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“Verremo a prenderti”. Un gruppo nazionalista e misogino minaccia sistematicamente le attiviste russe
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“Verremo a prenderti”. Un gruppo nazionalista e misogino minaccia sistematicamente le attiviste russe

Redazione

“Il 13 febbraio, Vladislav Pozdnjakov ha reso pubblici il mio indirizzo di casa e il mio profilo personale Vkontakte. Poi mi ha intimato di non partecipare alla manifestazione prevista per il giorno seguente, dicendo che era ‘solo un avvertimento’. I suoi seguaci hanno iniziato riempirmi di offese e ad augurarmi la morte”. Queste le parole di Ksenija, membro dell’organizzazione “SocFem Alternativa” (Alternativa sociofemminista). Assieme a molte altre attiviste, Ksenija è stata oggetto di intimidazioni da parte di “Mužskoe Gosudarsvo” (“Stato maschile”, NdT), un movimento di estrema destra che incita al nazionalismo e alla misoginia.

Ad aver ricevuto più messaggi minatori (circa 600) è stata l’artista Darja Serenko.

Vladislav Pozdnjakov, leader di “Mužskoe Gosudarsvo”, ha diffuso sul suo canale Telegram i suoi dati personali, compreso l’indirizzo dei suoi genitori.

In un tweet del 14 febbraio, Darja spiega come i seguaci di Pozdnjakov siano passati dalle parole ai fatti. “Non si sono limitati a diffondere i miei dati personali, ma hanno iniziato a pedinarmi, persino la mattina presto. Si tratta di gravi violazioni del diritto alla vita e alla salute”.

Darja racconta come la maggioranza dei messaggi contenessero offese e minacce esplicite, in cui spesso le si augurava la morte: “Troveremo il tuo indirizzo, verremo a prenderti, ti conviene guardarti le spalle, verremo a stuprarti, scopriremo dove abita tuo marito, uccideremo i tuoi animali domestici”.
Negli screenshot che ha pubblicato, Darja ha censurato i nomi degli aggressori, ma ha rivelato l’identità di uno di loro: Roman Litasov, personal trainer in una palestra di Omsk, il quale le ha scritto, sia su Instagram che su Vkontakte (rete social russa, NdT): “Finisce male per quest’animale. Le femministe non sono persone. Saluti da Pozdnjakov”. Non è stato possibile mettersi in contatto con lui, ma la palestra ha immediatamente preso le distanze, dichiarando che Litasov non fosse un loro dipendente.
Le minacce alle attiviste di “SocFem Alternativa” sono arrivate lo stesso giorno, il 13 febbraio.

Ksenija racconta: “Ci hanno attaccate sia sui social che nelle caselle di posta: abbiamo ricevuto molti spam. Hanno provato a spaventarci, a dissuaderci dal partecipare alla catena umana che avrebbe avuto luogo a Mosca il 14 febbraio. Con tutta probabilità, gli esponenti di Mužskoe Gosudarstvo credevano che fosse stata proprio SocFem Alternativa ad organizzare la manifestazione. L’idea, in realtà, è stata di Darja Serenko. La manifestazione era volta a sostenere le donne arrestate per motivi politici”.

Ksenija prosegue: “Gli indirizzi pubblicati sui social media e nelle chat private erano falsi. […] Abbiamo ricevuto minacce incomprensibili persino da ragazzini di 13-14 anni. È stato molto spiacevole”.
Nonostante le intimidazioni, alla catena umana del 14 febbraio erano presenti moltissime attiviste.
Al termine della manifestazione, Ksenija ha ricevuto il seguente messaggio da parte di Poznjakov: “La manifestazione è fallita, ha-ha”. Ma l’attivista sostiene: “Duecentocinquanta donne si sono unite in una catena umana nel centro di Mosca, ben consapevoli di rischiare le manganellate della polizia. A mio avviso, si tratta di un risultato notevole. La manifestazione è riuscita e loro non sono riusciti a rovinarla”.

Per le attiviste russe, le minacce e le intimidazioni sono all’ordine del giorno. Gli esponenti dell’estrema destra provano sempre a sabotare i loro eventi. “Questo, però, non è e non deve essere motivo per restarsene a casa, rinunciando a lottare per i diritti delle donne e per un mondo più giusto”, ritiene Ksenja.

Gli esponenti di “Mužskoe Gosudarstvo” negano che i messaggi del 13 febbraio costituiscano delle minacce. Pozdnjakov, il leader, si è rifiutato di commentare l’accaduto, dichiarando che sarà pronto a parlare solo quando Radio Svoboda avrà eliminato un articolo pubblicato su di lui il 6 giugno 2020. Ad ogni modo, alcuni suoi seguaci hanno dichiarato di essere a conoscenza della fuga dei dati di Darja Serenko.

Uno di loro, Viktor Volkov, è venuto a sapere dell’attivista poco prima della manifestazione del 14 febbraio, quando Pozdnjakov ha diffuso i suoi dati sul suo canale Telegram. A suo avviso, le azioni dei membri di Mužskoe Gosudarsvo nei confronti di Serenko non sono affatto molestie.

“Secondo la sinistra, in Russia dovrebbe esserci la libertà di parola, e tutti dovrebbero essere liberi di esprimere la loro opinione. Queste persone hanno semplicemente espresso la propria opinione su Darja e sulle sue attività […]. È l’unico modo per opporre resistenza alla propaganda della sinistra”, sostiene Volkov.

Ivan (nome di fantasia), un altro seguace di Pozdnjakov, è dello stesso avviso, sebbene non abbia preso parte alle aggressioni verbali nei confronti delle attiviste. “Questa, quantomeno, è una voce fuori dal coro. La sinistra ha sempre adottato queste pratiche, e non c’è nulla di sorprendente nel fatto che leader come Pozdnjakov adottino metodi di lotta efficaci”, ritiene Ivan.

Come tutti i membri di “Mužskoe Gosudarsvo”, Ivan teme soprattutto le femministe. “Il femminismo umilia e imbastardisce la donna. Per noi di destra, combattere il femminismo significa combattere per il futuro delle nostre donne e dei nostri bambini”, spiega.

Alla domanda se fosse o meno a favore della repressione (con riferimento al fatto che la manifestazione del 14 febbraio fosse volta a sostenere ə prigionierə politicə), un altro membro di “Mužskoe Gosudarsvo” ha risposto semplicemente di essere “contro il femminismo”. A giudicare dai post sul canale telegram di Pozdnjakov, si tratta di un vero e proprio mantra, che i seguaci ripetono costantemente. “Le femministe e le persone LGBT sono dei rifiuti umani, dei degenerati. Sono malati mentali, per loro non c’è posto fra le persone normali”, ha scritto Pozdnjakov su Telegram.

La “lotta al femminismo” ha investito anche l’attivista Darja Čaban. Le prime minacce di “Mužskoe Gosudarsvo” sono arrivate quando ha iniziato a pubblicare i primi post sul tema dei diritti delle donne. I messaggi sono aumentati considerevolmente quando Čaban ha iniziato a sostenere pubblicamente le sorelle Chačaturjan*. Altre minacce sono poi scaturite da un post in cui l’attivista dichiarava di non voler avere figli. “Mi hanno scritto in continuazione per diversi giorni”, racconta.

Ogni nuova minaccia era simile alla precedente.

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“Minacciavano di uccidermi, di violentarmi, di picchiarmi a morte. Qualcuno ha minacciato di denunciarmi alle autorità per diffusione di materiale pornografico, alludendo alle mie foto bodypositive”, racconta Čaban. “La loro intenzione, dicono, era proteggere i bambini e gli adolescenti che avrebbero potuto imbattersi nei miei contenuti”. In seguito al post in cui dichiarava di non voler avere figli, Čaban ha ricevuto messaggi del tenore di “Non sei degna di vivere” e “Le donne che non vogliono partorire sono inutili: peccato che non ci siano campi di concentramento, per sterminarle insieme ai gay e ad altri ‘esseri inferiori’”.

La valanga di messaggi intimidatori non ha mai spaventato l’attivista. “Ero a disagio, non sapevo come comportarmi”, spiega. All’inizio ha pensato di bloccare i messaggi, sperando che in questo modo il flusso di minacce sarebbe diminuito. Poi, è arrivata la sensazione che fosse lei il problema. Infine, parlando con altre attiviste, si è resa conto che tutte quante stavano ricevendo messaggi simili. Adesso, Čaban riceve almeno un insulto al mese, un numero irrisorio rispetto a quanto le è accaduto in passato. L’attivista è certa che la situazione non cambierà “fino a quando lo Stato non inizierà a difendere gli interessi dei cittadini più vulnerabili, anziché i loro aggressori”.

Il tentativo da parte di Vladislav Pozdnjakov di fondare il movimento “Mužskoe Gosudarstvo” è durato alcuni anni. Nel 2018 fu condannato a due anni con sospensione condizionale per istigazione all’odio, ma la sentenza fu successivamente annullata. In seguito, lasciò la Russia. Nel 2020, Vkontakte bloccò la pagina “Mužskoe Gosudarstvo” per istigazione alla violenza. Ad ogni modo, il canale Telegram su cui vengono regolarmente pubblicati i dati delle attiviste è ancora di dominio pubblico.

L’avvocato Sarkis Darbinjan ritiene che, nella realtà digitale odierna, sia quasi impossibile proteggere i propri dati personali: “Gli utenti russi ripongono tutte le speranze nella legge statale sui dati personali e nel cosiddetto “Roskomnadzor” (Servizio federale per la supervisione nella sfera della connessione e comunicazione di massa, NdT), che può richiedere al gestore di un sito internet di rimuovere dallo stesso dati personali e sensibili. In caso di mancata rimozione, la persona interessata ha il diritto di fare ricorso all’autorità giudiziaria”.

Darbinjan aggiunge che con Telegram la situazione è ben più complicata, poiché i suoi server non si trovano legalmente in Russia. In questo caso, sostiene, la soluzione più efficace è rivolgersi direttamente al servizio clienti dell’applicazione. La questione della protezione dei dati personali ha iniziato a essere discussa all’interno di Telegram dopo che alcuni utenti se ne sono serviti per diffondere i dati personali di manifestanti ed esponenti delle forze dell’ordine. Alla fine, i canali in questione sono stati bloccati.

*NdT: Il “caso delle sorelle Chačaturjan” ha visto coinvolte tre sorelle che nel 2018, dopo anni di violenze e abusi da parte del padre, hanno ucciso quest’ultimo con decine di coltellate.

Fonte
Magazine: Радио Свобода
Articolo: “Мы придем за тобой”. Как “Мужское государство” травит активисток 
Scritto da: Karina Merkur’eva
Data: 21 febbraio 2021
Traduzione a cura di: Paola Galluccio
Immagine di copertina: Christian Wiediger
Immagine di anteprima: freepik

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