagurato Fantastic 4 o il recentissimo rumor che vorrebbe la nuova Mary Jane Watson interpretata da un’attrice mulatta in Spider-Man: Homecoming. Ne volete di più? Scomodiamo Sherlock Holmes ed eccovi LA Watson di Elementary, donna e asiatica.

"Ti convinco?"
“Ti convinco?”

Tutto bene? Evidentemente no, visto che ognuna di queste notizie è quasi sempre accompagnata in Rete da un terribile vespaio di polemiche (quando va bene) e minacce alla produzione. Vi riassumo di seguito un ipotetico botta e risposta delle 3 critiche più frequenti in cui mi sono imbattuto e cosa avrei replicato:

1. Non sono [sessista/razzista], ma basta remake!

Però se questa cosa l’hai scritta per la notizia del remake di Ghostbuster e non quando è uscito il Total Recall con Colin Farrell, io qualche domanda sulla tua buona fede me la faccio. Se a entrambi hai riservato lo stesso trattamento, allora possiamo parlarne (ma si aprirebbe una questione decisamente off-topic che non ci preme affrontare in Questa Sede).

2. Tanto lo fanno solo per fare pubblicità al film

Considerato che il mecenatismo non è più il propulsore principale dell’industria culturale da una buona manciata di secoli, direi che la critica non ha ragion d’essere. Semmai c’è da rallegrarsi che per portare la gente in sala si spinga oggi su un trend progressista e non più sul – se parliamo di razza – “noi e loro”, con l’Americano reaganiano che da solo sconfigge i nemici dell’Americanità e il loro buffissimo accento in quanto non americanofoni (essendo born in the Eighties, questo è quello che mi sono sciroppato principalmente fino alla tardo-adolescenza quando volevo vedere un po’ d’azione).

3. Ma perché non create dei nuovi personaggi, invece di usare quelli vecchi?

Ecco, su questo punto forse la riflessione si complica. Credo che, come in tutti i progetti, dipenda dal COME e dal PERCHÉ lo si fa.
C’è innanzitutto un fattore storico: se pensiamo ai cinecomics, gran parte dei personaggi che negli ultimi anni vediamo portati sullo schermo sono stati creati in epoche decisamente meno liberal di quella attuale. Emblematico è il tweet di uno degli autori di lungo corso de L’Uomo Ragno, che ha risposto ai detrattori della MJ Watson di Zendaya così:

Spiderman è stato creato due anni prima dell’abrogazione delle “fontanelle per i neri”. I tempi cambiano. È un bene se i supereroi cambiano con loro.

Sommario e convincente, direi.

Qualche aggiornamento lo si può fare, su
Qualche aggiornamento non guasta, suvvia

Poi c’è la questione dello “spirito dei personaggi”. Anche qui, rimanendo sull’esempio di Mary Jane, c’è la bella risposta di James Gunn: in sintesi, per il regista de I Guardiani della Galassia il tratto distintivo della più celebre ragazza di Spiderman sta nell’essere un’allegra femmina alfa, non nell’essere di razza caucasica. Se si è tutti convinti di qual è il vero elemento peculiare del personaggio, non c’è polemica che tenga. E, se vogliamo dirla tutta, da fan di vecchissima data avrei preferito di gran lunga un Peter Parker chessò omosessuale e asiatico che mantenesse la sua attitudine nerd e il proprio innato senso di responsabilità alla versione Twilight-emo interpretata da Andrew Garfield nei due The Amazing Spiderman.

Credo che l’enorme potenzialità del gender/race/whatever swapping applicato a personaggi già radicati nell’immaginario collettivo possa essere un’operazione virtuosa:

  • se riesce a far capire in modo non pedagogico ma assolutamente naturale che le preferenze sessuali o il colore della pelle non determinano il ruolo che una persona può ricorprire nel mondo: Sulu rimane il timoniere dell’Enterprise anche se scopri che ha una famiglia arcobaleno, Singh è sempre il capitano della Polizia di Central City, sia che abbia un compagno o che abbia una moglie.
  • se la connotazione è giustificata dal fatto che arricchisce ed attualizza il personaggio. Non ho ancora visto il già citato nuovo Ghostbusters (anche se l’originale dell’84 lo rivedrei tuttora sei volte al giorno incluse ore pasti), ma mi trovo pienamente d’accordo con quanto scrive Jackie Lang su I 400 Calci:

    Ghostbusters non era un film di uomini che fanno cose, ma uno di nerd che si mettono in spalla uno zaino protonico, non incrociano mai i flussi (tranne quando vale la pena rischiare) e combattono gli ectoplasmi […] e oggi gli emarginati non sono più i nerd come nel 1984, oggi (come ieri) le donne lo sono. Quindi ha tutto abbastanza senso.

    See Also

  • se lo “swap” diventa strumento addirittura satirico per denunciare con maggiore veemenza gli stereotipi di genere: gira in Rete una interessante serie, Swapped, in cui vengono rigirati i momenti più culminanti di film famosissimi slittando per l’appunto il genere. Il risultato di un’operazione parodistica di questo tipo può essere illuminante nel capire come funzionano le nostre percezioni dei ruoli al cinema.

Tutte queste considerazioni non tolgono il fatto che ci sia comunque legittimità in questa terza critica: ho citato gli esempi virtuosi, ma quelli negativi palesano una considerevole pavidità degli autori. In casi come il Thor al femminile o la nuova Iron Man afroamericana così cool sorge infatti il sospetto che il limitarsi a proporre delle declinazioni degli archetipi originali (che nemmeno li sostituiscono, ma li affiancano) denoti il timore che un personaggio inclusivo nuovo di zecca non potrebbe mai diventare iconico come i modelli caucasici cisgender eterosessuali che l’hanno preceduto. Personalmente penso che anche su questo punto i tempi cambieranno e che, ancora una volta, dipende sempre dal COME e dal PERCHÉ si operano scelte creative del genere. La coerenza col messaggio è la stessa ragione per cui un personaggio simbolo delle lotte per l’emancipazione dei neri come Luke Cage non potrebbe mai essere bianco (ma magari omosessuale sì, perché no), né Wonder Woman un uomo (ma magari donna trans sì, perché no). E sono pressoché certo che la celeberrima grammatica delle fiabe di Propp, che ancora oggi fa da trave al 90% della narrazione di intrattenimento, funzionerebbe come un meccanismo perfettamente oliato anche se fosse la principessa a salvare il principe (Shrek insegna).

La faccia di Propp quando gli hanno detto che l’ho citato

Del resto, i personaggi de L’Odissea venivano arricchiti di attributi ad ogni racconto orale. Le commedie di Plauto non erano altro che un aggiornamento latino di fortunate rappresentazioni greche. E che nessuno neghi la piacevolezza che dà vedere un buon adattamento di Shakespeare attualizzato ai giorni nostri.
Non sapete la noia che ci sarebbe a rifare sempre tutto allo stesso modo.

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