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Unbelievable ci insegna a credere a chi non è credibile

Premessa: Lo show tratta di violenza sessuale e la lettura di questa recensione, così come la visione della serie stessa, potrebbe non essere adatta a persone con vissuti personali simili a quelli raccontati.

La miniserie statunitense Unbelievable, uscita su Netflix il 13 settembre scorso, è una visione potentissima, che scuote e mostra come il coraggio e la giustizia possano trionfare e cambiare vite. Unbelievable racconta una storia vera, una serie di stupri commessi tra il 2008 e il 2011 negli Stati Uniti, negli stati di Washington e Colorado. Questi vengono tutti compiuti con uno stesso modus operandi, sulla stessa categoria di vittime e ogni volta il responsabile presenta alla polizia lo stesso scenario incontaminato: nessuna traccia di DNA, nessun indizio, nessuna pista da seguire. Soltanto tanti dubbi e domande.

La storia, rimasta molto fedele ai fatti realmente accaduti, è narrata da due punti di vista differenti: quello di Marie Adler, una delle vittime dello stupratore seriale, e quello delle due detective incaricate del caso.

Marie è una ragazzina con un passato difficile alle spalle, un panorama famigliare costellato di adozioni e famiglie affidatarie, trasferimenti, poche amicizie e molti tradimenti. La sua vita non migliora di certo in seguito allo stupro che subisce da un uomo che irrompe in casa sua, trauma con cui si apre la miniserie. Al centro della prima puntata ci sono i dettagli della denuncia sporta da Marie: dagli esami in ospedale agli interrogatori. Si tocca con mano come i controlli medici svolti di routine in casi di violenza possano rappresentare a loro volta un ulteriore trauma o una colpevolizzazione per le vittime. Anche le indagini di polizia sono mostrate nel loro complesso, dall’onnipresente e schiacciante burocrazia a cui la ragazza, stremata ed emotivamente scossa, è costretta a sottoporsi, alla mancanza di empatia degli ufficiali nei suoi confronti. Fino al punto cruciale della sua vicenda personale: il non essere creduta. L’essere, per l’appunto, una testimone “non credibile”.

La scena si sposta poi sulle operazioni di polizia. Le detective Karen Duvall e Grace Rasmussen (interpretate dalle superbe Merritt Wever e Toni Collette) si incontrano per caso e, notando analogie importanti nei casi di stupro dei rispettivi distretti, iniziano a collaborare per cercare di risolvere un reato che le stimola e le motiva non solo sul piano professionale, ma anche su quello personale. Lo show ci permette di sbirciare nelle vite private delle detective, dare un’occhiata a cosa significa, per queste donne, dedicare anima e corpo al lavoro in polizia portando avanti allo stesso tempo una famiglia, crescere delle figlie chiedendosi se un giorno capiranno. Duvall e Rasmussen si ispirano l’una all’altra, incoraggiandosi a vicenda a ritrovare la forza quando il peso del loro lavoro le sovrasta, ma anche esortandosi a celebrare i loro successi. Nel loro piccolo rappresentano un meraviglioso esempio di sorellanza in un mondo dominato da ben altri valori.

Le detective svolgono il loro lavoro con passione e determinazione, dando la caccia al responsabile di una serie di violenze e cercando di fermarlo prima del prossimo passo. I dettagli fanno infatti pensare a uno psicopatico che continuerà a riprodurre le stesse dinamiche, danneggiando la salute fisica e mentale di altre donne e ragazze.

Un altro vanto della serie è mostrare la varietà di modi in cui una vittima di violenza può reagire: le vittime, purtroppo numerose, mettono in atto meccanismi difensivi del tutto diversi. La polizia si trova ad avere a che fare con una ragazza che, per gestire la situazione, memorizza e riporta ogni singolo dettaglio riguardo l’aggressione e, allo stesso tempo, un’altra che appare confusa nel ritrattare più volte la propria versione dei fatti, minando la propria credibilità. Unbelievable ha il merito di mostrare al pubblico che non esiste la vittima perfetta, quella scossa ‘al punto giusto’ ma comunque dotata della lucidità e ragionevolezza necessarie per rispondere alle domande degli investigatori: ogni vittima è diversa, gestisce il trauma a modo suo e reagisce come può. Ognuna di queste vittime merita di essere ascoltata, creduta e aiutata, indipendentemente da come il suo comportamento possa essere giudicato e percepito dalle forze dell’ordine.

Un altro insegnamento è quello riguardante l’empatia, valore fondante soprattutto nel momento in cui poliziotti e detective si ritrovano a dover interrogare, anche più volte, una vittima di stupro. Questo viene mostrato tramite la rappresentazione di diversi personaggi che svolgono il proprio lavoro in modo diverso. La rappresentazione di modalità differenti a confronto permette al pubblico di capire quale sia l’atteggiamento più attento e sensibile, così come le ripercussioni negative che la mancanza di empatia può avere. Nei primi interrogatori a cui è sottoposta Marie, infatti, le sue parole vengono distorte e lei stessa, in un momento di grande vulnerabilità, viene portata a testimoniare cose che non avrebbe voluto. Il comportamento pacato, empatico e professionale della detective Duvall, invece, nel porre domande a Amber, un’altra delle vittime, fa capire che non solo un altro modo di approcciarsi a persone che hanno appena subito un trauma è possibile, ma che porta anche a migliori risultati investigativi.

Aspetti come questo danno alla miniserie il potenziale per far sì che il pubblico (soprattutto quello maschile) si interroghi su questi fenomeni, riveda le proprie convinzioni e si faccia domanda anche su quanta gente là fuori non sappia come approcciarsi a una persona che ha subito violenze, anche se questo è proprio il loro lavoro.

Prima di concludere, bisogna sottolineare che Unbelievable non è una visione leggera. È una serie che parla di traumi, delle persone che li hanno subiti e di chi cerca di aiutarle. Per quanto questo show abbia il potenziale di sensibilizzare chi non si è mai chiesto come uno stupro possa influenzare la vita di una persona o chi non sappia molto di questi temi, mi sento di sconsigliare la visione a chi abbia esperienze di violenza sessuale. Sono presenti, nel corso di tutta la serie, immagini delle aggressioni accompagnate dai ricordi delle vittime, ed è facile immaginare come ci si possa immedesimare e rivivere un simile trauma.

Insomma, Unbelievable è una serie che va guardata con consapevolezza. Ma, più di ogni altra cosa, è una serie che vuole veicolare un messaggio per molte persone ovvio (mentre per altre niente affatto): lo stupro è una cosa seria. È un reato serio, che non va sottovalutato o messo in dubbio, anche se i meccanismi di potere in atto nella società patriarcale in cui viviamo lo permettono, mettendo innanzitutto in dubbio la credibilità di chi trova il coraggio di denunciare.

Le vicende di Marie Adler e di molte altre donne coraggiose vi aspettano su Netflix.

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