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Ə gender editors sbarcano sui media francesi

Ə gender editors sbarcano sui media francesi

Lo scorso ottobre, Lénaïg Bredoux è diventata la prima “gender editor” in Francia, all’interno della redazione di Mediapart, dove occupa la posizione di “responsabile editoriale per le questioni di genere”. Un incarico che potrebbe essere emulato da altri media francesi. [Di seguito una] interpretazione di questo fenomeno con le principali parti interessate.

Nel 2017, Jessica Bennett, una giornalista del New York Times, è diventata la prima gender editor al mondo, subito dopo che lo scandalo Weinstein è venuto alla luce. Il suo ruolo? Raccontare in modo più approfondito la storia della società attraverso il prisma del genere, sia trattando il movimento #MeToo, sia scrivendo di mascolinità, sia parlando di progetti gestiti da donne. La giornalista ha lasciato l’anno scorso la sua posizione di gender editor al New York Times – ma lavora ancora per il quotidiano – e ha appena ripubblicato il suo Feminist Fight Club (edizione Autrement). La pioniera di questa professione sta cercando ancora di definire i contorni esatti del suo lavoro: “Quando la gente mi chiedeva cosa significasse essere una gender editor, dicevo che ero come una redattrice classica, ma più arrabbiata”, dice ridendo.

Allo stesso tempo, dall’altra parte dell’Atlantico, la riflessione sulle questioni di genere sta crescendo all’interno delle redazioni. All’AFP (Agence France Presse, NdT) – un’agenzia di stampa “la cui missione è quella di fornire informazioni accurate, imparziali e affidabili sull’attualità in tutto il mondo in ogni momento” – due giornaliste, Pauline Talagrand e Aurélia End, sono incaricate di mettere in discussione le pratiche giornalistiche in uso nella redazione. Talagrand è specializzata in questioni legate alla polizia, mentre End è una reporter specializzata in materia di giustizia. Quando cerca di trovare delle foto per accompagnare gli articoli sulle donne avvocate, trova solo immagini molto stereotipate. Pauline Talagrand, da parte sua, si scontra con domande ricorrenti quando si occupa di femminicidi. Sostenute da “una direzione alla redazione molto sensibile”, le due giornaliste hanno fatto affidamento in particolare su un audit esterno – il terzo rapporto è stato consegnato quest’anno. “ə giornalistə sono convintə che non esistano pregiudizi, ma le cifre sono inconfutabili”, dice Pauline Talagrand. Quando unə giornalista scrive un titolo in stile “È la prima donna che…”, ha delle buone intenzioni, ma sta sottolineando il genere a spese della persona. Questo non significa che le redazioni non siano reazionarie. La gioia del giornalismo è di non dare mai nulla per scontato”.

Giornalismo, non attivismo

ə giornalistə intervistatə sottolineano che si tratta di giornalismo e pratiche giornalistiche, non di attivismo. “Si tratta di parlare in modo professionale dei fatti, di creare un dibattito nelle redazioni e di offrire una rappresentazione che non soffra di cliché, errori e sottorappresentazioni”, dice Pauline Talagrand. “ə giornalistə sono sessistə come tutte le altre persone”, dice Lénaïg Bredoux. Una ragione in più per rimettersi in discussione, perché siamo come le altre persone”, dice. Ma insiste su un punto: unə gender editor non è un corpo di polizia del genere. La responsabile del dipartimento politico di Mediapart, prima di proporre e vedere accettata questa nuova sfida, sottolinea che è “un altro passo di un lavoro iniziato diversi anni fa”, con un team di gestione che ha “investito editorialmente nella questione della disuguaglianza di genere, della pedocriminalità, della violenza sessista e sessuale – investimenti finanziari e umani”. Assieme a France Inter, è stata infatti la sua squadra a rivelare il caso Baupin nel 2016. Chiaramente, l’unione con altre realtà è la prima condizione necessaria per far emergere queste problematiche all’interno delle redazioni.

Raccomandazioni pratiche

Tuttə concordano nel dire che non esiste una soluzione preconfezionata, “non c’è un unico buon modo per affrontare la questione delle donne e del genere”, dice Lénaïg Bredoux. Jessica Bennett definisce il campo d’azione di unə gender editor sulla base di cinque elementi: i soggetti, le fonti, il vettore dell’informazione (come Instagram, un social network molto usato dalle donne, o le newsletter inviate la mattina presto “prima di portare i bambini a scuola”) e il linguaggio. Infine, sottolinea l’importanza di avere una redazione che rappresenti al meglio la società, con donne che occupano posizioni di responsabilità. Secondo Pauline Talagrand, “unə gender editor non deve effettuare un controllo a posteriori, ma bisogna intervenire a monte e a valle. Abbiamo riattivato cose che esistevano già nel manuale dell’AFP, come nel caso delle descrizioni fisiche”, dice. Il nostro grande successo è stato la femminilizzazione delle professioni. Abbiamo lottato a lungo, perché c’erano persone per le quali scrivere “procuratrice” era inconcepibile”.

Anche a Mediapart non esistono soluzioni pronte, ma viene fatta una revisione della “griglia delle priorità editoriali” e un lavoro sulla “scelta delle parole”. “Forse un giorno si parlerà di pedocriminalità e non più di pedofilia?” spera Lénaïg Bredoux. “Ma a Mediapart abbiamo già usato la parola ‘pedofilia’, non ci poniamo come insegnanti. Non si cambiano anni di abitudini e cultura professionale in uno schiocco di dita”, dice Lénaig, che è felice di vedere le cose cambiare anche in altre redazioni, soprattutto nella stampa quotidiana regionale. Il giornale Ouest-France, per esempio, ha appena lanciato una newsletter che parla dell’uguaglianza tra donne e uomini, ma anche della lotta contro ogni forma di discriminazione, “Égalités”. Lénaïg Bredoux plaude anche all’introduzione di una carta della scrittura, volta in particolare a “tendere verso un trattamento più rappresentativo delle donne”.

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Posizioni lavorative di transizione

Se queste posizioni di gender editor sono ancora degli epifenomeni – anche il giornale spagnolo El Diario ha assunto una gender editor, Ana Requena Aguilar – sono comunque dei passi in avanti. All’AFP, Pauline Talagrand e Aurélia End sono evolute professionalmente all’interno dell’azienda e hanno assunto posizioni manageriali. “È una lotta a lungo termine”, insiste Pauline Talagrand. Queste sono posizioni lavorative temporanee perché una volta che l’argomento sarà trattato correttamente, non ci sarà più bisogno di noi. Ci saranno altre questioni da affrontare. Ma stiamo parlando di decenni! La giusta rappresentazione della popolazione è molto importante, è così che i media sopravviveranno”.

“Quando abbiamo creato questa posizione lavorativa, sapevamo che non sarebbe nemmeno dovuta esistere, proprio come per le questioni razziali”, dice Jessica Bennett. La copertura sulle questioni di genere dovrebbe esistere in ogni sezione del giornale, ma a volte le istituzioni hanno bisogno di aiuto quando si tratta di parlare di donne, persone LGBTQ, minoranze etniche…”. Pauline Talagrand è d’accordo, afferma che “il lavoro che facciamo per le donne è un primo passo, ma dobbiamo farlo per tutto il resto, ad esempio sulle questioni relative agli orientamenti sessuali, che sono argomenti ‘sensibili’ perché le persone spesso non hanno le conoscenze per parlarne. ə gender editors hanno ancora molta strada da fare”.

Fonte
Magazine: Cheek Magazine
Articolo: LES GENDER EDITORS ARRIVENT DANS LES MÉDIAS FRANÇAIS
Scritto da: Delphine Le Feuvre
Data: 22 gennaio 2021
Traduzione a cura di: Charlotte Puget
Immagine di copertina: Judit Peter
Immagine in anteprima: freepik

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