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Siamo stanche di essere molestate sui mezzi pubblici
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Siamo stanche di essere molestate sui mezzi pubblici

Redazione
Articolo di Benedetta Castellaro

Quando sono incazzata scrivo lettere.
Lo faccio da sempre, da quando ho capito che il mondo non gira nella direzione in cui voglio io e ho iniziato a lamentarmene. Perché quando sono delusa e scontenta mi lamento tantissimo; non sono nata in tutta fretta per stare a guardare una vita che non mi piace. A nove anni ho iniziato a scrivere sui quaderni a righe, poi sono passata ai diari segreti ricoperti di brillantini, ai fogli di carta stropicciati, alle agende di anni sbagliati e, quando non ho avuto più tempo, ai margini dei libri di matematica. Solo quando sono arrivati Facebook, Whatsapp e Instagram qualcunə ha iniziato a leggere davvero quello che scrivevo.

E verba volant ma scripta manent, perciò due settimane fa ho scritto di nuovo: questa volta la lettera era indirizzata alla città di Genova, al sindaco Marco Bucci e al presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, ma anche a tutte le persone che a Genova hanno vissuto almeno un minuto della loro vita. Ho scritto perché ero incazzata, ed ero incazzata perché la mia migliore amica era sconvolta.

Ecco cosa ho scritto nella mia lettera:

Masturbarsi sull’autobus, a Genova, è legale?

Secondo i dati ISTAT pubblicati due anni fa, nel 2019 in Liguria 369 donne hanno denunciato maltrattamenti subiti da familiari o conviventi, 365 donne hanno denunciato atti persecutori, 367 percosse e 177 violenze sessuali. In totale, in un anno, in Liguria si sono accolte 1.278 denunce di violenza maschile ai danni di donne.

Perché ve lo sto scrivendo oggi? Perché ieri è successo alla mia migliore amica. Non è la denuncia in sé che mi ha portato a scrivervi, e nemmeno il fatto che a farla sia stata la ragazza che conosco da quando eravamo bambine. Ciò che mi ha lasciato interdetta, sconvolta, senza parole ma con voglia di scriverne e parlarne, è ciò che è successo durante la denuncia. Ve lo racconto come Kimberly, ventitré anni compiuti da poco, lo ha raccontato a me.

Ieri mattina è andata dai Carabinieri a denunciare un tizio che, in autobus, si è tolto il pene dai pantaloni e ha iniziato a masturbarsi davanti a lei. Dopo che la mia migliore amica, mia sorella, è stata completamente ignorata da passeggerə, da passanti, e anche dai tre autisti AMT a cui si è rivolta per chiedere aiuto, il carabiniere che ha preso la denuncia in carico le ha risposto: “Oh, poverina. Però posso permettermi di farle un complimento? Lei è davvero una bella ragazza”.

Adesso, le reazioni che potreste avere leggendomi sono due: se siete una donna avete probabilmente sgranato gli occhi, ma non vi siete stupite più di tanto. Siamo abituate a questo generi di commenti, anche quando non c’entrano nulla, anche quando non sono richiesti, anche quando a farli è un carabiniere dopo una denuncia di molestie sessuali. Perché è stata una molestia sessuale, anche se la denuncia è stata accolta come “atti osceni in luogo pubblico”. Come “luogo pubblico” immagino intendano la faccia di una ragazza di ventitré anni. La seconda reazione, se siete uomini, non ho idea di quale potrebbe essere. Ma spero di vedere presto quale sarà.

Che cosa facciamo adesso? Accettiamo un comportamento del genere? Pensiamo “oh, poverina” e passiamo alla prossima notizia? È successo tutto alle 09:00 del mattino di un giorno soleggiato, a Genova, la “Superba”. Prima su una vettura del trasporto pubblico, poi in una Caserma dei Carabinieri.

Cosa facciamo adesso? Vi dico cosa sto facendo io, cosa stiamo facendo noi. Abbiamo raccolto altre storie di molestie successe a Genova negli ultimi cinque anni, la maggior parte delle quali non sono nemmeno state denunciate. Perché delle denunce non ci fediamo più, delle forze dell’ordine non fidiamo più, non ci fidiamo più di niente e di nessunə. Ve ne racconto alcune, poi vi dico cosa vogliamo.

Matilde, 13 anni: “Premetto che mi è successo parecchie volte di trovarmi di fronte a situazioni di questo tipo, sia come vittima che come spettatrice. La prima volta mi successe una sera sul 20, di ritorno dalla palestra. Avevo 13 anni e un uomo si appoggiò a me strofinandosi in maniera molto vigorosa il pacco. Mi vergognai come se fossi stata io il problema. Lo raccontai solo a mia mamma una volta tornata a casa, in lacrime. […] Il fatto più eclatante avvenne però quando avevo 18 anni. Un pomeriggio di Aprile, subito dopo essere uscita dal liceo, salgo sul 40 a Portello che, come sempre, era affollatissimo. Appoggio lo zaino a terra per non dare fastidio e vedo salire un uomo sulla cinquantina […] che mi si mette dietro spingendomi. Convinta che volesse passare per poter scendere alla fermata seguente, in modo molto gentile ed educato gli chiedo se dovesse passare. Con un sorriso mi risponde che stava bene dove era. Passa qualche istante e sulla mano con cui stavo tenendo lo zaino a terra sento una sensazione strana, viscida: in poche parole mi aveva messo il pene in mano e, nel momento esatto in cui ho realizzato cosa stesse succedendo, è venuto bagnandomi la mano. D’istinto la tolgo di scatto e comincio a urlargli contro. Tutto l’autobus si gira a fissarmi ma nessuno accenna ad aiutarmi in alcun modo. Stavano lì, impassibili. L’uomo mi disse sorridendo testuali parole: “Scusami ma non ce la facevo più, sei così bella”. Inorridita e umiliata gli intimo a scendere dall’autobus, e lui lo fa come se niente fosse. Mi guardo intorno cercando qualche sguardo in cui trovare aiuto, comprensione o anche solo rabbia. Niente. Nessuno, nemmeno il conducente che aveva sentito tutto accennò a qualcosa. Solo una signora a fianco a me, sulla sessantina, si tolse dalla tasca un fazzoletto, me lo porse e mi disse “Tieni cara, pulisciti. Sono cose che capitano”. Mi ricordo di quel momento come il giorno in cui mi sentii più sola in questa società. Più dello schifo che provavo per quell’uomo, era forte la tristezza e la delusione nel prossimo, di chi avevo vicino e non ha fatto nulla lasciando che succedesse come se fosse la normalità”. Linee 20, 36 e 40 AMT Genova.

Clarissa, 14 anni: “Avevo 14 anni e stavo tornando a casa da scuola sull’1, quindi pomeriggio intorno alle 17:00/18:00. Autobus strapieno. Più o meno all’altezza del ponte di Cornigliano mi si avvicina un vecchio che avrà avuto 80 anni minimo che ha iniziato a guardarmi in modo così viscido che quegli occhi non li ho mai dimenticati, a distanza di 8 anni. Mi guarda e mi fa: “Ma sei bellissima, quanti anni hai?” e io rispondo tranquillamente: “14”. E lui, visibilmente eccitato e probabilmente anche con un’erezione, mi comincia a chiedere se fossi vergine, e chi mi aveva insegnato “le cose” etc. Io ero confusa e non sapevo che fare, anche perché NESSUNO intorno a me ha pensato di dire o fare niente. Ad un certo punto mi fa: “Senti ma ci incontriamo? Vieni a casa con me?”. Io subito ho risposto di no. Lui ha insistito: “Guarda che ti pago” e io ho rifiutato di nuovo. Alla fine si è arreso, dicendomi che era venuto a parlarmi perché “quando mi aveva vista si era agitato” e finalmente è sceso”. Linea 1 AMT Genova.

Annalisa, 15 anni: “Quando andavo al liceo succedeva di continuo sugli autobus, specialmente sull’autobus 35, tanto che non volevo mai prenderlo. Spesso c’era un uomo che avrà l’età di mio padre, con un cappotto, che si appoggiava col membro sul sedere delle ragazze. È capitato anche a me. A volte c’era anche un ragazzo che toccava i culi delle ragazze. Questo succedeva (e succede) soprattutto quando
l’autobus era pieno, all’uscita di scuola nel tragitto da Portello a Principe. […] Un’altra volta mi è successo di essere sull’autobus 3, ormai al capolinea, ero con una mia amica. Avevamo 15 anni. Un ragazzo sulla trentina, massimo 35, si siede di fronte a noi ed inizia a masturbarsi. Non eravamo sole sull’autobus ma nessuno ha fatto o detto niente”. Linee 3 e 35 AMT Genova.

Veronica, 15 anni: “Ero in prima superiore, linea 13, 7.30 del mattino. […] Ecco, appena appoggio lo zaino in terra mi si avvicina un uomo, alto, enorme rispetto a me e si sistema vicino a me. Non ci faccio troppo caso, fino a che non sale un suo amico e iniziano a parlare indicandomi e ridacchiando. Da ragazza, certe cose le capisci al volo, […] quindi capisco immediatamente che c’è qualcosa che non va. Cerco di mantenere la calma e mi sposto poco più in la. Errore gravissimo. Inizia a seguirmi, ad appoggiarsi a me, a toccarmi la coscia. Penso in fretta e la soluzione migliore che mi viene in mente è scendere dal bus, altra enorme minchiata. […] Non ho mai avuto tanta paura. Le porte si aprono e mi rendo conto di essere dalla piastra di Marassi. Non c’è nessuno. Metto un piede giù dal bus e lui scende, cambio idea all’ultimo e risalgo, sperando con tutta me stessa che le porte si chiudano prima che lui potesse accorgersene, ma se ne accorge e risale. Comincio a fare su e giù per il 13 per provare a scappare da lui ma nulla lo ferma, nessuno, era palese che fossi una ragazzina spaventata da questo tizio e nessuno ha mosso un dito, continuava a toccarmi. Finalmente vedo un gruppo di ragazzi e mi ci nascondo dietro, non dico una parola ma evidentemente uno dei ragazzi si accorge della situazione e fa da scudo tra me e lui, non ci siamo nemmeno rivolti parola con sto ragazzo ma ho visto che si è volutamente messo in mezzo. […] Da quel giorno, per mesi, non ho più preso il 13 da sola. […] Se non ci fosse stato quel ragazzo non so come sarebbe potuta finire. […] Queste cose, nel ventunesimo secolo non dovrebbero succedere”. Linea 13 AMT Genova.

Alessia, 19 anni: “In pratica lunedì [lunedì 29 marzo 2021 ndr] ero sul 49 a Brignole, stavo andando a lavoro e ho visto che c’era quest’uomo alto con una giacca più o meno lunga. Il 49 stava partendo e dopo un po’, perché ero al telefono,mi sono accorta che lui era attaccato a me. C’era l’autobus quasi vuoto e quindi mi sono messa lo zaino che portavo tra me e lui (io ero seduta e lui era in piedi), dopo ho visto che aveva il pene di fuori. Io subito mi sono alzata e sono andata dove c’era gente, e lui è sceso subito dopo. […] Sono rimasta scioccata”. Linea 49 AMT Genova.

Vanessa, 20 anni: “Tornavo a casa ed erano le 15/15:30. Quindi pieno pomeriggio con gente. Subito non me ne sono accorta perché io guardo sempre fuori dalla finestra… solo che ad un certo punto cercavo i fazzoletti in borsa e ho visto che aveva il pene di fuori. Aveva una cappotto, quindi si mezzo copriva ma mi fissava. Era l’8. L’ho preso in Piazza Montano e scesa a Certosa. Non ho avvisato nessuno perché tempo che me ne ero accorta lui si è preso male ed è andato verso il centro (ero seduta nel sedile singolo vicino all’entrata del fondo, quindi con la schiena verso il senso di marcia) sono scesa ed è sceso anche lui. Però lui a Certosa non l’ho mai visto”. Linea 8 AMT Genova.

Alessandra, 21 anni: “È avvenuto nel 2016, ero sull’autobus tranquilla. Ad una certa salgono un padre con il figlio disabile, cieco e probabilmente con qualche problema mentale. Il ragazzo inizia a parlarmi e io gli rispondo, per cortesia. Ad una certa mi chiede di ripetere ogni singola frase che dicessi e, nel mentre, aveva iniziato a masturbarsi. Io sconvolta gli dico di smetterla. A quel punto interviene il padre e mi dice “Lascialo stare, non vedi che ha dei problemi?”. Non uno “Scusa”, non un gesto per bloccare il figlio. Non ha aperto bocca finché io non ho alzato la voce. Ovviamente nessuno ha mosso un dito, e l’autobus era pieno di gente”. Linea 13 AMT Genova.

Vedi anche

Le testimonianze che ho riportato in questa lettera sono solo sette, ma in poche ore ne ho raccolte più di venti. Io, una sconosciuta, da sola, con i suoi profili social seguiti da un pugno di persone, ho raccolto ventuno denunce in mezza giornata. Ho ascoltato e letto più di ventuno racconti, ho offerto il mio sostegno, non ho chiesto come fossero vestite quel giorno. Non ho detto a nessuna “Consolati, sei una bella
ragazza”.

Se io ho fatto questo, cosa potete fare voi? Vogliamo vivere sicure. Vogliamo poter prendere l’autobus senza avere il terrore che qualche uomo possa masturbarsi davanti a noi, totalmente indisturbato. Indisturbato daə passeggerə, daə autistə, dalle forze dell’ordine che poi ci diranno “Oh, poverina. Però sei una bella ragazza!”. Indisturbati da un governo comunale e regionale che non ci garantisce sicurezza nella nostra città, nella via di casa nostra, negli autobus che ci portano a scuola.

Non ci sentiamo sole, siamo sole. Quando ci aiuterete? Ero incazzata e lo sono ancora. E proprio per questo sto scrivendo di nuovo. Quando ho pubblicato la lettera, che è stata condivisa da più di cinquemila ragazze, l’attenzione pubblica (e quindi mediatica) genovese è sembrata svegliarsi da un letargo durato duemila e ventuno anni. In un paio di giorni io e Kimberly siamo state contattate da decine di giornali, radio, programmi televisivi e podcast.

In due giorni ho raccolto più di 300 testimonianze di molestie sessuali subite a Genova, ho aperto una raccolta firme che oggi unisce 12mila nomi, e tutte insieme siamo arrivate in Consiglio Comunale, la settimana scorsa, e in Consiglio Regionale, ieri pomeriggio. Il Sindaco di Genova e il Presidente della Regione Liguria, insieme alle rispettive Giunte, si sono impegnati per “aprire un tavolo di lavoro urgente tra Regione, Centri Antiviolenza, Ufficio Scolastico Regionale, Università , forze dell’ordine e organizzazioni sindacali”. L’obbiettivo di questo tavolo (o tavoli, non ho ancora capito quanti saranno e comunque finché non li vedrò resto pacatamente ottimista) sarà quello di programmare azioni di sensibilizzazione e formazione rivolte a tutta la cittadinanza ligure, per riconoscere, affrontare e superare le situazioni di molestie che le donne sono costrette a subire quotidianamente.

È un gran traguardo, sulla carta. Ma la realtà e la società restano problematiche tanto quanto prima. Sono passate due settimane dalla pubblicazione della lettera, e io e Kimberly ci troviamo ancora costrette a discutere virtualmente con giornalistə (presuntə) che pretendono di poter utilizzare le nostre voci e i nostri corpi per creare servizi da gossip pomeridiano. Come se la nostra sofferenza, i nostri traumi, le storie di centinaia di ragazze potessero far parte di un qualsiasi programma tv che si accende, si illumina, e poi si spegne dopo una ventina di minuti.

Verba volant e scripta manent: continuo a scrivere. Perché spero che ci sarà chi continuerà a leggerci anche fra più di venti minuti, perché spero che ci sarà chi continuerà a leggerci finché il problema non sarà risolto. E ci vorrà una vita di impegno affinché il problema venga risolto. Fortuna vuole che noi siamo tante, e siamo vive.

Nel frattempo vorrei che chiunque leggerà le mie parole si fermasse un attimo per capire: la nostra vita non è un gossip. I nostri traumi, le nostre paure, non sono trend a cui partecipare condividendo un post su Instagram e dimenticandosene dopo 24 ore. Matilde, Clarissa, Annalisa, Veronica, Alessia, Vanessa, Alessandra: siamo persone vere, abbiamo provato paura vera, non siamo colpevoli di niente e nonostante questo dobbiamo camminare per strada controllando la nostra ombra alla luce dei lampioni, il nostro riflesso sui finestrini degli autobus.

Non potete dimenticarlo. Non dovete dimenticarlo. Non permetterò che lo dimentichiate. Perché non sono nata in tutta fretta per stare a guardare una vita che non mi piace.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di:  Diana SimumpandeShawn AngMatthew Henry su Unsplash e di Francesca Traverso.

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