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Violenza domestica e COVID-19: intervista a un’operatrice di un centro antiviolenza

Nelle scorse settimane, alcune figure professionali hanno svolto lavori definibili come “eroici” ma che, purtroppo, hanno trovato pochissimo spazio nei media generalisti. Chi lavora nei centri antiviolenza (CAV), infatti, è stato in prima linea durante il periodo più duro della pandemia, ma ha ricevuto scarsa attenzione, proprio come tutto il fenomeno di cui si occupano. Per capire meglio cos’è successo durante l’emergenza sanitaria da COVID-19 e quale ruolo hanno svolto e svolgono i CAV, abbiamo parlato con Sara Pollice, operatrice di un centro antiviolenza.

Ciao Sara, ci racconti brevemente chi sei e cosa fai nel centro antiviolenza in cui lavori?

Sono Sara Pollice e faccio l’operatrice antiviolenza in diversi CAV da sette anni. I servizi in cui lavoro si differenziano per vocazione specifica, ma seguono la stessa metodologia e cioè quella dei CAV a ispirazione e pratica femminista: costruzione di una relazione di fiducia, assenza di giudizio, ascolto attivo, anonimato, accompagnamento e sostegno nella costruzione di un percorso di fuoriuscita dalla violenza senza mai sostituirsi, attivazione della rete, sostegno legale e psicologico. Il tutto in una dimensione di equipe con cui si fa un lavoro di continuo confronto, della creazione di una relazione di fiducia tra donne e nell’obiettivo dell’autonomia e dell’autodeterminazione.

Sì è letto da diverse parti che il periodo denominato “Fase 1” sia stato particolarmente difficile per chi fa il tuo lavoro. Puoi darci qualche dato, qualche fonte?

Il 20 marzo 2020 l’associazione nazionale Telefono Rosa ha diffuso i dati che hanno riguardato il numero nazionale 1522 nella settimana dall’8 al 15 marzo 2020. Mettendoli a confronto con le telefonate ricevute nel 2019, hanno affermato di aver registrato un calo del 55,1% passando da 1104 telefonate a 496. Da qui e dalle sollecitazioni delle associazioni di settore, le istituzioni hanno pubblicato su tutti i media possibili il fatto che i CAV fossero aperti e il 1522 attivo e che fosse possibile chiedere aiuto e uscire da situazioni di violenza. I risultati sono quelli pubblicati dall’ISTAT il 13 maggio: dall’1 marzo al 16 aprile sono state 5.031 le telefonate al 1522, il 73% in più dello stesso periodo nel 2019. Le vittime che hanno chiesto aiuto sono 2.013 (+59%). Questi dati fanno immaginare quale sia stato il carico di lavoro in più per i CAV in quel periodo. Le difficoltà non sono state solo relative alla quantità ma anche alla dimensione emergenziale, e non di percorso. A differenza di quello che la narrazione pubblica ci propone sui CAV, il loro lavoro è incentrato sulla costruzione dei percorsi di fuoriuscita insieme alle donne; a questo scopo si svolgono colloqui individuali psico-socio-legali di sostegno e orientamento in cui si stabiliscono le priorità nel rispetto dei tempi, per quanto possibile. Nei centri è inoltre possibile usufruire del sostegno di uno studio legale e di percorsi di psicoterapia. Durante l’emergenza è stato necessario rimodulare la costruzione dei percorsi per la difficoltà di distinguere tra una prima telefonata con la richiesta di aiuto e la prosecuzione dei colloqui basata sulla co-costruzione del percorso, poiché entrambi si sono svolti in modalità telefonica ed entrambi sono stati inseriti nella cornice di una dimensione emergenziale, pervasa dalla paura e, di conseguenza, da un sentimento diffuso di vulnerabilità che ha pesato ulteriormente su esistenze già provate.

Qual è il motivo di questi numeri, secondo la tua esperienza?

È importante evidenziare la complessità della relazione tra il COVID-19 e l’aumento delle richieste di aiuto, e non dei casi. Innanzitutto appunto si tratta non dell’aumento delle violenze ma dell’aumento delle richieste di aiuto, le quali quindi hanno la funzione di farci capire meglio quante sono le violenze che normalmente non emergono; a sostegno di una visione strutturale e pervasiva della violenza e non emergenziale. In secondo luogo, è opportuno ricordare che le richieste sono aumentate nel momento in cui è stato chiaro che, nonostante da ogni media in ogni ora del giorno e della notte si continuasse a ripetere che bisognasse restare a casa per salvaguardare la propria salute e quella altrui, sarebbe stato possibile uscire dalle situazioni di violenza – che proprio nella dimensione domestica, è appena il caso di ricordarlo, si verificano. L’indagine Eures riportata dal Sole 24Ore afferma che dal 2000 al 2018 ci sono stati in Italia oltre tremila femminicidi. Di questi l’85,1% sono compiuti nell’ambito della famiglia. Sul totale di quelli compiuti nell’ambito familiare, il 75% sono femminicidi all’interno della coppia. Da una prima analisi qualitativa che abbiamo svolto come cooperativa sulle situazioni che abbiamo seguito più da vicino, la causa dell’aumento delle richieste d’aiuto non sarebbe semplicemente la reclusione forzata che genera l’inasprimento dei conflitti, ma la mancanza delle tutele che le reti sociali normalmente sono in grado di attivare a sostegno delle situazioni più vulnerabili, e che in tempo delle misure di isolamento prese per contrastare la diffusione del COVID-19 sono state depotenziate o disattivate. Le donne a cui faccio riferimento ad esempio hanno a disposizione pochissime o nulle risorse a livello di reti amicali e parentali, non hanno risorse economiche proprie e hanno alle spalle un disagio stratificato. Questa loro situazione strutturale che veniva presa in carico da un sistema sociale sempre più in crisi, non ha più avuto interlocutori ed è sfociata in una dimensione emergenziale e in una richiesta d’aiuto come ultima sponda.

Ci sono periodi dell’anno “normali” e non emergenziali dove si arriva a fare questi numeri? 

Non si può parlare di una grande differenza tra i periodi ma, al più, di “tendenze” e “orientamenti”. Sappiamo che, trattandosi di un fenomeno legato alla complessità delle relazioni, la violenza si esplicita di più quando nelle famiglie ci si riunisce, durante le feste, e nei rapporti che si stringono, in quei momenti molto è basato su ruoli stereotipati e aspettative preconfezionate, spesso rifiutate dalle donne. Questo fa esplodere reazioni violente da parte di maltrattanti che operano quotidianamente per mantenere il proprio controllo.

Di cosa ha bisogno un CAV per svolgere adeguatamente il suo lavoro?

Nei CAV si costruiscono dei percorsi di fuoriuscita insieme alle donne che vengono a chiedere aiuto e sono orientati all’autonomia e autodeterminazione nella vita della donna. Quello che manca ai CAV, a volte, è la prospettiva futura a cui si consegna la donna. Se ci sono pochi CAV, ci sono ancora meno case di semiautonomia; e sebbene inizino a esserci, sono ancora pochi i progetti di formazione professionale e di inclusione sociale che vedono coinvolte le donne che hanno subito violenza. Bisogna fare di più e, anche qui, in una prospettiva che sia quanto meno possibile assistenzialista e quanto più possibile basata sulla riscoperta e riattivazione delle risorse delle donne, che sono enormi.

Mi pare importante sottolineare che quindi cercate di disimpegnare le donne dagli “alimenti” o comunque da un sostegno economico da parte dell’ex-compagno. Perché?

Il faro che guida il nostro operato è l’autodeterminazione. Attraverso i colloqui e la co-costruzione dei percorsi si mettono a punto degli strumenti di consapevolezza che poi verranno utilizzati in piena autonomia dalla donna, per rimettere al centro la propria vita. Quello che accade come conseguenza delle dinamiche di violenza e abuso è la privazione del contatto profondo con se stesse e la possibilità di pensare e agire in autonomia, dando valore a ciò che si pensa e alle proprie azioni. Infatti il maltrattante manipola la relazione sostituendo la propria rappresentazione alla realtà, attraverso l’abitudine allo svilimento e la punizione, ogniqualvolta venisse espresso un pensiero autonomo o operata un’azione personale. Sottoposte a questo trattamento, le donne mettono a punto un meccanismo di sopravvivenza per non confliggere ed essere punite continuamente (e per tutelare i figli, nelle intenzioni) che consiste nel non contraddire il maltrattante. Tuttavia questo non fa che rafforzare la manipolazione e la sostituzione della realtà con la rappresentazione della realtà del maltrattante.

Naturalmente questa non è che una sommaria sintesi di quello che accade a grandi linee in un numero importante di casi ed è una narrazione basata sulla mia esperienza. Nella realtà siamo di fronte a una complessità di vicende di relazioni che non permettono nessuna standardizzazione.

Ho avuto la fortuna di fare esperienze a scuola insieme a operatrici di centri antiviolenza. Pensi sia una cosa positiva? E in che senso lo è, per ragazzi e ragazze in età scolare?

Il lavoro a scuola è prezioso per scardinare i presupposti della cultura che sostiene e legittima gli agiti violenti nei confronti delle donne da parte di partner ed ex partner. Informando ragazzi e ragazze sul significato degli stereotipi di genere, da cui molto spesso muovono le loro azioni, all’interno delle relazioni; è importantissimo perché può voler dire destrutturare dalle basi il pensiero e il comportamento sessista. Questo pensiero e questo comportamento sono, spesso, gli unici che li fa sentire accettati e non esclusi nell’ambito del gruppo dei pari. Cambiare questo vuol dire cambiare gli equilibri futuri e creare con loro un pensiero autonomo e non automatico nelle dinamiche delle relazioni, soprattutto delle relazioni intime.

Immagine di copertina: Miryam León
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