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Lo stupro: un’arma del retaggio culturale patriarcale

Lo stupro: un’arma del retaggio culturale patriarcale

TW: violenza sessuale, stupro, razzismo, suicidio

Durante i secoli la violenza sessuale è stata usata dalle istituzioni come metodo di controllo e di oppressione. Che si parli di guerra, carceri o delle dinamiche di violenza domestica, lo stupro ha un obiettivo fermo: rimetterti al ‘tuo’ posto.
Stavo leggendo Donne, razza e classe di Angela Davis, quando mi sono imbattuta nelle testimonianze di violenza sessuale vissuta dalle donne vietnamite da parte dell’esercito statunitense, atti a reprimere, spaventare e spezzare la popolazione. Atti moralmente giustificati dai soldati. Ascoltando questi pezzi di vita ho cominciato a fare ricerca, ho letto e assimilato tante testimonianze e parti di storia di cui non avevo mai sentito parlare. Nonostante la loro importanza, c’è un silenzio generale e le cose vengono sempre raccontate parzialmente.

All’interno dei conflitti bellici la violenza sul popolo civile è sempre stata un’arma, in particolare la violenza subita dalle donne: secondo il nazionalismo patriarcale, se il corpo che genera viene violato, la nazione e tutto il popolo sono violati. Seguendo questo ragionamento, gli uomini non sono stati in grado di proteggere le ‘loro’ donne ed esse sono diventate vere e proprie armi da usare.
Questo è uno dei motivi che più porta la violenza sessuale a essere usata nei conflitti: attraverso lo stupro le donne in Rwanda venivano deliberatamente infettate dal virus HIV e mantenute in vita, in Bosnia costrette a generare figlə così da avere una futura generazione del popolo nemico sul proprio territorio. Durante il massacro di Nanchino del 1937 l’esercito giapponese violentava donne e bambine per poi ucciderle. Nel corso dello schiavismo dell’Ottocento, in America, il corpo delle donne nere era usato come vero e proprio corridoio per creare altra forza lavoro; lo stupro era una minaccia per forzarle all’obbedienza e una punizione da sommare alle frustate.

Il corpo delle donne è sempre stato terreno di guerra. Per generare qualcos’altro o per bloccare la rivoluzione, il controllo e la rottura dei corpi era l’artiglieria più efficace. Queste tattiche erano e sono continue e programmate, organizzate dagli stessi soldati e scusate dalle istituzioni.
Potrei scrivere una lista di tutte le atrocità che hanno subito le donne nel mondo durante le guerre, ma lo possiamo vedere ancora oggi: tutto questo sta accadendo ora, in Iran, in Ucraina, nei conflitti che in questo momento attanagliano il globo.

Ma se non si riesce ad avvicinarsi a queste realtà, restiamo a casa nostra.
Durante il ventennio fascista i soldati usavano lo stupro come tortura per carpire informazioni dalle partigiane e per spezzare la loro forza nella Resistenza, la crudeltà usata durante queste torture racchiude tutto ciò che il fascismo rappresenta: corpi appesi, nudi, ammassati e senza sepoltura, senza testimonianza. Allo stesso tempo mogli e figlie dei soldati fascisti erano stuprate, picchiate e uccise dai partigiani. Questi pezzi di storia lasciano a intendere quanto lo stupro sia visto come arma solo nelle guerre, eppure nella realtà gli spazi e le situazioni in cui la violenza sessuale è uno strumento di controllo sono anche altri.

Le stesse modalità sono, infatti, messe in pratica nelle carceri: attualmente in Iran, attivistə, rivoluzionarə e cittadinə che si sono schieratə contro il regime sono statə arrestatə e si trovano all’interno di prigioni dove una delle torture più frequente è lo stupro. Le persone incarcerate sono violentate dall’esercito, forzate a compiere atti sessuali fra loro, per poi essere costrette al silenzio.

All’interno delle strutture penitenziarie maschili non è raro che accadano violenze sessuali: l’uomo con più potere fisico e interpersonale abusa della parte più debole. L’uomo violentato dovrà affrontare il trauma dell’atto e in molti casi sentirà la sua virilità spezzata.
Nel pensiero patriarcale lo stupro, la penetrazione e la sottomissione fisica sono punizioni riservate ai corpi femminili. Nel momento in cui si tratta di persone trans, le stesse istituzioni carcerarie collocano ə detenutə in spazi non sicuri e non in linea con il loro orientamento di genere. Questa mancanza di tutela fa sì che le persone trans siano abusate e come metodo di ‘protezione’ chi dovrebbe aiutare le vittime le confina in isolamento.
Oltre alle discriminazioni istituzionali che queste soggettività subiscono, la violenza sessuale è l’arma che molti detenuti usano come metodo di ‘correzione’ del corpo o dell’orientamento non conforme. Attraverso lo stupro viene cercato un riallineamento della persona trans o queer, l’atto ha l’obiettivo, implicito o esplicito, di un ritorno al binarismo e all’eteronormatività della società patriarcale.

Allo stesso modo nelle carceri femminili sono gli stessi uomini in divisa a usare la violenza sessuale come metodo punitivo, sapendo di essere in un ambiente in cui regna cameratismo e omertà agiscono indisturbati, cercando di far tornare la vittima nel ruolo a cui si è sottratta.
In questi luoghi le cure mediche non sono adatte, le carceri non sono adibite per il controllo e la cura delle conseguenze fisiche e mentali di uno stupro. Queste violenze non sono quasi mai denunciate per paura di ritorsioni da parte dei propri aguzzini e la poca tutela delle persone detenute non aiuta alla causa. Uno dei risultati di queste situazioni è un elevatissimo tasso di suicidi all’interno delle strutture.
Come le denunce e le vittime non vengono ascoltate all’interno del microcosmo della prigione, anche nella comunità cosiddetta ‘libera’ la situazione è molto simile. Ci sembrano realtà lontane, ma nella nostra stessa società lo stupro è un armamento che l’uomo medio usa quotidianamente.

Ascoltiamo e leggiamo tutti i giorni notizie di violenza sessuale, vengono raccontati come casi isolati di donne e ragazze che forse dicono il vero, forse no: sta alla ‘giuria’ del pubblico decidere. I casi non sono isolati o rari e le notizie vengono soffocate da una colpevolizzazione della vittima sottile o esplicita. Attraverso la pornografia del dolore descrivono dettagliatamente parole e azioni che l’abuser usa e compie sul corpo della vittima che spesso viene sessualizzato nel racconto della violenza. Le notizie collegano lo stupro a un motore di istinto sessuale e di passionalità incontrollata e tutto va in pasto aə lettorə, avidə di sangue, lividi e dolore.

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Questa narrazione fa parte di una cultura più grande: la cultura dello stupro.
Ciò che muove la violenza sessuale non è istinto né passione, è patriarcato: è la ricerca del controllo del corpo femminile e il voler ristabilire il potere in una gerarchia fra chi opprime e chi è oppressə, fra chi domina e chi viene dominatə. E lo stupro è l’arma più usata per mantenere quest’ordine.
È uno strumento che viene utilizzato in maniera discreta: non ci sono solo casi di violentatori seriali noti per le loro atrocità, ma la maggioranza delle violenze sessuali avviene nelle coppie, nei matrimoni, fra amicə e in famiglia. Avviene nel silenzio. All’interno di una coppia o di un rapporto familiare a due si crea un piccolo mondo che riflette i valori della società e della cultura, così si perpetuano quelle dinamiche comuni con cui noi tuttə siamo cresciutə.
Una di queste dinamiche è appunto lo stupro: ə partner che usa il movente del matrimonio per esigere rapporti ti sta mettendo al ‘tuo’ posto; ə tuə primə partner, la cui educazione sessuale sono stati i porno, che ti dice che devi farlo e stare zittə, ti sta mettendo al ‘tuo’ posto; il familiare che ti costringe e minaccia conseguenze orribili se rompi il silenzio, ti sta mettendo al ‘tuo’ posto.
L’uomo per strada che ti tocca, il ragazzo in discoteca che ti stupra mentre sei ubriaca, l’amico che ti dice che ti accompagnerà lui a casa, ma poi ti forza. Ti stanno tutti mettendo al ‘tuo’ posto.
Stanno cercando di confinarti nel ruolo di genere che il patriarcato ti ha imposto.

Vedete? È così che si crea quella gerarchia, in maniera subdola e silenziosa attraverso dinamiche che appaiono invisibili, ma che accadono quotidianamente, che giustificano e perpetuano l’atto violento. Per questo lo stupro è un’arma e lo è in maniera protetta su un terreno fertile: le vittime non denunciano perché il sistema non le tutela ma le accusa, ripropone loro quelle meccaniche violente da cui stanno cercando di scappare. I giornali danno la colpa alle donne stuprate e lasciano ə lettorə a decidere cosa sia vero e cosa falso, gli stupratori vengono letteralmente difesi in piazza.
In ogni ambito e luogo lo stupro è un’arma che, come abbiamo visto, non è usata solo dal singolo, ma intere istituzioni la utilizzano e sorreggono, tutelando chi opprime con essa e lasciando le vittime in balia di questa cultura patriarcale. Nutrono la cultura dello stupro ancora e ancora.

Se lo stupro è un’arma, la nostra difesa è la lotta: la conoscenza, lo studio, le proteste, l’educazione sessuale e al consenso, la solidarietà e la divulgazione di queste realtà che appaiono lontane, ma che in realtà ci toccano costantemente.
Questa è la mia lotta. Osservate, decostruite e scendete in piazza, le vittime lo stanno già facendo.

 

Foto di Mika Baumeister su Unsplash – Manichino giallo e rosso
Foto di Marco Bianchetti su Unsplash – Mano che afferra il manichino
Foto di Pandav Tank su Unsplash – Prigione con persona
Foto di Levi Meir Clancy su Unsplash – Muro
Foto di Hasan Almasi su Unsplash – Sfondo rosso / guerra
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