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Voodoo Kid, promettente spirito libero
Dark Light

Voodoo Kid, promettente spirito libero

Valeria Lucia Passoni

Voodoo Kid è Marianna Pluda, già Red Lines, bresciana volata a Londra per studiare “Commercial and Popular Music Performance” alla University di Westminster.

Impegnata nella lotta ambientalista e per i diritti della comunità LGBTQ+, il suo è uno stile musicale contemporaneo, con un sound che si ispira a Billie Eilish, The Weeknd, Frank Ocean, SZA e Lana Del Rey, in cui il lirismo e le atmosfere dark incontrano l’urban. Grazie alla musica, Voodoo Kid esprime se stessa e le sue passioni ma supera anche le difficoltà causate dalla dislessia, di cui è affetta.

Ultimamente ha collaborato al singolo di Mecna, “Neverland”, uscito il 18 ottobre, e a fine settembre ha pubblicato due singoli: “Satisfaction” e “Paranoia”. Del brano “Paranoia” esce oggi il video.

Con lei abbiamo parlato di diritti civili, delle sue ispirazioni e del suo background e di cosa significhi essere donne nel business della musica.

Marianna, per presentarti ci fai una compilation di cinque pezzi che rappresentino il periodo che va da quando hai iniziato ad ascoltare musica fino a oggi?

Partiamo dal giorno zero e arriviamo a oggi:

  • Tiziano Ferro – “Rosso Relativo”
  • Arctic Monkeys – “505”
  • Justin Bieber – “Memphis”
  • James Blake – “Timeless”
  • Childish Gambino – “Flight of the Navigator”

Sono usciti da poco due tuoi brani: di cosa parlano? Sono connessi tra loro? In tema di tuoi progetti musicali, nel breve termine cosa hai in cantiere? A cosa dobbiamo prepararci in termini di temi che toccherai nei testi e le sonorità che proporrai?

È uscita da poco una doppia release che include due brani strettamente collegati tra di loro: “Paranoia” è la nemesi di “Satisfaction”. “Satisfaction” tratta, da una prospettiva soggettiva, un tema molto sentito dalla mia generazione e da quelle successive, ovvero il fenomeno delle relazioni virtuali. “Ai tempi nostri non c’erano i cellulari e neanche internet. Per conoscere le persone dovevi uscire di casa!”, tipica frase del genitore o nonno che ti vede attaccato al telefono a fare “chissà che cosa”. Ed è vero: se facciamo un salto nel passato di anche solo 50 anni, ci accorgiamo di come le cose si siano evolute alla velocità della luce. Il primo telefono cellulare lo collochiamo nel 1973, il primo ad avere una sorta di collegamento a internet, nel 2005, mentre per quanto riguarda i computer, il “WWW” nasce nel 1991.
Il primo dei due pezzi, “Satisfaction”, riarrangiato in chiave romantica, parla proprio di questo. Mi spiego meglio: non parla della “Storia”, ma di una storia. La canzone si apre in un racconto in medias res: due persone stanno vivendo un momento di stallo, una delle due è stanca di continuare qualcosa che non ha più né il senso, né il valore che aveva prima, mentre l’altra non vuole lasciare andare, ma che potere ha di opporsi di fronte a una relazione basata sul contatto virtuale, tra profili social? Mi sentirei di dire quasi nullo. Qui arriviamo infatti al fenomeno del “ghosting”. “Non ho tempo o forza, guess I’ll hit decline / non mi cercare se mi vedi online”: quanto poco basta a una persona per evitarne un’altra che vive a mille chilometri di distanza?

Con “Paranoia” restiamo sulla stella linea, ma ci spostiamo un po’ più indietro nel tempo (questo brano infatti è stato scritto mesi prima). La stessa coppia si incontra a Venezia e decide di passare del tempo insieme. Nonostante la difficoltà più volte riscontrata, causata dall’avere una relazione a distanza, la voce narrante dice che farebbe di tutto pur di appianare le divergenze e risolvere i conflitti: “Con la mia calibro 9 / non mi ferma più nemmeno Giove”. Dall’altro lato della medaglia però, vige costante un forte senso di libertà, che, superato lo “shift” del pezzo, come conseguenza, è minato da una costante paranoia costellata di “E se…?”, che successivamente il narratore decide di abbracciare e superare.

Per quanto riguarda i temi che toccherò in futuro, la mia fonte principale d’ispirazione resta l’amore moderno, dunque il leit motiv saranno relazioni, non per forza amorose, ma principalmente finite male. Voglio spaziare verso qualcosa di più suonato, anche se il confine tra analogico e digitale ormai è davvero labile, mentre i toni che scelgo e prediligo sono quelli scuri. Sono una persona presa male nella vita: la mia musica deve rispecchiare per forza quello, altrimenti non sarebbe mia.

Lezione di musica “for dummies” – o “for anziani” nel mio caso: cosa si intende per stile urban? A quali sound deve rimandarci questa parola?

La risposta che darò probabilmente sarà molto soggettiva: per me ormai i generi musicali non esistono più. “Urban” è un’etichetta che per convenzione mi mettono addosso, ma non serve a me, serve a chi si approccia all’ascolto di artisti nuovi e vuole essere indirizzato in una corrente nella quale ha già navigato e ha classificato come “musica che mi piace”; serve per non avere paura delle cose nuove e sconosciute, proprio come quando ascolti un pezzo e ne associ il sound o la lirica a qualche altro artista, cosa che tendo a evitare di fare, ma che purtroppo è una vecchia abitudine radicata nel profondo di qualsiasi ascoltatore, volente o nolente.
Posso dire con certezza però che questo genere nasce negli anni ’80-’90 ed è un derivato del soul e dell’R&B, che col tempo ha fatto suoi, e oggi abbiamo artisti che vanno da Justin Timberlake a Rihanna, da Beyoncé a Whitney Houston, ma in questo ventaglio dobbiamo tener conto di altri esponenti come Drake, Jay-Z, The Weeknd, Skepta e Kendrick Lamar.

Finito il liceo a Brescia, sei volata a studiare all’estero: com’è stato integrarsi a Londra? Ti è mancato qualcosa di casa? Se sì, cosa? Consigli per un* ragazz* delle superiori che vorrebbe seguire le tue orme e spostarsi fuori dall’Italia? Come superare paura e insicurezza di un mondo nuovo da affrontare? Una band/un* artista nostran* che vorresti far suonare a Londra e una band/un* artista che hai scoperto nella City e vorresti far esibire da noi?

La mia esperienza a Londra è stata molto positiva: da subito ho capito che stavo seguendo un corso di studi che mi piaceva molto ed era quello giusto per me. Ho riscontrato qualche difficoltà all’inizio, soprattutto negli assignments più accademici, per i quali dovevo scrivere lunghi saggi con uno stile, un’impostazione e delle regole totalmente differenti da come ero abituata al liceo. Mi sono integrata subito, a lezione capivo e mi venivano piuttosto automatiche le cose.
Cosa mi è mancato? Mangiare cose italiane buone, ma in questo modo ho avuto la possibilità di sperimentare cucine diverse, oltre a quella britannica, soprattutto etniche.

Consiglio a tutti di uscire dal Paese e fare un’esperienza all’estero, se possibile per più anni consecutivi. Ora come ora l’Inghilterra (specialmente Londra) inizia ad avere prezzi sempre più proibitivi, ma non bisogna andare per forza lì: ci sono altre città e altri Paesi altrettanto validi, dipende dal corso di studi che si vuole intraprendere.

Di Londra mi manca molto l’aria, il poter uscire e andare in centro, il fatto che tutto sia molto più accessibile (non a livello di prezzo), il potersi perdere a ogni angolo della città e che sia tutto da esplorare. Ho visto e fatto tanti live nei miei quattro anni oltremanica, soprattutto emergenti: probabilmente i miei preferiti sono stati i MIKNNA, un duo electro-pop di Los Angeles. Un mio amico e io conosciamo l’organizzatore di una serie di eventi e ogni venerdì venivamo invitati al KOKO, a Camden, una venue meravigliosa. Finito il live dei MIKNNA ci siamo messi nel backstage del locale a parlare: sono due ragazzi molto entusiasti e talentuosi, mi piacerebbe suonassero anche in Italia.
Forse a Londra vorrei portare il mio amico Giovanni Bruni Zani, conosciuto come Mulai, con il quale ho fatto anche un pezzo e che stimo molto.

Vedi anche

Ambiente e diritti civili: due temi sensibili, sappiamo a te molto cari, e finalmente tanto discussi quotidianamente sulle prime pagine dei giornali. Quando si torna a casa dalla manifestazione del venerdì, dopo che si è rilasciata un’intervista sulla parità di genere, cosa ci si può mettere davvero a fare nel proprio piccolo per dare il proprio contributo al di là della propria notorietà/localizzazione nel mondo?

Ambiente e diritti civili sono sicuramente due temi a me molto cari, forse perché ho un forte senso civico e una solida morale, ma anche perché dovrebbero essere entrambi temi cari a chiunque.
Indipendentemente dalla manifestazione alla quale sei andato il venerdì mattina, indipendentemente dall’andare o meno in manifestazione, rilasciare un’intervista, bisogna sempre “mettere in atto ciò che si predica”, come bisognerebbe cercare di essere la migliore versione di se stessi; con questo non intendo dire che ti devi sentire costantemente Superman oppure con occhi addosso che ti criticano e ti giudicano al primo passo falso, ma fa sempre bene guardare nel proprio cuore e stare a sentire cosa ci dice di fare con un po’ più di attenzione. A volte sono i gesti più piccoli che stravolgono le situazioni più impensabili, per questo credo nel “butterfly effect”.

Essere donne nell’industria musicale, oggi, è un problema?

Oggi, ieri, dieci anni fa quando ho iniziato a suonare in giro con la mia prima band o tra i miei amici, non mi sono mai sentita “una donna tra uomini” come lo intende forse il 99% della gente che leggerà quello che sto scrivendo, piuttosto come Tony Montana tra i suoi uomini, ovvero un cazzo di capo. Non mi sono mai sentita un soprammobile o un elemento marginale del quadro, non sono mai stata “oggettificata” o presa di mira perché non sono maschio. Sarà per l’educazione che ho ricevuto, per il mio carattere, per il fatto di essere molto competitiva e di voler arrivare a superare non solo gli standard classici ma anche il livello del numero uno in classifica in quel momento. Ho sempre giocato a modo mio con le regole degli altri, ma non mi sono mai sentita relegata in certi canoni, ho sempre voluto diventare qualcuno che i miti li sfata e poi li crea, per chi mi diceva “non ce la farai mai” o “non sai farlo”, gente che tra l’altro mi sento di ringraziare perché mi ha dato una spinta in più e ha formato quello che oggi sono il mio zelo e la mia perseveranza.

Hai iniziato a suonare coi Red Lines e ora ti sei imbarcata in questo promettente progetto solista: porti avanti parallelamente i due progetti? In cosa, quando sei concentrata su Voodoo Kid, ti manca la situazione ‘band’ e per quali aspetti ti fa sentire più ‘svincolata’?

Entrambi i progetti proseguono e proseguiranno. Red Lines per me è come l’altra faccia della medaglia: riesco a esprimere cose diverse in modi diversi e mi è sempre piaciuto il confronto e la fase creativa che ho con questo progetto. Quando metto la maschera Voodoo Kid mi sento molto più libera di spaziare in generi che con Red Lines non potrei toccare. Mi sento più libera di scegliere non tanto cosa dire ma come lo voglio dire, ma sento anche un po’ la mancanza del creare con a fianco un’altra persona che supervisiona e stimola la mia fantasia.

C’è invece un aspetto della tua vita, non per forza musicale, in cui non ti senti ancora totalmente libera di essere?

Crescendo e acquisendo man mano sempre più maturità, sto imparando a lasciarmi andare ed essere quello che mi sento di essere. La gente per strada si fermava e si ferma a guardarmi: forse prima mi facevo prendere un po’ di più da questa cosa e mi sono sempre chiesta “Ma che ho che addirittura ti fermi e ti metti a fissarmi?”. Nella mia ingenuità non l’ho mai capito, però tanta gente mi scambiava e certe volte mi scambia tuttora per un ragazzo: la cosa non mi tocca e non mi ha mai toccato particolarmente. Voglio dire, se ti confondi e ci vedi male sono fatti tuoi… Scherzi a parte, ho avuto la fortuna di essere cresciuta con attorno una famiglia che mi ha sempre spronato a dare il meglio ed essere quello che volevo e mi sentivo di essere; nessuno ha mai cercato di cambiarmi o dirmi cosa dovessi fare, se non per il mio bene, e per questo non posso far altro che dire grazie.

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