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Intervista a Dalia Ismail, dottoressa e attivista italo-palestinese

Intervista a Dalia Ismail, dottoressa e attivista italo-palestinese

Israele e Palestina: un’analisi svolta da Dalia Ismail sul genocidio palestinese e sulla strumentalizzazione delle donne e delle istanze LGBTQIA+

È passato quasi un anno dall’attacco del 7 ottobre, evento che ha catalizzato l’attenzione deə più su quella che ormai dal 1948 è l’operazione di pulizia etnica che Israele, coadiuvato dall’Onu, porta avanti in terra palestinese. Quello a cui assistiamo quotidianamente è un genocidio in diretta televisiva, eppure vedo troppe persone ancora reticenti e illegittimamente confuse quando si parla dell’argomento.

Così, in questa intervista, mi avvarrò del sapere di Dalia Ismail, laureata in Relazioni Internazionali e Sicurezza Internazionale, attualmente attivista e giornalista presso testate nazionali e internazionali, per fare il punto sulla questione. 

Giada Basile: Ciao Dalia, è un onore per me averti qui. Lo scopo di questa intervista è quello di fare chiarezza sulle efferatezze che da 76 anni avvengono sotto gli occhi di tuttə, nella connivenza generale. 

Dalia Ismail: Ciao Giada, è un piacere anche per me! Certo, inizia pure.

GB: Mi piacerebbe partire dal principio e quindi dalla Dichiarazione universale dei diritti umani promulgata dall’Onu nel 1948. Abbiamo dunque assistito alla fine di quasi tutti i totalitarismi e della shoah ed è stato scoperto il genocidio degli armeni. Per questo l’Onu espone la sua volontà di riconoscere la dignità di tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, e di voltare pagina.

Eppure, com’è già noto, sono state diverse le occasioni in cui le sue risoluzioni sono state deliberatamente ignorate. 

Sappiamo che lo stato di Israele è il sogno sionista europeo, e che la sua massima esplicazione è il colonialismo degli insediamenti. Per questo volevo chiederti di spiegarci:

  • Quali sono i principi e gli obiettivi del sionismo? 
  • E, commentando i fatti storici – a partire dall’evacuazione forzata di 700.000 arabə palestinesi nel 1948, la Nakba –,  che significa che Israele è uno stato colonialista, come il colonialismo degli insediamenti ha trovato manifestazione nella storia dell’unico Stato palestinese?

DI: Allora, il sionismo è un’ideologia suprematista occidentale, perché è nata in Occidente da Theodor Herzl, scrittore e politico ungherese, che ha teorizzato il sionismo alla fine dell’Ottocento.

In quest’epoca l’Occidente si stava spartendo il mondo e si faceva a gara per chi riusciva a dominare il Sud globale attraverso l’acquisizione di colonie.

Così come ə francesi, ə inglesi, ə italianə credevano di essere una razza superiore alle altre, e mostravano l’intento di governare gli altri paesi del mondo, considerati incivili e inferiori, anche il sionismo ha teorizzato la stessa cosa per ə ebreə d’Europa: cioè, la visione secondo cui il popolo ebraico – che in realtà non è un popolo ma un insieme di persone che praticano una religione – avesse bisogno di uno stato che fosse soltanto suo, in cui la razza ebraica potesse essere separata da tutte le altre razze, in cui ci fossero, per ə ebreə, le stesse opportunità di dominio e visioni imperialiste di tutti gli altri paesi e popoli europei. 

Dopodiché, si sono formati i primi movimenti sionisti influenti con l’intento di costruire questo stato ebraico prima teorizzato. Così i sionisti hanno iniziato a chiedere aə  inglesi, all’Italia e a tutti questi paesi dove potersi stanziare.

Per una serie di motivi politici e strategici, sono arrivati ad un accordo con ə inglesi per stabilirsi in Palestina. È quindi una menzogna dire che il popolo ebraico o ə israelianə sono sempre statə in Palestina, sia perché il sionismo è nato alla fine dell’Ottocento in Europa e sia perché il sogno non era quello di insediarsi proprio in Palestina – al tempo una delle tante opzioni possibili!

Dunque, il sionismo è un’ideologia politica, suprematista e razzista, totalmente diversa dall’antisemitismo: una forma di razzismo nei confronti delle persone ebree. In più, la maggior parte delle persone sioniste non sono ebree. Difatti ci sono molti sionisti che appartengono ad altre etnie e abbracciano il sionismo per motivi valoriali e politici.

La Nakba, invece, è la messa in pratica del sionismo, della costituzione di uno stato suprematista e razzista in Palestina. Quindi il 15 maggio del ’48 si costituì formalmente lo stato di Israele e le Nazioni Unite furono complici nella sua creazione; da qui si vedono tutte le ingiustizie e i problemi dell’Onu e del sistema internazionale. Non possiamo pretendere che l’Onu aiuti la Palestina se è proprio stato la causa del male della Palestina. L’Onu ha stabilito sulla carta che dovesse esistere uno stato di Israele, permettendo aə israelianə di arrivare in Palestina uccidendo ə palestinesi, deportandolə per potersi stanziare in quelle terre e costruire quello stato. Questo si chiama colonialismo di insediamento, cioè, colonizzare uno Stato eliminando la popolazione indigena.

Ci sono diversi tipi di colonialismo. Per esempio, il colonialismo classico attuato dalla Francia in Senegal, per cui ə senegalesi avrebbero continuato a vivere nella loro terra, mentre la Francia dominava il paese, sfruttando il territorio, gestendo la politica, senza eliminare la popolazione nativa, per potersi stanziare lì. Questa è la differenza con la Palestina dove c’è il colonialismo di insediamento.

GB: Perfetto. Proseguo segnalando l’art. 4 della Dichiarazione, che sottolinea che nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù […]. Mentre nell’art. 5 si evidenzia che nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Pappé osserva brillantemente che c’è solo un’invenzione umana che sottrae ai cittadini, temporaneamente o per lunghi periodi, gli elementari diritti umani e civili: la prigione. Dunque che differenza c’è tra la megaprigione della Cisgiordania e quella di Gaza?

DI: Si tratta di due territori dominati da Israele, l’unica differenza è che la Cisgiordania è occupata e ufficialmente gestita da Israele. Lì, arrivano, ogni giorno, coloni dal resto del mondo per occupare e dominare i territori palestinesi. È Israele che fa i suoi affari, sia tramite se stesso che l’autorità pseudo-statale, creata apposta per fare gli interessi di Israele; infatti ha tanti accordi di collaborazione con Israele. In Cisgiordania non abbiamo mai dei massacri che avvengono alla stessa intensità di Gaza, proprio per questo: la Cisgiordania è già sotto il controllo israeliano, Gaza no.

La resistenza palestinese è stata già in grado di liberarla, nel 2006, da tuttə ə coloni israelianə che erano lì e che quindi, non riescono a controllarla. Per questo motivo l’hanno assediata, da vent’anni, cercando di controllarne i confini. Consequenzialmente, ogni tre per due cercano di uccidere ə leader della resistenza, di bombardare e uccidere la gente, e rendere la vita a Gaza impossibile. 

GB: In situazioni di disagio, si può evadere dalla Cisgiordania?

DI: La Cisgiordania è una prigione: non si può né entrare, né uscire se non col permesso israeliano. Invece, per quanto riguarda la Palestina, è molto difficile uscire. La vita deə palestinesi dipende in tutto e per tutto da Israele. L’acqua deə palestinesi, il cibo, il lavoro, lo studio, la possibilità di movimento, dipendono da Israele.

GB: Perché paragonare il regime di apartheid sudafricano con quello di apartheid israeliano è inesatto? 

DI: Il paragone con l’apartheid non è del tutto inesatto, perché il Sudafrica è un paese dove c’è stata la massima espressione dell’apartheid. Tuttavia, l’inesattezza si cela nel fatto che Israele non è solo uno stato di apartheid, quindi non c’è solo un’etnia che ha più diritti di un’altra e che comanda, ma è uno stato coloniale basato sulla pulizia etnica dei palestinesi e il suo è un colonialismo di insediamento, vuol dire che Israele ha totalmente cancellato la Palestina dalla faccia della Terra. 

GB: Le politiche degli Stati Uniti e di Israele coincidono? E, di fronte a tutta questa bella carta che abbiamo, al vergognoso immobilismo delle Nazioni Unite e alla connivenza dei suoi membri, quali strategie possiamo adottare, noi persone privilegiate, nella speranza che linea politica americana cambi?

DI: Sì, le politiche degli Stati Uniti e di Israele coincidono. Innanzitutto, perché gli Stati Uniti sono nati per la realizzazione del loro progetto coloniale di insediamento: sono nati, quindi, dalla cancellazione totale deə  nativə  americanə,alla stessa stregua di Israele. Si somigliano in tutto e per tutto. E poi, anche perché gli Stati Uniti hanno bisogno di questo stato per tenere sotto controllo il Medio Oriente. Israele è difatti una colonia statunitense ed europea.

Cosa possiamo adottare per fermare tutto questo? Innanzitutto, continuare a fare informazione, decidere di scrivere e usare tutte le piattaforme per sensibilizzare, perché l’informazione in Occidente è completamente veicolata per quanto riguarda la Palestina, probabilmente non c’è nessun argomento censurato quanto quello palestinese in Europa. 

E in secondo luogo il boicottaggio. Bisogna boicottare Israele, gli Stati Uniti e tutti ə loro alleatə. Io sono anche per il boicottaggio dell’Italia, onestamente; e se appartenessi a un altro paese, boicotterei l’Italia. L’Italia è al terzo posto per l’invio di armi ad Israele. 

GB: Purtroppo, quello di cui non ci rendiamo conto è che siamo tuttə complici. 

Proseguiamo.

Quali episodi potremmo ricordare per comprendere quanto il sistema di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni possa fare la differenza nella causa palestinese e nel depotenziamento di Israele?

DI: Potremmo partire dal Sudafrica: lì, l’apartheid è crollata grazie al boicottaggio del Sudafrica attuato a livello mondiale. Ad un certo punto, la comunità internazionale ha deciso che l’apartheid in Sudafrica facesse schifo, solo dopo averlo finanziato per un sacco di anni; e quindi con il boicottaggio di massa dei prodotti sudafricani, il Sudafrica è crollato. Ci sono dei risultati storici che ci dimostrano come il boicottaggio possa davvero produrre cambiamenti concreti. Non è vero che non serve a niente.

GB: Come rispondere a tutte quelle persone che ancora condannano l’attacco di Hamas del 7 ottobre? 

DI: Hamas ha fatto l’attacco del 7 ottobre perché si è rotto le palle di vivere sotto assedio israeliano ed è legittimo sotto il diritto internazionale, che piaccia ə europeə o che non piaccia. Non è più tollerabile che una persona dica ancora queste cose, dopo sette mesi, con tutte ciò che è successo: le università di Gaza non ci sono più, le case non ci sono più, non c’è neanche un negozio aperto per far ripartire l’economia, donne stuprate, la più grande carneficina di bambini della storia dell’umanità e la più grande carneficina di giornalisti della storia dell’umanità. Di cosa stiamo parlando? Secondo me è gravissimo. Bisogna avere rispetto per tutte le persone che stanno morendo in questo periodo. Se un genocidio in diretta tv non è riuscito a fare diventare intelligenti le persone non puoi riuscirci tu. Per cui vai oltre e risparmia le tue energie per altro.

GB: Le donne afroamericane furono le prime a criticare il femminismo occidentale mainstream, dicendo che la donna che si pensa universale agisce allo stesso modo del patriarcato, pensando che la sua identità bianca occidentale, borghese ed eterosessuale sia la massima rappresentazione di tutte le altre. 

Allora bell hooks, ne Il femminismo è per tutti dice che non si può essere veramente femministe se non si è femministe intersezionali e quindi se non consideriamo le varie forme di oppressione che attraversano gli individui: di genere, di razza, di classe e ambientale. 

Per questo ti chiedo: 

  • Le donne del Medio Oriente si sentono rappresentate dal femminismo occidentale e in che modo vengono strumentalizzate dall’Occidente?
  • Che cos’è il femonazionalismo?

DI: Il femminismo occidentale è molto complesso, non tutti i movimenti sono uguali, però generalmente ha un problema enorme con la causa palestinese, per tantissimi motivi. In primis perché le lobby filoisraeliane sono potentissime e quindi operano ovunque, anche nei movimenti femministi; dunque è capitato moltissime volte nella storia che movimenti femministi occidentali trascurassero totalmente la questione palestinese, che facessero danni enormi e che avvallassero un certo tipo di propaganda. Per esempio, quando è stata diffusa la fake news sugli stupri di Hamas del 7 ottobre, tantissimi movimenti femministi hanno avvallato questa propaganda facendo il gioco di Israele. Quindi c’è un problema di razzismo e islamofobia che non è mai stato risolto. E questo è il problema soprattutto dall’11 settembre in poi, quando si è portata avanti questa narrazione per poter invadere l’Afghanistan: il paese degli uomini musulmani misogini, dei talebani che picchiano e stuprano le donne, che non permettono loro di andare a scuola, che le obbligano a mettere il burqa. Così hanno invaso l’Afghanistan per decenni portando avanti la propaganda di voler andare a salvare le donne. Quando ə americanə nel 2020 si sono ritiratə  dall’Afghanistan sono partite queste notizie. Mentre, il problema dell’Afghanistan, distrutto dopo vent’anni di invasione e ingiustizie, erano solo le donne! 

Nel frattempo, i movimenti femministi continuavano a fare tanti eventi e manifestazioni in giro sulle donne afghane. Per cui c’è un problema di islamofobia e arabofobia radicato nella mentalità occidentale e anche femminista. Soprattutto femminista. Ovviamente, per questo motivo, non si è mai affrontato questo pregiudizio. 

Secondo me è molto riduttivo e razzista e deumanizzante, ed è dannoso continuare a strumentalizzare le donne facendo dei discorsi così superficiali.

GB: Ma perché, secondo te, si continua ad oscurare completamente la condizione delle donne nel Medioriente e perché la stragrande maggioranza delle femministe occidentali non indaga il problema con dati alla mano?

DI: Perché le femministe sono esseri umani, e in quanto persone femministe occidentali che vivono in un continente con una mentalità fortemente imperialista e colonialista, hanno a loro volta una mentalità fortemente imperialista e colonialista! Per quanto loro si battano per i diritti delle donne, non riescono comunque ad andare oltre al loro sguardo coloniale. Anche la loro solidarietà nei confronti delle donne afghane era estremamente pietista. 

Quando per esempio è stata uccisa Mahsa Amini in Iran, le rivolte e i movimenti solidali che ci sono stati in Occidente erano problematici. Perché hanno avvallato una propaganda geopolitica del bianco liberatore. E poi perché proprio le donne in Iran? L’Iran è il loro nemico geopolitico in Occidente: c’è questo scontro tra USA e Israele contro l’Iran. Quando c’è stata la morte di Mahsa Amini, l’Occidente ha usato l’accaduto per diffamare l’Iran. A loro non fregava molto di queste donne, ma hanno usato questa propaganda per creare un nemico geopolitico. E così è stato. 

Quando diverse settimane fa l’Iran ha subito il bombardamento del proprio consolato, da parte di Israele, che è un attacco terroristico e una violazione del diritto internazionale, ə europeə comunque hanno fatto molta fatica a dire che l’Iran aveva perfettamente ragione a rispondere a quell’attacco e ad attaccare Israele. 

Però siccome per loro l’Iran è un paese terrorista, misogino che picchia le donne e le uccide allora non merita di essere analizzato nella sua complessità. Bisogna analizzarlo come il paese cattivo che picchia e uccide le donne e allora non merita nient’altro. 

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E quindi, secondo me, le manifestazioni femministe solidali alle donne iraniane sono servite a questo: al processo di deumanizzazione, di creazione del nemico politico che è l’Iran. E non va bene. Bisogna andare oltre alla solidarietà. Sappiamo tuttə che uccidere le donne perché portano il velo è sbagliato, nessuno sta negando questo, ma bisogna fare attenzione alla propaganda e alle considerazioni!

GB: Noi donne femministe occidentali che cosa possiamo fare per evitare tutto questo? 

DI: Innanzitutto ascoltare di più le donne mediorientali, considerarle allo stesso livello delle donne occidentali e non con questo sguardo pietista continuo. Smettere di pensare che tuttə ə altrə siano stupidə e che non ci arrivino. Facciamo l’esempio dell’Iran: smettiamola di dipingere l’Iran come un paese retrogrado e bigotto perché ci sono state queste questioni con le donne, atroci e che non sminuisco; perché, per esempio, in Iran il livello dell’istruzione femminile è molto più alto rispetto a quello che c’è in Italia. Ci sono dei diritti che sono stati raggiunti in Iran che in Europa non ci sono ancora. Non è che c’è un posto in cui c’è il paradiso per le donne e in cui c’è l’inferno. Tutti i paesi del mondo sono infernali, perché la condizione della donna è atroce ovunque. Però l’errore è sempre credersi meglio deə altrə. Pensare che l’Italia sia meglio dell’Iran anche no. Sono semplicemente contesti diversi, storie diverse, battaglie politiche diverse. Però è ovvio che pensare “questo è cattivo, questo è un po’ meglio e questo è buono, è molto più semplice” che addentrarsi nella complessità, soffermarsi a pensare e a leggere e capire che ci sono tantissime sfumature e punti di vista da cogliere, che non c’è solo il governo iraniano è cattivo picchia le donne e allora destabilizziamo il paese.

GB: Perché la semplificazione permette di controllare più facilmente e noi nasciamo per questo.

DI: Esatto, esatto.

GB: In sintesi, che cos’è il femonazionalismo?

DI: Il femonazionalismo è la strumentalizzazione del femminismo, per portare avanti l’agenda imperialista coloniale. Quel tipo di femminismo che aiuta la propaganda occidentale che vuole deumanizzare in particolar modo il mondo musulmano, dichiarando che le donne lì sono trattate malissimo, che lì vivono una vita terrificante, mentre in Occidente sono libere ed emancipate per autorizzare le politiche imperialiste.

GB: Israele è davvero una democrazia o dovremmo forse parlare di democratura?

Ponendo l’accento su eventi come la Beast Parade, organizzata daə membrə del governo israeliano, in risposta alla Pride Parade, e considerando che questə ultimə si siano dichiaratə apertamente omofobə:

In che modo Israele usa le istanze lgbtqia+ per essere una democrazia – accennando alle posizioni del Likud di Netanyahu circa la questione?

DI: Sì, secondo me Israele è una democrazia. Se l’Italia e la Germania sono una democrazia, Israele è perfettamente una democrazia: tutto dipende dalla definizione che diamo alla parola democrazia.

Come c’è il femonazionalismo esiste anche l’omonazionalismo che è la stessa identica cosa: quindi dipingere ə arabə  e ə musulmanə  come le persone più omofobe al mondo, come barbarə che sparano aə gay, che li frustano in piazza davanti a tuttə; promuovere questa narrazione di Israele che è l’unico posto in cui i diritti civili sono rispettati in mezzo a questi arabi assassini con la barba lunga. Quindi certo serve strumentalizzare una comunità marginalizzata, vittima di questo mondo, come la comunità lgbtq+. Le persone lgbtq+ non se la passano bene da nessuna parte. Quindi dipingere il mondo occidentale come un posto sicuro per loro è un insulto alla causa lbtq+. Ed è un insulto strumentalizzare il loro dolore, strumentalizzare la loro lotta per portare avanti i propri interessi geopolitici. 

GB: Che garanzie ha quindi una persona che non è cisgender eterosessuale in Israele? I diritti della comunità lgbtqia+ sono riconosciuti?

DI: L’Israele è un paese che non è così tanto progressista come pensiamo, anche nei confronti di questa comunità. Per esempio, i matrimoni omosessuali non sono permessi in Israele, ed è un paese normale perché, come accade in tutti i paesi, ci sono sia persone omofobe e transfobiche, che persone tolleranti. Una persona, per esempio, transgender può subire discriminazione e violenza, in Israele come in qualsiasi altro paese. Soprattutto perché la comunità queer non è così tutelata come ci voglio farci credere. È importante parlare della comunità queer palestinese in quanto Israele si promuove come salvatore delle persone lgbtqia+ palestinesi, perché dice di accogliere le persone che fuggono dall’omofobia della società palestinese. Il che è una cavolata perché, se sei una persona palestinese non puoi entrare in Israele, perché non ti dà il permesso! 

C’è una violenza estrema nei confronti della comunità queer palestinese, in quanto Israele sfrutta questa condizione per fare i suoi interessi. Infatti, due anni fa, Zuhair Ghalith, un ragazzo gay palestinese è stato scoperto dai servizi segreti israeliani, che lo hanno ricattato, obbligandolo a lavorare con loro come spia, altrimenti avrebbero detto alla sua famiglia che era gay. Una volta scoperto Israele non l’ha tutelato ovviamente, e ə palestinesi quando scoprono che c’è una spia la ammazzano e così è successo.

Perché questo caso non ha fatto il giro del mondo? Israele che viene dipinto come paese che tutela i diritti lgbtqia+, ha costretto un ragazzo a tradire il suo popolo con la minaccia di fare outing. 

GB: Prima abbiamo parlato di boicottaggio e divulgazione come metodi per fare la differenza nella causa palestinese; invece, in che modo possiamo dare un aiuto tangibile alle persone palestinesi?

DI: Ci sono associazioni come l’UNRWA, associazione Onu che si occupa solo deə rifugiatə palestinesi, che eroga servizi, come scuole, e servizi sanitari, ma è Israele che decide cosa entra e cosa esce, tra strumenti e medicine. Per cui è sempre sotto ricatto, non può operare liberamente. Soprattutto in questo periodo Israele ha fatto tagliare i fondi all’UNRWA dalla maggior parte dei paesi occidentali e quindi l’UNRWA non riesce a gestire una catastrofe umanitaria come quella che è in atto a Gaza. 

Quindi, l’UNRWA e la Medical Aid for Palestinians sono alcune delle associazioni presenti.

GB: Concludo questa intervista lasciandoti carta bianca. Tra i tanti argomenti importanti di cui potresti parlarci, quale, secondo te, varrebbe la pena ricordare?

DI: Dall’11 maggio, sono passati due anni da quando la giornalista palestinese di Al Jazeera Shireen Abu Akleh è stata uccisa da Israele.  Voglio dire soltanto che, da quando è stata uccisa, non abbiamo avuto il tempo di metabolizzare questa perdita, perché l’anno scorso Israele stava già bombardando Gaza. Shireen Abu Akleh è una giornalista storica e tuttə quantə sono cresciutə con lei, ascoltando i suoi servizi; quindi, è come se tuttə avessimo perso un membro della nostra famiglia. 

La gente ha fatto schifo anche in quel caso. Quando è stata uccisa, Israele ha provato a raggirare la versione dicendo che sono statə ə palestinesi ad ucciderla. Tantissimə hanno minimizzato la questione, buttandola un po’ sul generico, sottolineando quanto fosse brutto uccidere ə giornalistə, senza invece affrontare la radice del problema: ovvero che Israele sistematicamente uccide ə giornalistə palestinesi, proprio per silenziare le loro voci e non fare arrivare le testimonianze delle atrocità che commette. 

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