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“I gruppi religiosi che mettono in discussione il diritto all’aborto non fanno nulla per combattere lo stupro”, sostiene la teologa
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“I gruppi religiosi che mettono in discussione il diritto all’aborto non fanno nulla per combattere lo stupro”, sostiene la teologa

Redazione

Isabel Aparecida Felix, del gruppo femminista Católicas pelo Direito de Decidir (Cattoliche per il diritto di decidere), enfatizza che la vittima dev’essere posta al primo posto, merita compassione e deve veder tutelata la propria dignità

Il caso della bambina di soli 10 anni rimasta incinta dopo quattro anni di abusi sessuali da parte dello zio ha fatto scalpore in tutto il Brasile, specie dopo che il tribunale le ha concesso l’autorizzazione a interrompere la gravidanza – in conformità alla legge che rende possibile l’aborto. Il sospettato è stato arrestato il 18 agosto a Belo Horizonte.

Durante il weekend del 15-16 agosto, gruppi religiosi conservatori si sono piantati davanti al Cisam (Centro Integrato Salute Amaury de Medeiros) della Upe (Università di Pernambuco), a Recife, nel tentativo di impedire l’intervento. Alcuni gruppi che difendevano il diritto all’interruzione da parte della bambina hanno deciso di passare la notte davanti al consultorio. Il procedimento è stato concluso la mattina del 17 agosto.

Venerdì 14 agosto il giudice Antônio Moreira Fernandes ha accettato la richiesta da parte del Pubblico Ministero in favore all’interruzione della gravidanza. Sul documento è possibile leggere che “è legittimo e legale l’aborto sopra le 20-22 settimane nei casi di stupro, anencefalia oppure in caso di rischio per la vita della madre”.

Secondo la teologa Isabel Aparecida Felix, membro del gruppo Católicas pelo Direito de Decidir (Cattoliche per il diritto di decidere, NdT) e Dottoressa di ricerca in Scienze religiose, la cosa fondamentale è parlare e discutere della questione non esclusivamente da un punto di vista religioso, bensì “a partire da dove guardiamo il mondo e il caso in questione e quali sono gli interessi che difendiamo”.

Isabel ricorda che le vittime di stupro sono portatrici di diritti, dignità personale e che lo sguardo rivolto verso di loro deve essere pieno di compassione. Intervistata da Ponte Jornalismo, Isabel Aparecida Felix riafferma la presa di posizione del collettivo composto da cattoliche progressiste in difesa della depenalizzazione dell’aborto.

La teologa femminista afferma che la lotta pro-choice è, soprattutto, una questione di sanità pubblica e perciò il gruppo lotta sostanzialmente per tre cose: l’educazione sessuale, la prevenzione delle gravidanze (l’uso dei contraccettivi, inclusi quelli d’emergenza) e l’accesso all’aborto legale e gratuito. “Questi sono i diritti per i quali lottiamo, sia in una prospettiva teologica femminista, sia in una prospettiva femminista sociale”, sottolinea.

Ponte: I gruppi religiosi conservatori si pongono contrari all’aborto perché credono che nessuna persona abbia il diritto di togliere una vita. È possibile portare il caso della bambina a una discussione sotto l’ottica religiosa? Ha senso, teologicamente parlando, tale presa di posizione?

Isabel: Sarebbe molto importante sottolineare che l’aborto legale al quale si è sottoposta la piccola e che la sua famiglia ha deciso di attivare — un diritto garantito da 80 anni dai Codici Civile e Penale — è la conseguenza diretta di quattro anni di atti brutali di violenza subiti da questa bambina. La gravidanza che portava nel suo grembo, ancora in formazione, era frutto di un atto di violenza sessuale, non consentito, ovvero uno stupro. Dunque, l’interruzione di questa gravidanza ne è la conseguenza diretta. La causa è oltre a tutto ciò: è lo stupro che donne e bambine brasiliane soffrono sui propri corpi sin dall’epoca della colonizzazione.

Mentre rispondo all’intervista quattro o più bambine, di età fino ai 13 anni, sono stuprate in Brasile. E il profilo dell’aggressore è quasi sempre lo stesso: qualcuno vicino alla vittima e alla sua famiglia. Tra il 2011 e il 2016 il Ministero della Sanità brasiliano ha svelato che il Paese sudamericano ha avuto 4.262 vittime adolescenti rimaste incinte dopo uno stupro. A partire da questi dati credo che i poteri politici debbano guardare lo stupro come un tipo di violenza brutale e che, di fatto, applichino le politiche pubbliche e i provvedimenti necessari nel combattere e affrontare tale violenza, che distrugge le vite delle donne e bambine in Brasile.

Ai gruppi religiosi che mettono in discussione l’aborto chiederei: perché non parlate e discutete sul crimine di stupro commesso dallo stupratore? Perché non fate nulla per contribuire e combattere tal crimine? Perché i leader religiosi non difendono il rispetto sul proprio corpo? Perché non discutono e non fanno sì che vengano rispettati i diritti umani delle bambine e delle donne? Le vite realmente importano.

Ponte: Ancora sull’ottica religiosa: ma in quale situazione l’aborto non dev’essere fatto? Oppure è sempre la donna che lo deve decidere, a prescindere dalla situazione?

Isabel: Noi in quanto Católicas pelo Direito de Decidir difendiamo che tutte le donne, in qualsiasi situazione, debbano avere il diritto di decidere sul proprio corpo, sulla sessualità e sulla vita in generale.

Ponte: Davanti a questo specifico caso della bambina di soli 10 anni, quale dovrebbe essere la presa di posizione più, diciamo, coerente, religiosamente parlando?

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Isabel: La Storica delle Religioni Karen Armstrong, nel suo libro “Dodici passi verso una vita compassionevole” (non ancora edito in Italia, NdT), afferma che il valore della compassione è un elemento comune nelle quattro grandi religioni: il Buddismo, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam. Concordo con l’autrice, però, la compassione è anche un valore umano così come la giustizia e la dignità. Penso che, anziché giudicare questa bambina, dovremmo guardare verso la situazione della vittima dello stupro con compassione e anche come una persona portatrice di diritti, dignità e soprattutto del diritto alla giustizia. Questa sì che sarebbe una presa di posizione coerente, tanto dal punto di vista religioso quanto umano.

Ponte: Lei crede che situazioni come questa saranno sempre così in Brasile, ovvero viste e seguite da tutti, anche in maniera eccessiva fino a quando l’aborto sarà penalizzato? Quale sarebbe, quindi, la strada per cui i casi come questi vengano risolti senza che ci sia odio e polemica intorno e che le donne abbiano più libertà nelle loro scelte?

Isabel: Allora, nel caso della bambina in questione, è stato realizzato un aborto legale, perché lei rispondeva a due dei requisiti previsti nel Codice penale brasiliano del 1940: gravidanza conseguente a stupro e la vita della donna a rischio. E nonostante le avessero autorizzato l’interruzione della gravidanza, il suo diritto non è mai stato rispettato. C’è stata resistenza da parte del personale medico-sanitario dell’Hospital Universitário Cassiano Antônio Moraes-HUCAM, a Vitória. Oltre a giustificarsi sostenendo che la gravidanza era in stato avanzato, i medici hanno trascurato il fatto che l’interruzione può essere realizzata in qualsiasi età gestazionale nel caso in cui la gravidanza metta a rischio la vita della vittima bambina. Lei è riuscita a far rispettare il suo diritto ad abortire soltanto ore dopo, in un’altra città, questa volta a Recife all’Hospital no Centro Integrado de Saúde Amauri de Medeiros (a quasi 2 mila km da Vitória, NdT).

Come possiamo vedere, in Brasile, anche nei casi in cui l’aborto è legale viene “socialmente” criminalizzato, sia per motivi religiosi sia culturali. Perciò, addirittura prima di difendere la depenalizzazione dell’aborto, una volta che in Brasile è anche questione di sanità pubblica, noi del Collettivo difendiamo e lottiamo anche per un’educazione sessuale a favore della scelta, l’accesso ai contraccettivi e l’aborto legale e gratuito. Questi sono tre punti importanti e che sono i diritti per i quali lottiamo in una prospettiva femminista, sia dal punto di vista teologico sia sociale.

Sappiamo che questa è un’ardua impresa di presa di coscienza necessaria in tutti gli strati della società. Però, fino a quando il ceto religioso continuerà ad agire con ostilità nei confronti delle vittime, bambine e donne che realizzano l’aborto legale perché sono state stuprate, si continuerà a colpevolizzare le vittime e non gli stupratori, i veri colpevoli. E questa è una lunga strada che dobbiamo ancora percorrere in Brasile.

Fonte
Magazine: Ponte Jornalismo
Articolo: “Religiosos que questionam aborto não fazem nada para combater estupro, diz teóloga”
Scritto da: Neto Rossi
Data: 18 agosto 2020
Immagine di copertina: Elisa Gargiulo per Ponte Jornalismo
Traduzione a cura di: Bruna A. Paroni

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