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Vengo anch’io? No, tu no! (Sesso e disabilità)
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Vengo anch’io? No, tu no! (Sesso e disabilità)

Redazione
Articolo di Viola Belli

Il sesso crea sempre un gran disagio, specialmente se è reale. E per “reale” intendo situazioni reali tra persone reali.

Per adesso siamo riusciti a sdoganare solo il tabù inutile del sesso fasullo da film: due persone, possibilmente eterosessuali – ma accettiamo anche due lesbiche, sempre se canonicamente femminili – fastidiosamente belle e dal fisico scolpito, pulite, giovani, profumate, sudate ma con i capelli ordinati, che eseguono una serie di movimenti che potrebbero essere ripresi da Lo schiaccianoci. Questo è ciò che viene tollerato.

Per fortuna la realtà è ben diversa: tutti i tipi di persone di tutte le età fanno sesso, spesso in modo scoordinato e confusionario, e qualcuno direbbe che sarebbe meglio se lasciasse spettinati ma dipende dai gusti.

Il sesso comprende tutte queste meravigliose imperfezioni proprio perché è naturale, perché nasce da un’esigenza fisiologica come mangiare o dormire, e non è necessario che ci sia un coinvolgimento di altro tipo.

Certo, chi ha la fortuna di avere rapporti con una persona con cui ha creato un legame affettivo ed emotivo sicuramente potrà raccontarci quanto questo sia meraviglioso e appagante, ma se non fosse così per tutti?

È da molto tempo ormai che si ipotizza la formazione di una figura come quella dell’assistente sessuale in appoggio alla disabilità. Dal 2014, in Parlamento, il Disegno di Legge per la regolamentazione di questo servizio brama la sua giusta considerazione.

Per Repubblica, Max Ulivieri ha dichiarato: «Lo scopo è permettere ai disabili di riscoprire il proprio corpo come fonte di piacere e non solo di sofferenza e disagi quotidiani, attraverso il contatto, l’accarezzamento, il massaggio, l’abbraccio, l’accompagnamento alla masturbazione o anche semplicemente con la presenza, l’affetto e l’umanità».

Queste parole mi risuonano nella testa da quando le ho lette.

Quando si parla di sesso si vanno sempre a smuovere acque profonde perché non si educa all’argomento abbastanza efficacemente, o per nulla. Tutti si sentono in diritto di giudicare la sessualità dell’altro, soprattutto perché comprenderla e accettarla necessita l’abbattimento di ogni nostro tabù nei suoi riguardi. Ed era ovvio, in un Paese come il nostro, che un’iniziativa come quella di LoveGiver trovasse delle resistenze così forti.

Sull’assistente sessuale ne sono state dette di cotte e di crude, e quindi ho deciso di andare direttamente alla fonte ed ho partecipato alla conferenza Io amo organizzata a Modena dalla cooperativa inTandem. Ne sono stati i relatori Priscilla Berardi, medico e psicoterapeuta, formatrice e supervisora in conferenze e corsi su disabilità, sessualità, gestione dei limiti; Davide Carnevali, psicologo-psicoterapeuta, docente IESCUM in Analisi Comportamentale Applicata; il già citato Max Ulivieri, project manager per svariati progetti riguardanti la disabilità, attivo nel campo del turismo accessibile, autore del libro LoveGiver e responsabile del progetto omonimo; Pier ed Emilia Sghedoni, genitori di un ragazzo affetto da sindrome di Down che appoggiano nel suo desiderio di sposarsi.

Dal 2007 l’interesse crescente verso questo argomento è stato frenato dai pregiudizi che continuano a permanere, perché la disabilità viene vista solamente come una vita di sacrificio. Il disabile viene sempre visto come un eterno bambino, negandogli così un’età adulta e la capacità di provare desideri e pensieri da adulto.

Questa visione stereotipata sembra essere condivisa dalla società, soprattutto perché manca alla base un programma che invogli l’integrazione tra persone affette da disabilità e non. Si insegna che bisogna “evitare di fissare”, “ignorare” queste persone, secondo la logica che uno sguardo appena più prolungato possa essere un’indiscrezione eccessiva e imbarazzante. Quel che non si valuta è quanto questo comportamento alimenti, tuttavia, una distanza che è e resterà difficile da colmare fin tanto che queste convenzioni sopravvivranno. Una distanza che porta a pensare, oltre ad altre cose, anche che un disabile non possa avere desideri sessuali “perché non può concepirne il pensiero”, oppure “perché ha altri problemi più seri cui pensare” e “non ne ha bisogno”.

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A tal proposito, Max Ulivieri ha affermato di aver raccolto 2.137 richieste da parte di genitori e associazioni affinché venga avviato il corso di formazione per la figura dell’assistente sessuale, quindi evidentemente l’esigenza c’è e non conta casi isolati.

L’assistente sessuale è una figura che esiste già negli Stati Uniti. In Danimarca le prime linee guida per l’istituzione della figura sono apparse nel 1986. Tra tutte, risalta l’obbligo per l’aspirante di seguire una formazione specifica in tal senso, poiché non si tratta esclusivamente di soddisfare un bisogno fisiologico e di insegnare ad una persona come funziona il proprio corpo, ma soprattutto di educare all’affettività.

Essere educati alla sessualità e all’affettività significa imparare a saper distinguere l’amicizia dal “qualcosa di più”, imparare a vivere un rapporto di coppia sano, diventare consapevoli della propria identità di genere e del proprio orientamento sessuale. E, dato da non sottovalutare, significa anche imparare quali sono i segnali di pericolo. Come sottolineato dalla dottoressa Priscilla Berardi, un ragazzo o una ragazza autistici hanno una probabilità più che doppia rispetto agli altri di subire abusi, mentre chi soffre di una disabilità in generale corre un rischio quattro volte superiore rispetto agli altri.

Se si considera che la disabilità non è solo fisica, ma anche cognitiva, si può ben immaginare quanto sia difficoltoso l’affrontare questi temi, ed è da questo presupposto che si avverte l’esigenza di una figura professionale che sia in grado di farlo al meglio.

La sessualità è un aspetto della specie umana, abile o disabile che sia. Il sesso deve essere un diritto. Di tutti e per tutti. E, come ha affermato il professor Davide Carnevali, «Il sesso è piacere e il piacere non richiede l’intelletto».

Se non affrontiamo i nostri tabù, difficilmente riusciremo a comprendere i vari aspetti della sessualità e altrettanto difficilmente riusciremo ad ammettere che avere un assistente sessuale vicino a casa farebbe comodo un po’ a tutti.

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