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Beneficenza per combattere l’odio: abbiamo parlato con You Hate, We Donate
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Beneficenza per combattere l’odio: abbiamo parlato con You Hate, We Donate

Redazione

In questi ultimi mesi abbiamo sentito e letto frasi delle quali avremmo fatto a meno:

“Che restassero in mare”, “È tutto finto, si vede che sono fantocci”, “Solo tre morti? Troppo pochi…”

La situazione profughi, sbarchi e ONG – anche grazie alle continue dichiarazioni del Ministro degli Interni Matteo Salvini – ha tirato fuori il peggio da alcune persone, che protette dallo schermo del computer si sono sentite libere di dire l’indicibile e di farlo senza vergogna. Altri ministri hanno rincarato la dose su temi differenti e anche qui, valanghe di commenti senza un briciolo di empatia.

Per fortuna, c’è stato qualcuno che si è chiesto “cosa possiamo fare, a parte arrabbiarci?” e da qui è nato il progetto You Hate, We Donate, che letteralmente significa Voi Odiate, Noi Doniamo.

Ce lo siamo fatti raccontare da Marianna, una delle menti dietro questa iniziativa geniale.

Partiamo dall’inizio. Raccontateci chi siete, cosa fate e come nasce You Hate, We Donate.

L’inizio è facile: viene insediato il nuovo governo che subito si fa riconoscere grazie ad alcune dichiarazioni forti, come quella del Ministro della Famiglia Fontana che dichiara che le famiglie arcobaleno non esistono. Sono giorni frustranti, tutti vorremmo dire qualcosa e fare qualcosa. Una mia conoscente, la blogger Simona Melani, decide di agire: fa una donazione ad Arcigay di 10 euro, a nome del ministro. Si è tratta di un gesto piccolo ma molto significativo, che mi colpisce tanto da girare la cosa all’interno di un gruppo Facebook di discussione. L’idea è piaciuta a tutti e in breve tempo l’iniziativa si era trasformata in un progetto concreto.
Il chi siamo è sempre più difficile invece: siamo persone diverse che fanno lavori diversi, facciamo parte di un gruppo facebook dove discutiamo di diversi argomenti e siamo tutte accomunate da una certa frustrazione nei confronti della situazione attuale. You Hate, We Donate ci è sembrato un modo di fare qualcosa nell’immediato.

Come funziona You Hate, We Donate?

Su You Hate, We Donate ci occupiamo di trovare associazioni che lavorano sul territorio nazionale – meno spesso internazionale – in correlazione con affermazioni di odio pubbliche fatte dai politici e invitiamo le persone a fare piccole donazioni. Insomma se persone come Fontana affermano che le famiglie arcobaleno non esistono, invitiamo a fare donazioni di qualsiasi genere ad associazioni che sono al fianco delle famiglie arcobaleno – che esistono eccome – in modo da aiutarle nella loro gestione quotidiana e sentirsi un po’ meno inutili. Chi fa una donazione può condividerla con noi o sui social con l’hashtag #youhatewedonate.

Da un lato c’è chi parla di “taxi del mare”, di “pacchia” e di diritti civili che non costituiscono più una priorità. Dall’altro ci siete voi che concretamente date e portate supporto a chi subisce gli attacchi. Perché lo fate?

Perché i diritti civili sono un bene comune, anche se ci sembra che non ci tocchino da vicino. Quando si parla di diritti fondamentali, non c’è sottrazione, non vengono tolti dei diritti ad altri, non è una bilancia dove se togli del peso cade tutto. Piuttosto è invece un arricchimento che permette alla società di evolvere e di migliorarsi.

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Uno dei principali motivi di scontro in Italia è lo stato di povertà di un’ampia parte della popolazione e parlare di solidarietà sembra quasi anacronistico ormai. Eppure voi mettete a disposizione uno strumento per fare donazioni e beneficienza. Come mai? In base a quale criterio selezionate le organizzazioni da sostenere?

Non siamo certo in un periodo storico facile e l’impoverimento della popolazione è un dato di fatto, ma la solidarietà è spesso a prescindere da questo, non è solo questione di donazioni, ma anche di aiutare il prossimo e di capire che, per quanto la tua situazione possa essere non proprio rosea, possono esserci persone in condizioni peggiori delle tue. Non è neppure una questione di donazioni: spesso la solidarietà è fatta di supporto, di gesti e molto altro. Lo sapevano bene i nostri nonni e nonne, che avevano molto meno di noi, ma che non trascuravano la solidarietà verso i meno fortunati. Chi può però deve sostenere le associazioni, perché – ed è una cosa di cui si fa sempre fatica a parlare – le donazioni sono proprio quello che permette loro di andare avanti, di svolgere il loro lavoro e anche di essere indipendenti dalle pressioni politiche. Per quanto riguarda il criterio di selezione, cerchiamo di scegliere le associazioni più trasparenti e meno legate a gruppi politici o religiosi. Purtroppo non è un compito semplice, per quanto accurata è la selezione, abbiamo sempre un certo margine di errore.

Avete ricevuto critiche negative?

Sì abbiamo ricevuto critiche negative, alcune ben argomentate, altre invece molto meno. Partendo dalle ultime ci siamo sentiti dare dei “buonisti del cazzo”, testuali parole, solo perché ci occupiamo di aiutare chi è meno fortunato di noi e lo difendiamo di fronte agli attacchi. Di questo tipo di critiche non ci curiamo, diverso è il caso di critiche più argomentate, come chi ha evidenziato che in qualche maniera è un modo di “pulirci” la coscienza col denaro e di smorzare l’indignazione nei confronti della situazione attuale. Un’obiezione interessante, ma che non tiene conto di due cose: l’indignazione, se non è costruttiva, non ottiene nulla e che, come dicevo più su, il denaro non è una cosa sporca se lo si usa per fare del bene.

L’alto livello di odio sul web e non solo degli ultimi tempi è in grado di scoraggiare anche i più ferventi attivisti. Cosa vi spinge a continuare questa battaglia?

Masochismo? Scherzi a parte, la nostra è una forma di resistenza e allo stesso tempo un modo di incanalare la frustrazione in qualcosa di positivo.
Un modo di dire: nel mio piccolo, posso fare qualcosa anch’io, ci sono, siamo dalla stessa parte, rimbocchiamoci le maniche.
Può sembrare poco, ma è un inizio. E da qualche parte, tutte le cose devono cominciare.

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