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Tutta la psicologia nascosta in Barbie

Tutta la psicologia nascosta in Barbie

TW: morte, molestie, DCA

ATTENZIONE: sono presenti spoiler

Non dico una novità se nomino Barbie come principale evento videoludico dell’estate di quest’anno. Greta Gerwig (la ricordiamo per il successo di Lady bird), qui anche sceneggiatrice insieme a Noah Baumbach, torna al cinema e lo fa col botto.
Vi propongo la mia lettura del film, cercando di proporre qualche spunto di riflessione psicologico e filosofico.

Barbieland e il tabù della morte:

Barbieland è un mondo perfettamente rosa, di plastica, matriarcale ed esente dai problemi della vita comune: le Barbie hanno ruoli sociali e lavorativi rilevanti mentre i Ken sono solo… Ken. La nostra protagonista è Barbie stereotipo (Margot Robbie) e condivide il suo ruolo centrale con, ovviamente, Ken (un biondissimo Ryan Gosling) il quale basa la sua felicità su quante attenzioni Barbie gli dedica.
Nonostante Barbieland sia un luogo dalle fattezze utopiche, a poche decine di minuti dall’inizio del film Barbie stereotipo comincia ad avere qualche problema: i talloni toccano terra invece di assumere l’innaturale forma arcuata dovuta ai tacchi, le puzza l’alito al mattino e le si palesano in mente idee ed emozioni “umane”.
È così che, durante una scena in stile “musical”, Barbie stereotipo pone un quesito alle sorridenti amiche: “Pensate mai alla morte?”. Qui Gerwig muove una prima, seppur timida, critica alla società moderna dove il tema della morte è tabù e domande quali quella posta da Barbie stereotipo sono considerate atipiche, se non patologiche. In epoca odierna la stessa è un argomento indicibile, ə piccolə ne vengono allontanatə e cerchiamo di addolcire le parole ad essa connesse (viene spesso usata la formula “È venutə a mancare” piuttosto che “È decedutə”). La morte subisce così una rimozione, seppur possiamo ben immaginare che tale evitamento sia temporaneo e dannoso poiché rimuoverla non permette la legittimazione delle emozioni con essa implicate.

Il velo di Mattel:

Barbie stereotipo non riesce a tollerare questo suo principio di umanizzazione, decide così di cercare di comprendere perché tali problemi la affliggano. Per farlo, si reca da Barbie stramba (Kate McKinnon), emarginata dalla vita comune di Barbieland, la quale rappresenta le bambole “strapazzate”, ovvero quelle che hanno subìto un trucco e parrucco rivedibili grazie a forbici e pennarelli. Barbie stramba detiene una conoscenza importante: ogni abitante di Barbieland ha unə proprietariə nel mondo reale che gioca con lei. La nostra protagonista sperimenta quindi tali emozioni perché la sua umana le sta provando; così Barbie si rende conto che la realtà non è Barbieland, ma un mondo a parte, fatto di vite umanamente imperfette.
Vediamo ripresa l’idea del velo di Maya di Schopenhauer, grazie al quale, secondo il filosofo, la realtà delle cose verrebbe nascosta, mostrandoci un mondo fittizio. Qui, lo stesso è Rosa-Mattel (riprendendo anche il detto inglese “vedere il mondo attraverso lenti rosa”, ovvero come edulcorato dalle sue parti negative) e ci mostra un mondo perfetto, felice ed immutabile, celando il corrispettivo umano, composto da una vasta gamma di emozioni e fallibilità. Grazie a Barbie stramba, quindi, Barbie stereotipo riesce a fare quello che Schopenhauer auspica all’uomo, con il viaggio alla ricerca della sua umana Gloria (America Ferrera) e soprattutto di se stessa: strappa il velo e mostra il mondo reale.

Molestie e soffitti di cristallo:

Nella presentazione del mondo reale la sceneggiatrice ci pone di fronte, in modo ironico, a due temi attualissimi e combattuti dalle femministe di tutto il mondo: le molestie sessuali e il soffitto di cristallo. Non lo fa usando mezzi termini, la mostra in maxi schermo, per altro un tipo di molestia che, ad oggi, alcunə ancora non definiscono tale (“era sotto i 10 secondi” [ndr]). Seppur concordiamo tuttə che la risposta corretta a qualsiasi azione non sia mai la violenza fisica, Barbie aggredisce il molestatore mostrando qualcosa di più importante rispetto al gesto stesso: una reazione. Il sistema del mondo reale, purtroppo, porta la vittima della molestia a sentirsi colpevole di ciò che ha subìto, causando così la vittimizzazione secondaria. Quest’ultima può essere descritta come il fenomeno nel quale la persona subisce una seconda persecuzione, a causa delle modalità aggressive e accusatorie di trattare la vittima da parte delle agenzie di controllo (polizia, medicə, istituzioni), dai media, addirittura in contesto familiare o di conoscenza.

Come vediamo nel film, infatti, Barbie colpisce il molestatore e viene così arrestata; le forze dell’ordine, a loro volta, cominciano a fare battute sessiste e a molestarla verbalmente. Gerwig anche qui fa una critica, decisamente meno timida, alla società attuale e alla tendenza colpevolizzante nei confronti della vittima che il sistema sociale segue.
Per quanto riguarda il secondo tema, Gerwig ha mostrato con abilità allə spettatorə la metafora del soffitto di cristallo che caratterizza la gerarchia lavorativa e sociale del mondo reale. La regista ci mostra infatti come Ken scopra il patriarcato e il ruolo di potere che l’uomo ha oltre i confini di Barbieland. Osserviamo quindi un Ryan Gosling estasiato e stupito nel vedere come le aziende siano gestite prevalentemente (se non totalmente) da uomini in giacca e cravatta e come i film abbiano protagonisti di sesso maschile. Più in là nella trama, gli sceneggiatori ci mostrano anche come lo stesso Consiglio di amministrazione della Mattel capeggiato dal bravissimo [ndr] Will Ferrell, sia composto da soli uomini. Il soffitto di cristallo, il quale viene definito come l’ostacolo invisibile che viene posto tra minoranze (di genere o etniche) e il raggiungimento di carriere di alto livello, viene qui messo come primo punto di vicinanza tra il mondo reale e Barbieland, seppur con ruoli invertiti. Nel mondo reale le donne non riescono a raggiungere posizioni di potere, mentre a Barbieland sono i Ken a non poter avere una professione di rilievo.

Barbie stereotipo o Barbie femminista?

Barbie stereotipo incontra finalmente la persona che gioca con lei nel mondo reale, stupendosi perché non è una ragazzina, ovvero Sasha (alias Ariana Greenblatt) ma sua madre Gloria, nostalgica di quando la figlia era piccola e giocavano insieme.
Sasha, appartenente alla Generazione Z, disprezza Barbie stereotipo e mostra come, secondo lei, rappresenti standard di bellezza irrealistici e come essa sia sostanzialmente la mascotte del consumismo capitalistico. Gloria riesce però a convincere la figlia di come Barbie non sia una rappresentazione stereotipica della perfezione, anzi, è la rappresentazione dell’illimitata possibilità della donna di diventare tutto ciò che sogna (astronauta, dottoressa, presidente, giornalista, etc) dimostrando che, senza un sistema patriarcale e paternalistico, possa svolgere egregiamente il suo lavoro e raggiungere le sue aspirazioni.

Patriarcato e dissonanza cognitiva:

Verso la fine del film Ken torna a Barbieland e cerca di istituire Kendom, prendendo possesso della Corte Suprema e convincendo i Ken e le Barbie ad adottare il sistema patriarcale, fissando una data di votazione per la modifica alla Costituzione. Porta quindi i Ken al potere lasciando alle Barbie ruoli minori, come casalinghe e fidanzate; vendicandosi di non avere mai avuto la “Casa di Ken” si appropria di quella della protagonista e la trasforma nella “Mojo Dojo Casa House”, una versione stile “macho” della casa di Barbie stereotipo.
Gloria ha anche qui un ruolo fondamentale, Gerwig e Baumbach scrivono infatti per il suo personaggio un bellissimo monologo riguardo all’essere donna nel mondo reale, di cui prendiamo qualche stralcio:

«Devi essere magra, ma non troppo. E non si può mai dire di voler essere magri. Devi dire che vuoi essere sana, ma allo stesso tempo devi essere magra. Devi avere soldi, ma non puoi chiedere soldi perché è volgare. Devi essere un capo, ma non puoi essere cattiva. Devi comandare, ma non puoi schiacciare le idee degli altri. Devi amare l’essere madre, ma non parlare dei tuoi figli per tutto il dannatissimo tempo. Devi essere una donna in carriera, ma anche preoccuparti sempre degli altri. (…)».

Tutto questo discorso descrive, secondo me in modo funzionale e funzionante, un concetto noto, ma che mi ha stupito sentir nominare in Dolby Surround dalle Barbie stesse: la dissonanza cognitiva.
La dissonanza cognitiva, teorizzata dallo psicologo e sociologo Leon Festinger nel 1957, descrive un conflitto cognitivo, ovvero l’elaborazione mentale dovuta alla coesistenza di pensieri o credenze, contrapposti tra loro. Riprendendo il discorso di Gloria alla luce di questo concetto teorico, vediamo come l’idea patriarcale della donna perfetta sia intrinsecamente contraddittoria, pretendendo che il genere femminile sia tutto ed il contrario di tutto. È infatti la dissonanza cognitiva che permette a Barbie, Gloria e le altre protagoniste di sfatare l’incantesimo maschilista che ha convinto le altre Barbie a sottomettersi ai Ken, riprendendosi così Barbieland.

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Importante anche un altro punto del monologo, dove America Ferrera ci dice:

“Dovresti rimanere bella per gli uomini, ma non così bella da tentarli troppo o da minacciare le altre donne, perché dovresti far parte della sorellanza”. Azzardo dicendo che Gerwig, con questo discorso, non si limita a criticare il patriarcato, ma cerca anche di porre l’attenzione sul fatto che la dissonanza cognitiva colpisce anche il genere femminile (proprio come succede alle Barbie) tanto da minare la sorellanza stessa. È proprio qui che chi osserva dovrebbe comprendere come la critica proposta dalla regista non sia al genere maschile, ma al sistema sociale, retto e promosso da entrambi i generi.
La dissonanza cognitiva richiede uno stereotipo femminile perfetto e permea non solo il mondo reale, ma anche il mondo online. Diventa così fattore di rischio per problematiche gravi ed impattanti, come i disturbi alimentari (i quali sono a prevalenza femminile, dati ISS 2022), disturbo da dismorfismo corporeo (preoccupazione per uno o più difetti o imperfezioni percepiti nell’aspetto fisico che non sono osservabili o appaiono agli altri in modo lieve) e problemi di autostima.
Il monologo si conclude ponendo il focus su un’altra questione rilevante:

«È troppo difficile! È troppo contraddittorio e nessuno ti dà una medaglia o ti ringrazia! E poi si scopre che non solo stai sbagliando tutto, ma che è anche colpa tua. (…)».

Come ci ricorda Gloria, tutto questo non solo è impossibile, ma anche colpevolizzante. Affligge la donna con accuse di errori derivanti da una perfezione irraggiungibile che però all’uomo non viene richiesta.

Tiriamo le somme:

In un mondo immaginario come quello presentato, le Barbie ed i Ken si rendono conto di come nessuno dei due sistemi applicati – patriarcato e matriarcato (che nel mondo reale, ricordiamolo, non sono equiparabili) – sia salutare, in entrambi vengono mostrati pregiudizi ed emarginazioni, perciò vediamo concludere la trama di Barbieland con il tentativo di proporre un’integrazione dei due modelli, puntando ad una parità di genere. Percepiamo come questo sia ciò che ə sceneggiatorə auspicano per la società attuale, sottolineando comunque che, per arrivarci, vi sono diversi ostacoli e sono sicuramente necessari molti compromessi.
Alla fine della pellicola Ruth Handler (colei che ha inventato la bambola Barbie e co-fondatrice di Mattel, interpretata da Rhea Perlman) pone Margot Robbie di fronte a una scelta esistenziale: rimanere una Barbie o diventare umana. La protagonista opta per la seconda opzione, nonostante dovrà affrontare un mondo reale fatto di cellulite, invecchiamento e molestie. Così sceglie e ci dimostra come l’autodeterminazione (anche sessuale), il libero arbitrio e le emozioni siano un atto di ribellione agli ideali irraggiungibili socialmente imposti, chiudendo quindi il maxischermo con un’affermazione dei diritti delle donne.

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-Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali, DSM-V (2013)
Immagine cover sito (collage) – Foto di Criativa Pix Fotografia (pexels)
Foto di nomso obiano (pexels)
Foto di SLAYTINA (pexels)
Immagine sito verticale (bambole) – Foto di Саша Круглая (pexels)
Immagine sito verticale (ragazza foto occhi) – Foto di Leeloo Thefirst (pexels)
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