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Violenza ostetrica: le donne rispondono con testimonianze al negazionismo delle istituzioni

Violenza ostetrica: le donne rispondono con testimonianze al negazionismo delle istituzioni

A luglio, le autorità sanitarie basche hanno seguito la strada aperta da altre istituzioni dopo una sentenza delle Nazioni Unite che le invitava ad affrontare questo tipo di violenza. El Parto Es Nuestro lancia una campagna per visibilizzarla, e il Consiglio del Pubblico Ministero ne chiede l’inclusione nella sua relazione sulla riforma della legge sull’aborto.

Il 13 luglio di quest’anno, il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne ha pubblicato una sentenza in cui conclude che una donna è stata vittima di violenza ostetrica presso l’Ospedale universitario della cittadina basca di Donostia.

Il rapporto spiega che gli eventi narrati da Nahia Alkorta costituiscono un episodio di violenza ostetrica: l’induzione del travaglio 14 ore dopo la rottura delle acque contro il protocollo dell’ospedale, che prevede un’attesa di 24 ore, la palpazione vaginale non necessaria, il parto cesareo portato avanti tenendo la donna legata con le braccia incrociate, la separazione dal neonato subito dopo il parto, la somministrazione del biberon al bambino. Queste sono le pratiche descritte da Alkorta, che le hanno causato danni fisici e psicologici, e sono avvenute nonostante la donna avesse presentato un piano per il parto – un documento in cui la donna prossima al parto esprime le proprie preferenze, e che il personale medico conosce in anticipo rispetto all’operazione – in cui esprimeva desideri molto diversi.

Due giorni dopo, il Dipartimento della Salute e l’Osakidetza (il Servizio Sanitario Basco) hanno risposto a questa sentenza. In una breve dichiarazione scritta, si sono limitatə a ricordare come si sono conclusi i tentativi della donna di ottenere giustizia davanti allo Stato spagnolo: una sentenza definitiva dell’ottobre 2015 ha concluso che non sussistevano i requisiti per tale responsabilità. “Secondo questa sentenza, non c’è stato alcun danno fisico o psicologico causato alla paziente a seguito delle cure prestate presso l’Ospedale Universitario di Donostia”, si legge nel comunicato. “D’altra parte, la sentenza afferma che l’assistenza fornita è stata conforme ai protocolli medici, accreditando che le azioni di tuttə ə professionistə coinvoltə nel parto della paziente sono state corrette e conformi alle norme”.

Il comunicato prosegue: “Il Ministero della Salute e Osakidetza lavorano per offrire ogni giorno un’assistenza vicina e di qualità, adattando l’assistenza ostetrica alle evidenze scientifiche e ai cambiamenti sociali e culturali, cercando di rendere il processo del travaglio/parto un’esperienza positiva e indimenticabile, senza tralasciare la salvaguardia di un quadro di sicurezza e di eccellenza”.
El Parto Es Nuestro ha quindi chiesto alle autorità sanitarie basche di rettificare quella che considerano una risposta offensiva, invitandoli ad attenersi al contenuto della sentenza.

Alkorta, che ha ottenuto la sentenza insieme all’avvocata Francisca Fernández Guillén, non ha avuto ulteriori notizie né dalla Procura dello Stato, che ha un periodo di sei mesi per rilasciare una dichiarazione, né da Osakidetza. El Parto Es Nuestro teme che questo importante risultato raggiunto dalla donna non porti a nulla, come è successo con un’altra sentenza del febbraio 2020, nonostante la sentenza sia una decisione giuridicamente vincolante.

La reazione del Dipartimento della Salute della Comunità Autonoma Basca è “offensiva”, afferma il collettivo, che chiede una rettifica. Tuttavia, questo tipo di risposta è in linea con altre dichiarazioni delle autorità sanitarie.

La risposta delle associazioni professionali

Nel luglio 2021, il Consiglio generale delle associazioni mediche ufficiali ha negato l’esistenza della violenza ostetrica in un comunicato in cui sottolineava che questo termine “non è conforme alla realtà e criminalizza ə professionistə“.

Nel settembre 2021, la Società spagnola di ginecologia e ostetricia ha fatto la stessa dichiarazione: “il termine ‘violenza’ è inappropriato e potrebbe minare la necessaria fiducia tra medicə e paziente”, ha sostenuto, “o addirittura creare inutili contrasti tra le donne e ə professionistə che hanno il compito di aiutarle in un momento così importante per loro.”

Solo la Società catalana di ginecologia e l’Accademia delle scienze mediche della Catalogna – che prevede una regolamentazione contro la violenza ostetrica – hanno preso le distanze da questa visione.

Le donne parlano

In questo contesto si inserisce la campagna Cuando las mujeres hablan (quando le donne parlano), lanciata lunedì 3 ottobre da El Parto Es Nuestro e PETRA Maternidades Feministas, che risponde con testimonianze di violenza ostetrica alle autorità sanitarie che la negano.

Come questa: “È nato mio figlio. Non me lo hanno portato subito, dovevano esaminarlo, dicevano. Alla fine è entrato il padre. Nella stanza c’era un silenzio tombale. Mio figlio ha subito una lesione permanente causata dal modo in cui è stata eseguita l’estrazione, e nessuno ha detto nulla.”

O questa: “Ho chiesto se avessero intenzione di farmi l’Hamilton [un metodo meccanico per indurre il travaglio], loro hanno detto di sì e io ho risposto che non volevo. Trattandomi malissimo, il medico e l’infermiera hanno iniziato a scherzare e ironizzare, dicendo: ‘è sempre così, come quella dell’altro giorno, che ha fatto le stesse storie e guarda cosa le è successo…’ Mi hanno fatto credere che potesse accadere qualcosa al mio bambino. Nonostante ciò, ho deciso di rifiutare e me ne sono andata in lacrime”.

O questa: “Appena arrivata sono stata derisa da un’assistente perché non volevo l’epidurale, poi me l’hanno fatta senza alcuna considerazione per la mia scelta. Mi hanno costretta a portare costantemente una flebo e a stare collegata a dei monitor, impedendomi la libertà di movimento, che era uno dei desideri che avevo espresso nel mio piano per il parto, ma che non hanno rispettato affatto”.

O questa: “Mi hanno rotto due costole dopo avermi praticato più volte la manovra di Kristeller senza chiedere il mio consenso. Non è stato fatto da unə ginecologə o da un ostetricə, è stato fatto da un assistente, e dubito che fosse stato addestrato adeguatamente, o che avesse consapevolezza del danno permanente che mi ha fatto. Sono passati 12 anni, è successo quando è nato il mio primo figlio. La ferita fisica è guarita, ma quella emotiva è ancora aperta.”

Questi sono alcuni dei casi che l’organizzazione ha raccolto per la campagna. Ma poche ore dopo il lancio, lunedì 3 ottobre, sui social network dell’associazione erano arrivati già più di 300 messaggi di donne che volevano sostenere la causa o raccontare la loro storia.

Più di 60 organizzazioni femministe, sanitarie e per i diritti umani sostengono questa campagna che propone gli hashtag #ThisIsViolence e #ObstetricViolence per dare visibilità alla violenza ostetrica. Tra queste, anche organizzazioni pediatriche e ostetriche.

La campagna è stata lanciata solo tre giorni dopo un importante pronunciamento del Consiglio del Pubblico Ministero, che ha proposto di includere espressamente la violenza ginecologica e ostetrica tra le forme di violenza contro le donne nella sfera riproduttiva.

Due sentenze

La sentenza del luglio 2022 è stata resa pubblica a seguito di un’altra, che risale a febbraio 2020, relativa a un caso verificatosi in un ospedale galiziano. Le raccomandazioni contenute nelle due sentenze sono molto simili.

La sentenza del 2020 esortava lo Stato spagnolo a garantire che le donne siano informate e che sia richiesto il loro consenso per tutti i trattamenti invasivi durante l’assistenza al parto. Invitava inoltre lo Stato a condurre studi sulla violenza ostetrica, formare il personale sanitario e mettere in atto misure per garantire che le autorità agiscano senza pregiudizi davanti a un caso di denuncia di violenza ostetrica.

La sentenza che è stata resa pubblica nel luglio di quest’anno presenta due differenze significative rispetto a quella del 2020. In primo luogo, aggiunge un invito a “redarre, promuovere e implementare una Carta dei diritti deə paziente”, un documento che stabilisca i diritti e i doveri applicabili a tutti i servizi sanitari, indicazione che in un certo senso reputa insufficiente la legge sull’autonomia deə paziente. La seconda differenza è fondamentale. Mentre nella sentenza del 2020 si affermava che lo Stato dovesse richiedere il consenso delle donne per tutti i trattamenti invasivi durante il parto “ad eccezione delle situazioni in cui la vita della madre o deə bambinə è a rischio”, nell’ultima sentenza questa eccezione scompare.

Fonte
Magazine: El Salto
Articolo: Violencia obstétrica: mujeres responden con testimonios al negacionismo de Osakidetza, SEGO, CGCOM y Sanidad 
Scritto da: Patricia Reguero Ríos
Data: 4 ottobre 2022
Traduzione a cura di: @michelaperversi
Immagine di copertina: Unsplash
Immagine in anteprima: @elpartoesnuestro

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