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Tre sfide al patriarcato nella Giornata Internazionale della Donna
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Tre sfide al patriarcato nella Giornata Internazionale della Donna

Rossella Mormile

Arriverà un tempo in cui la Giornata Internazionale della Donna potrà essere davvero solo una festa per riversarsi nelle strade (senza l’ansia di beccarsi un virus, si spera) con una mimosa fra i capelli, bigliettini di auguri, una birra in mano e la voglia di urlare al mondo: finalmente ce l’abbiamo fatta, la parità di genere è qualcosa di reale, una donna può camminare da sola per strada di notte senza paura, nel mondo le donne non sono meno pagate degli uomini, non serve più la parola femminicidio. Arriverà il giorno in cui non ci sarà più bisogno di manifestare per ottenere diritti fondamentali. Purtroppo, non è questo il giorno.

Prima del Covid-19, il World Economic Forum aveva previsto che ci sarebbero voluti altri 257 anni per raggiungere la parità ed eliminare il gender economic gap, cioè il divario economico tra uomini e donne. A causa dell’impatto disastroso che la pandemia ha avuto sulla vita delle donne, questo tempo si è dilatato in modo smisurato. Perciò, lasciamo perdere le mimose e gli auguri (magari teniamo la birra, giusto una) e concentriamoci invece su quello che possiamo fare concretamente per accorciare i tre secoli che ci separano da una società più giusta e inclusiva.

La piattaforma internationalwomensday.com, nata nel 2001 per rimarcare l’importanza politica e sociale della Giornata Internazionale della Donna, ogni anno sceglie un tema per l’8 marzo; quest’anno il tema scelto è #ChooseToChallenge, che significa “scegliere di sfidare”.  In una società in cui cresciamo a pane e discriminazioni, ciò che possiamo fare nel nostro quotidiano è sfidare quelle discriminazioni, metterle in discussione, con lo scopo di decostruire i meccanismi tossici che impediscono a tutti gli esseri umani di avere le stesse opportunità e raggiungere gli stessi risultati. Sul sito di internationalwomensday.com c’è la possibilità di mandare una propria foto con la mano alzata, in segno di adesione alla campagna contro le disuguaglianze e gli stereotipi di genere.

Seguendo il tema scelto, Bossy “alza la sua mano virtuale” e propone tre sfide da lanciare al patriarcato. Sfide che ognunə di noi può sostenere nel suo piccolo, non solo l’8 marzo ma ogni giorno dell’anno:

  1. Fermare la “shecession” nel mondo del lavoro

Il 2020 ci ha dimostrato quanto le conquiste ottenute dalle donne dal 1911 (primo anno in cui fu celebrata la Giornata Internazionale della Donna) siano fragili e costantemente minacciate. I soggetti più colpiti dalla pandemia, dal punto di vista economico e sociale, sono state le donne. Secondo una ricerca del Bureau of Labor Statistics, negli Stati Uniti le donne costituiscono il 55% dei 20,5 milioni di posti di lavoro persi durante il lockdown.  Nel dettaglio, il tasso di disoccupazione delle donne nere ammonta al 16, 4 %, quello delle donne latino-americane al 20.2 %. Il trend si conferma anche in Italia, dove la disoccupazione femminile ha raggiunto cifre pericolosamente alte. Secondo l’ISTAT, delle 444 mila persone che nel nostro Paese durante il 2020 hanno perso il lavoro, 312 mila sono donne. Nicole Mason, presidente e capa esecutiva dell’Institute for Women’s Policy Research ha coniato il termine “shecession”, proprio per indicare che la recessione economica provocata dalla crisi pandemica ha danneggiato principalmente le donne.

La causa principale di questo fenomeno risiede nel fatto che le donne sono in maggioranza impiegate nei settori più colpiti dalla pandemia, come la ristorazione, il lavoro di cura e il turismo. Altro fattore da tenere in considerazione è che molte donne, per tentare la conciliazione di sfera professionale e famigliare, sono costrette a scegliere lavori part-time, più a rischio e meno stabili di lavori a tempo pieno. Bisogna poi riflettere sul fatto che i lavori nei settori sopracitati, soprattutto quello della cura, sono spesso sottopagati, ciò significa che anche prima del Covid le donne erano in una situazione di svantaggio economico rispetto agli uomini. Infine, durante la pandemia la didattica a distanza ha imposto alle madri un carico di lavoro domestico e di cura maggiore rispetto a quello a cui erano abituate. In altre parole, se uno tra i due genitori deve rinunciare alla carriera per dedicarsi aə figlə, nella maggior parte dei casi la scelta ricade sulla madre. Questa situazione ci fa capire quanto il lavoro delle donne sia considerato accessorio e, pertanto, inessenziale.

Il problema principale alla base del disastro economico appena delineato è che ci sono due pregiudizi da smantellare:
1. Le donne devono occuparsi della casa, di anzianə e figliə
2. Esistono lavori “da donne” e lavori “da uomini”; e, guarda caso, quelli considerati maschili sono di gran lunga più remunerativi

Un modo per frenare la “shecession” è ripetere fino allo sfinimento che no, il lavoro domestico non è appannaggio del genere femminile. Questo vuol dire che i compiti di cura di bambinə e anzianə, insieme alla gestione del lavoro domestico, devono essere equamente ripartiti all’interno della coppia. Inoltre, dobbiamo fare pace con il fatto che il lavoro di cura deve essere valutato nel modo giusto e non considerato un lavoro di serie B, pagato male o peggio ancora non pagato affatto.

Altro pregiudizio da decostruire è la convinzione che ci siano lavori “da uomini” e lavori “da donne”. Se le donne scarseggiano nei settori STEM è perché, ancora nel 2021, sussiste l’idea socialmente condivisa che le donne non siano adatte a certi lavori, perché non sono in grado di svolgerli. È ora di accettare che questo è un retaggio culturale patriarcale e non corrisponde alla realtà.

  1. Riconoscere che la minoranza delle donne in politica non dipende dal merito

Il numero 8 ci rimanda a una questione di cui si è molto discusso nelle settimane scorse: 8 infatti è il numero di Ministeri affidati alle donne nel governo Draghi. Otto donne su ventitré Ministeri; e di queste, solo 4 hanno Ministeri con il portafoglio. Anche nella politica, così come nel mercato del lavoro, le donne sono depotenziate, trattate come una parte inessenziale della società.

L’Italia non è l’unico Stato in cui le donne sono sottorappresentate e non riescono facilmente a raggiungere posizioni apicali. Nel Parlamento europeo, le donne costituiscono il 36%. Nel mondo, su 200 Paesi solo 20 sono guidati da donne.

Quando si parla di quote rosa e quindi di aumentare la presenza di donne al Governo, c’è sempre chi sostiene che non sia giusto favorire le donne in politica, poiché in questo modo non si tiene conto del merito. A voi che portate avanti questa tesi svelo un segreto che ha ben poco di strabiliante: la meritocrazia non c’entra niente. In primis, il merito sembra spesso irrilevante quando si tratta di scegliere uomini a cui affidare posizioni di potere; in secondo luogo, siamo proprio sicurə che in Italia, in 73 anni di Repubblica, nessuna donna sia mai stata più meritevole di uomo di diventare Premier? O forse il motivo per cui non abbiamo mai avuto una Presidente del Consiglio donna risiede nel fatto che a nessuna donna è stata davvero data la possibilità di ricoprire questa carica? Ma soprattutto: in un mondo in cui ci sono tre miliardi e mezzo di donne, possibile che pochissime di loro siano meritevoli di governare un Paese?

La verità è che non si tratta di merito, ma di privilegio. Il potere politico è un privilegio che per secoli è appartenuto a uomini, i quali hanno, con questo potere, scolpito una società e una legislatura fatte dagli uomini per gli uomini. Le quote rosa e altre iniziative simili sono un modo per forzare un sistema che ha storicamente escluso le donne e altre categorie marginalizzate dal privilegio di esercitare il potere decisionale.

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La seconda sfida è dunque smontare questa fallace argomentazione: il problema per cui le donne faticano a ricoprire posizioni apicali è che le nostre coscienze sono imbevute dell’idea che il potere sia destinato agli uomini. È un bias cognitivo fortissimo che non abbiamo ancora superato. È arrivato il momento di lavorarci!

  1. Cambiare il modo in cui parliamo delle donne

La terza sfida che lanciamo al patriarcato consiste nel decostruire il linguaggio che continua a sostentare e legittimare il patriarcato. Il potere delle parole è spesso sottovalutato e il problema del linguaggio sessista è minimizzato e considerato una questione di poco conto. In realtà, lingua e società sono legate da un rapporto di mutua dipendenza, dove ogni elemento allo stesso tempo influenza ed è influenzato dall’altro. Il modo in cui parliamo delle donne indica cosa pensiamo di loro, come le percepiamo e consideriamo. Quello che vi invitiamo a fare è di stare attentə a tutte quelle espressioni che esprimono misoginia e sessismo interiorizzati, a dare la giusta importanza al modo in cui comunichiamo, alla narrazione che adottiamo quando parliamo delle donne.

Un punto di inizio potrebbe essere, per esempio, quello di eliminare dal nostro vocabolario tutti quegli insulti (come “tro*a” o “pu**ana”) per i quali non esiste un corrispettivo maschile. Altra dritta per capire se ci troviamo di fronte a una frase sessista è chiederci: “direi la stessa cosa a/di un uomo?” Le frasi che riproducono stereotipi di genere, come “torna in cucina” oppure “piangi come una femminuccia”, ogni volta che sono dette o scritte rendono più difficile il percorso (già pieno di ostacoli) verso l’uguaglianza di genere.

Queste sono solo tre delle innumerevoli sfide in cui le persone femministe sono costantemente coinvolte. Ognuna è importante e ognuna, se vinta, ci avvicina all’obiettivo. E soprattutto, ognunə può partecipare a queste sfide, farle proprie per contribuire a creare una società in cui le donne non debbano più lottare per essere riconosciute come esseri umani.

E tu? Scegli di sfidare?

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di:  Marcel StraußEtty Fidele su UnsplashCamera dei deputatiThe Gender Spectrum CollectionFfeeddee@Internationalwomensday .

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