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Under His Eye: cosa sta accadendo al diritto all’aborto in America
Dark Light

Under His Eye: cosa sta accadendo al diritto all’aborto in America

Benedetta Geddo

Margaret Atwood, nel suo Il racconto dell’ancella (in originale The Handmaid’s Tale, uscito nel 1985 e trasformato in serie televisiva di immenso successo nel 2017), descrive la vita nello stato di Gilead, un pezzo di quelli che erano gli Stati Uniti. Gilead è una nazione autoritaria, dove la religione cristiana è legge e dove tutta la società è ridotta a ruoli stretti, precisi, gli individui schiacciati dalla paura opprimente dei servizi segreti che possono portare via chiunque in qualunque momento. In Gilead, le donne non hanno nessun diritto ma un solo dovere, ossia quello di compiere il loro “destino biologico” e partorire figli. Visto che l’intera nazione è contaminata dalle radiazioni delle guerre nucleari condotte ai suoi confini, concepire è difficile (mentre ancora più difficile è dare alla luce un bambino vivo e sano); così agli uomini di potere al vertice, i Comandanti, sono assegnate delle Ancelle. Seguendo il racconto biblico di Giacobbe, sua moglie Rachele e la schiava Bila, ritualmente i Comandanti stuprano le Ancelle sulle gambe delle loro Mogli: se l’Ancella rimane incinta e riesce a portare a termine la gravidanza, sarà come se la Moglie avesse partorito questo figlio per il Comandante. Le Ancelle non sono altro se non uteri con le gambe, il loro unico valore è la capacità di procreare, e Gilead si preoccupa di far loro un pesante e violento lavaggio del cervello affinché si dimentichino della loro vita precedente e siano contente nel loro ruolo di schiave, fattrici, sottomesse.

Il racconto dell’ancella è una distopia scritta più di trent’anni fa, eppure sembra aver colto perfettamente l’aria che si respira nel 2019 in certe parti del mondo.

 

La protagonista, Offred, che narra il libro in prima persona, a un certo punto dice:

“I avoid looking down at my body, not so much because it’s shameful or immodest but because I don’t want to see it. I don’t want to look at something that determines so completely.”

“Cerco di non guardare il mio corpo, non perché sia qualcosa di cui vergognarsi o di immodesto, ma perché non voglio vederlo. Non voglio guardare qualcosa che mi determina così completamente.”

L’esistenza delle Ancelle è legata irrimediabilmente al loro corpo, e sembra che la stessa sorte tocchi alle donne che abitano certi stati americani. Il paragone con Il racconto dell’ancella può sembrare eccessivo, di certo ci sono persone che hanno fatto sapere a gran voce sui social che chi protesta fuori dai tribunali e dagli edifici istituzionali americani con il lungo abito rosso delle Ancelle stia solo ingigantendo la situazione per aumentarne l’effetto drammatico. Eppure, a guardare le ultime leggi in materia di aborto che sono state passate in quella che dovrebbe essere la “Land of the Free“, un’eco di Gilead si sente forte e chiara.

Ma cos’è successo, esattamente? Facciamo un punto della situazione. La notizia che ha acceso la miccia del dibattito è stata quella dell’approvazione di nuove leggi in Alabama, la scorsa settimana: queste leggi rendono essenzialmente illegale l’aborto a qualsiasi stadio della gestazione anche quando la gravidanza è il risultato di uno stupro o di un incesto. L’unico caso in cui d’ora in poi sarà legale avere un aborto in Alabama sarà quello in cui portare avanti la gravidanza comporta un rischio molto grave per la salute della donna, una situazione che dovrà essere stabilita da un parere medico e professionale. Per il personale sanitario che contravvenga a queste nuove leggi e pratichi ugualmente un aborto, la pena prevista arriva fino a novantanove anni di carcere: molti di più di quelli che prenderebbe uno stupratore, e questo paragone dovrebbe già far capire la gravità della situazione.

L’aborto è legale su tutto il territorio statunitense, ma essendo gli USA uno stato federato, i singoli Stati hanno diritto e potere di legiferare per il proprio territorio.

 

L’Alabama è lo stato di cui si parla di più, ma purtroppo non è l’unico ad aver promulgato (o ad essere sul punto di farlo) leggi che restringono il diritto all’aborto talmente tanto da renderlo, de facto, impossibile. La Georgia ha approvato all’inizio del mese una legge che si basa sul “foetal heartbeat“, ossia sul battito fetale: per dirla in parole semplici, l’aborto diventa illegale nel momento in cui si registra un battito fetale, cosa che può avvenire al più presto attorno alle sei settimane, quando la maggior parte delle donne nemmeno sa di essere incinta. E non è finita qui. La nuova legge della Georgia riconosce a tutti i feti lo status legale di persona, e l’accento sull’aggettivo “legale” è fondamentale: perché se il feto è un individuo a tutti gli effetti davanti alla legge, allora qualsiasi atto che possa danneggiarlo ha lo stesso peso di un atto contro una persona adulta. Qualsiasi donna che cerchi di avere un aborto (magari andando fuori dai confini dello stato) o che subisca un aborto spontaneo potrebbe essere perseguita penalmente per omicidio volontario o colposo— crimini che comportano l’ergastolo nel primo caso e la reclusione da dieci a trent’anni nel secondo.

È ovvio che dichiarare un feto ‘persona legale’ apra tutta una serie di problemi e ragionamenti che non piacerebbero affatto ai repubblicani: se una madre è incinta in prigione cosa si fa per il feto, che è a tutti gli effetti un individuo detenuto illegalmente? Se una donna immigrata è incinta, allora non può essere deportata perché sta portando a termine un cittadino statunitense?

 

Leggi simili sono già state fatte passare (e saranno effettive a breve) in Indiana e Mississippi; mentre stanno venendo approvate anche in Kentucky, Louisiana, Missouri e Ohio. Ogni tanto persino con aggiunte ancora più gravi: nella proposta di legge dell’Ohio, per esempio, si legge che in caso di gravidanza ectopica (in cui l’embrione si impianta fuori dall’utero e porta la donna alla morte nel 100% dei casi se non si ricorre quanto prima all’aborto) si prevede un trattamento che “rimuoverebbe quell’embrione dalla tuba di Falloppio e lo reinserirebbe nell’utero così che non possa essere definito come aborto”. Peccato che già molti dottori e chirurghi siano insorti per dire che questa è una procedura che non esiste, che è medicalmente impossibile. In caso di gravidanza ectopica, quindi, una donna dell’Ohio dovrebbe aspettare che l’embrione impiantato fuori dall’utero sia sul punto di ucciderla per poter poi avere un aborto legale, dal momento che (allora sì) rientrerebbe nella categoria dell’aborto medico effettuato per scongiurare un grave rischio alla salute della donna. Si parlava di Gilead, no?

Ovviamente, diversi gruppi pro-choice e per la difesa dei diritti umani che hanno guidato la protesta prima che la proposta di legge venisse firmata hanno comunicato che si attiveranno il prima possibile per contestarla in sede legale: la ACLU (ossia la American Civil Liberties Union, una delle organizzazioni di diritti umani più grandi della nazione) ha annunciato che porterà la legge dell’Alabama in tribunale per contestarla e ottenerne l’abolizione. Il problema è che discutere davanti a un giudice è proprio quello che vogliono gli anti-abortisti che scrivono e approvano queste leggi: vogliono che la legge venga contestata perché vogliono arrivare davanti alla più alta sede giudiziaria statunitense, ossia la Corte Suprema. Perché se la Corte Suprema dovesse dichiarare legali questi nuovi provvedimenti, ne risulterebbe un automatico ribaltamento di “Roe vs. Wade”: l’obbiettivo ultimo di ogni anti-abortista d’America.

Cos’è Roe v Wade? È la storica sentenza emessa dalla Corte Suprema nel caso Roe contro Wade (Roe versus Wade, appunto) nel 1973 ed è il fondamento del diritto all’aborto legale su tutto il territorio statunitense. In Italia, una nazione che prende il suo sistema giuridico dal vecchio diritto romano ed è quindi basata sui codici e atti normativi, per rendere l’aborto legale si è votata una legge (la 194 del 1978), mentre negli USA, che sono una nazione con un sistema di common law come la maggior parte dei paesi anglofoni, non ci sono codici e ci si basa sui precedenti giuridici: Roe v Wade è quindi l’equivalente americano della nostra 194, ed è il precedente giuridico su cui si appoggia tutto il diritto all’aborto legale. Se dovesse venir rovesciata da una sentenza opposta, allora l’aborto smetterebbe di essere legale su tutto il territorio statunitense e ritornerebbe a discrezione di ciascuno degli Stati dell’unione, com’era prima del 1973.

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Le notizie non sono tutte negative: diversi stati si stanno invece muovendo per rafforzare le protezioni al diritto all’aborto, come per esempio New York, Rhode Island, Nevada, New Mexico e Vermont.

 

La Corte Suprema degli Stati Uniti è composta da nove giudici di nomina presidenziale, che di solito tendono politicamente verso uno dei due grandi partiti americani: Donald Trump ha nominato a ottobre scorso il giudice Brett Kavanaugh, per riempire il posto lasciato dal giudice Anthony Kennedy. Ciò ha fatto pendere la bilancia dal lato repubblicano, rendendo la Corte Suprema a maggioranza “rossa”. Le condizioni per un superamento di “Roe vs. Wade”, quindi, non sono mai state più ottimali per gli anti-abortisti: se uno dei processi contro le nuove leggi di Alabama, Georgia, Indiana o uno qualsiasi degli altri stati dove ora l’aborto è illegale dovesse arrivare davanti alla Corte Suprema, c’è un rischio concreto che i giudici decidano di rovesciare la loro stessa sentenza del 1973.

Il tema dell’aborto in America è una questione spinosa della quale dovremmo interessarci perché, volenti o nolenti, l’America è il centro della società occidentale e qualsiasi decisione venga presa al suo interno si riverbera nel resto del mondo. Va anche sottolineato, però, come negli Stati Uniti il razzismo sistematico e le dinamiche tra i diversi gruppi etnici impregni ogni aspetto della società, in modi che forse noi non riusciamo a comprendere (non perché l’Europa non sia razzista, sia chiaro, ma perché gli equilibri etnici funzionano in modo diverso da questa parte dell’Oceano): quest’ondata di leggi anti-abortiste non è solo dettata dai valori e dalla morale religiosa, come si sarebbe portati a credere, ma da un tentativo di mantenere il potere nelle mani di chi lo ha già. La criminalizzazione dell’aborto colpisce più duramente le comunità povere e le minoranze etniche, che già sono quelle ad essere incarcerate più spesso e sulle spalle delle quali mangia la potentissima lobby delle prigioni. È un circolo vizioso pensato per mantenere in cima le persone che già ci sono (e che di solito sono uomini bianchi, etero e cisgender), una questione di religione mista a potere.

Tra tutte queste dinamiche di potere, la complicità delle donne bianche non va sottovalutata: per esempio, la senatrice della Georgia Georgia Renee Unterman è stata una grande sostenitrice della nuova legge. E non bisogna dimenticare che una stragrande maggioranza di donne bianche ha votato Donald Trump.

 

Il destino della posizione sull’aborto in America al momento è ancora incerto: le leggi anti-aborto sono appena state passate e l’inizio di eventuali processi non sarà immediato. Quello che però sembra abbastanza sicuro a diversi osservatori e commentatori americani è che gli USA post Roe vs. Wade non assomiglierebbero affatto agli USA prima degli anni Settanta: gli aborti all’epoca erano fatti in gran segreto e pericolosi da un punto di vista medico, ma non comportavano nessun rischio d’incarcerazione per la donna. Ed è proprio questa volontà di criminalizzazione delle donne ad essere forse l’aspetto più preoccupante di queste nuovi leggi. Probabilmente, come tutti i grandi scrittori di distopie, Margaret Atwood ci aveva visto lungo e ci aveva visto giusto. E allora noi dobbiamo fare l’opposto di quello che la scrittrice fa dire ad Offred, la sua protagonista: “In una vasca che si scalda poco a poco, finiremmo bolliti vivi senza accorgercene”. Accorgiamocene, invece, informiamoci e protestiamo e resistiamo. Per “non lasciare che i bastardi ci calpestino“.

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