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Una storia di adozione internazionale, la mia
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Una storia di adozione internazionale, la mia

Giulia Nadezhda Cattani

Era una giornata calda in Lombardia, il 10 maggio 1999.

A quell’epoca ero una frugoletta di quasi sette mesi, già bella curiosa e difficile da tenere ferma. Devo ammettere che le cose non sono cambiate molto: ciò che si è modificato è che ho dei vestiti della mia taglia, ho un nome italiano (Giulia) e ho una famiglia.

Mi spiego meglio. Il 10 maggio 1999 mi trovavo in Russia, precisamente in uno degli orfanotrofi di Perm’ (città grande dieci volte Milano, ai piedi dei Monti Urali), non avevo un cognome, ero solo Nadezhda e indossavo una tutina rossa, troppo stretta per me, che mi costringeva a pochi movimenti ingessati. Quello stesso giorno, in Italia, i miei genitori stavano preparando le valigie, perché il 15 maggio 1999 avrebbero preso il primo dei due aerei per venire a prendermi. Sì, sono stata adottata. E così il 22 maggio 1999 stavo atterrando a Milano per la prima volta, come cittadina italiana.

Oggi, 10 maggio, si ricorda il giorno in cui l’Aja firmò nel 1993 la Convenzione sulle adozioni internazionali. Essa prevede la cooperazione tra gli Stati per le adozioni internazionali e la tutela delle persone minorenni orfane, come lo sono stata io. Ma non è un giorno di festa, è un giorno di riflessione.

Sapete, nella mia vita ho sentito stereotipi sull’adozione di ogni genere, dalle domande più gravi come “Quanto ti hanno pagata?” a quelle più ingenue “Non vorresti ritrovare la tua vera madre?” o “Ma quindi sei russa?”. Prima di iniziare a rispondere, vorrei fare una premessa: io parlo dal mio punto di vista di persona privilegiata (bianca e temporaneamente abile), dunque molte altre frasi razziste e abiliste non mi sono mai state rivolte.

Adesso, per chiarire la prima domanda: io non sono stata né scelta, né tantomeno comprata. Lo so, da leggere è una frase molto forte: magari le persone che me lo hanno chiesto non l’hanno mai vista scritta… Ma tornando a noi: anche se alcune pubblicità vorrebbero far credere così, i genitori adottivi non scelgono la persona che diverrà loro figliə, come se si trattasse di prodotti al supermercato. L’iter di adozione è infatti lungo e talvolta stressante, fatto di attese, costellato di valutazioni psicologiche e colloqui con assistentə sociali volti allo scopo di certificare l’idoneità alla patria potestà. Così funziona in Europa quantomeno, per gli Stati Uniti e altri Paesi vale tutt’altro discorso.

Per rispondere alla seconda domanda, invece, bisogna collegarsi a un’altra frase, ovvero  “buon sangue non mente”; come se i valori, le capacità, le qualità e il carattere si tramandassero per eredità biologica. La sociologia ha smentito da tempo questa credenza: i valori e i comportamenti, difatti, vengono appresi dall’ambiente in cui si vive e si cresce. Chiaro è che non esiste la famiglia del Mulino Bianco, neanche fra quelle adottive. Vi assicuro di aver ricevuto lo stesso amore e di aver avuto le medesime litigate della maggior parte delle persone non-adottate. La differenza è che non ho gli stessi geni dei miei genitori, tutto qui!

Tuttavia, la risposta è sì: vorrei ri-incontrare mia madre biologica. Mi piacerebbe un giorno vedere da chi ho preso i miei capelli rossi, i miei occhi azzurri, il mio naso all’insù, vorrei abbracciarla e poi vorrei ringraziarla. Ringraziarla di aver scelto di darmi la possibilità di avere una vita più agiata di quella che avrebbe mai potuto darmi lei – o perlomeno così scrisse nella lettera che lasciò. Non so molto altro di lei ma le voglio bene, non la odio (non più).

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Per la mia identità nazionale la questione è complessa, ma sta di fatto che sulla carta d’identità c’è scritto “cittadinanza italiana”, “nata a Perm’ (Federazione Russa)” e non ho la minima idea se io sia russa, italiana, entrambe le cose o nessuna delle due. E voglio essere sincera con voi che state leggendo: fa male, come ogni cosa che non conosco (e forse mai saprò) del mio passato. Con l’adozione unə bambinə non ha automaticamente una vita tutta rose e fiori come molte persone pensano: nessunə mi ha salvata. Hanno migliorato le mie prospettive di vita, questo sì.

Quindi, in conclusione, il punto che vorrei evidenziare è che l’adozione è semplicemente una pratica per avere unə figliə: si tratta di una scelta, non un gesto eroico o nobile. Proprio come è una scelta quella statisticamente più comune (la gravidanza), come è una scelta decidere se diventare genitore o meno, è una scelta anche il modo in cui diventarlə.

E voi, fra tutte quelle possibili, quale scelta fareste?

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: Daiga EllabyBrooke CagleGabe Pierce su Unsplash, di D V S e di NDABCREATIVITY.
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